Tibhirine, dieci anni dopo : un anniversario, un libro, un’inchiesta
giudiziaria
Un
anniversaire
Nella notte dal
26 al 27 marzo saranno
dieci anni da quando
– era il 1996 – i sette
monaci del monastero
di Tibhirine sono stati rapiti
per essere uccisi circa due mesi più tardi.
Nelle settimane
e nei mesi che verranno, molte trasmissioni
radiofoniche e televisive,
molti articoli di giornali e riviste (come pure, probabilmente, più di un libro), li ricorderanno
alla nostra memoria. E non si può che rallegrarsi di tutto ciò che contribuisce
a conservare viva la testimonianza che questi monaci hanno dato con la loro
vita e con la loro morte.
Questa testimonianza
di una vita cristiana così semplice - vissuta in una grande fraternità con
i vicini musulmani all’interno di un
popolo musulmano – e di un dialogo costante
con dei credenti dell’Islam è oggi di una attualità altrettanto grande
che dieci anni fa. Più grande anzi,
nel momento in cui, da una parte, le grandi potenze in guerra di paesi i cui
dirigenti si affermano “cristiani”, conducono una lotta a morte contro l’Islam
e in cui, d’altra parte, il dialogo interreligioso con l’Islam e le altre
grandi religioni mondiali è ormai relegato da Roma al rango di dialogo “culturale”.
Ma se bisogna
rallegrarsi che il messaggio dei nostri fratelli sia meglio conosciuto, si
può temere anche che questo genere di entusiasmo
mediatico conduca ad una strumentalizzazione della morte dei nostri fratelli da parte
di ambienti molto diversi.
Un libro
John W. Kiser, giornalista e storico americano,
ha pubblicato nel 2002 un libro sui fratelli di Tibhirine
dal titolo: The Monks of Tibhirine. Faith, Love, and Terror in
Non si può
che rallegrarsi di questa pubblicazione. Resta il fatto che
l’enorme battage pubblicitario che in Francia si è fatto intorno a questa
traduzione, lascia perplessi. Tutto questo chiasso è in
effetti abbastanza estraneo alla semplicità con la quale i nostri fratelli
hanno vissuto la loro vita monastica e la loro morte. È questa, beninteso,
una considerazione personale. Ma vi è qualcosa di
più grave. Il “dossier per la stampa”,
largamente diffuso – soprattutto via Internet – dal
traduttore e dall’editore, presenta questa pubblicazione come un libro recente,
che riporta “tutta la verità su Tibhirine” e risponde a tutte le questioni
che riguardano le circostanze del rapimento e della morte dei fratelli. In
realtà questa pubblicità è falsa.
In effetti, l’edizione
originale del libro di Kiser è stata pubblicata negli Stati
Uniti nel 2002 e, a giudicare dalla bibliografia e dalle note, come dal contenuto,
la sua redazione è stata completata verso il 1999. Malgrado alcune
attualizzazioni e note a pié di pagina aggiunte dal traduttore, l’edizione francese
del 2006 non tiene conto che in modo marginale della massa considerevole di informazioni rese pubbliche da allora, che portano una luce
cruda sulla manipolazione della violenza islamista
da parte del potere algerino e in particolare sull’implicazione della Sécurité militaire algerina
(i servizi segreti dell’esercito) nel rapimento e assassinio dei nostri fratelli.
Informazioni fornite da diversi testimoni, in particolare di ex-militari algerini e di ex-membri
della Sécurité militare,
sia tramite libri e articoli che nelle loro deposizioni nell’ambito di
processi tenuti da sei anni a questa parte.
Il libro di Kiser
resta certo un ottimo lavoro sul percorso e sulla vita dei nostri fratelli.
Ma no, non porta “tutta la verità” sull’ affare dei
monaci”. E non tiene neppure conto dei molti elementi
di verità che si sono gradualmente manifestati in questi ultimi anni.
Un’inchiesta giudiziaria
In seguito alla
denuncia depositata a Parigi il 9 dicembre 2003 dalla famiglia di uno dei
nostri fratelli, Christophe Lebreton,
e dal sottoscritto, un’inchiesta giudiziaria è stata aperta nel febbraio 2004
dalla giustizia francese sulle circostanze del rapimento, della breve prigionia
e dell’assassinio dei monaci. Questa inchiesta è stata affidata dalla giustizia
francese al giudice anti-terrorismo Jean-Louis Bruguière. Più di due anni dopo, si può pensare che questa inchiesta non sia andata avanti molto rapidamente, anche
se bisogna tener conto del fatto che inchieste del genere possono durare da
cinque a dieci anni prima di arrivare a un risultato. Certo, il dossier costituito
fino ad oggi dal giudice istruttore comporta già alcune migliaia di pagine,
ma i testimoni principali non sono stati finora ascoltati.
Per coloro che
hanno domandato questa inchiesta costituendosi parte
civile per sporgere denuncia contro ignoti, è più importante che mai che essa
sia condotta fino in fondo. In particolare molta chiarezza resta da fare sugli interventi dei diversi servizi di sicurezza francesi
al momento del rapimento e sulle ragioni del loro fallimento. Perché i legami antichi e dimostrati della DST francese con
la Sécurité militaire algerina
non hanno permesso di evitare l’esito fatale, mentre numerosi elementi attestano
l’implicazione diretta dei principali responsabili di questa Sécurité militaire nel
rapimento ? L’elettrone
libero Jean-Charles Marchiani ha forse trattato con i terroristi o con la Sécurité
militaire ? Perché l’azione della DGSE (il contro-spionaggio) non è riuscita ?
Per quali ragioni i più alti responsabili politici francesi,
informati in tempo reale della situazione, non hanno potuto
venire in aiuto ai loro concittadini ? E perché
l’ « affare dei monaci » resta, fino ad oggi, oscurato da una
spessa cortina di disinformazione ?
I
nostri fratelli, invece, hanno vissuto
nella verità e nella limpidezza in mezzo ai loro fratelli musulmani.
Sull’esempio del loro grande amico, il Cardinale
Duval che, al tempo della
guerra di indipendenza, condannava la violenza esercitata da entrambe le parti,
non hanno mancato di denuciare i crimini, chiunque ne fosse l’autore. « Se noi stiamo zitti, urleranno le pietre »
(Luca 19, 39-40), come loro avevano detto. Utilizzare la memoria della loro
vita senza tentare di fare la verità sulle circostanze della loro morte, sarebbe
oggi una mancanza di coraggio contro la quale urlerebbero
le pietre posate sulle poche palate di terra che ricoprono le loro teste nel
cimitero di Tibhérine.
Vi
è una ragione supplementare di proseguire questa ricerca della verità. Il 28 febbraio 2006, i generali algerini hanno fatto decretare una legge di auto-amnistia
che, in quanto a cinismo,
va ben al di là di quelle dei generali cileni e argentini di alcuni decenni fa. Questa legge, che
ha profondamente scioccato
le famiglie delle vittime della violenza e delle sparizioni forzate, è stata condannata all’unanimità da Amnesty International e dalle altre organizzazioni di difesa dei diritti umani come contraria
a tutte le convenzioni internazionali
(firmate dall’Algeria)
riguardanti i diritti umani.
Non solo questa
legge è fatta per amnistiare migliaia di islamisti
colpevoli di crimini contro l’umanità, senza che questi crimini abbiano fatto
l’oggetto di alcuna inchiesta, ma anche per amnistiare
i generali e i membri delle forze dell’ordine di tutti i crimini contro l’umanità
che hanno loro stessi commesso sotto la copertura della lotta anti-terrorista.
Di fatto, gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti hanno costituito
per i generali algerini una occasione d’oro per far
passare agli occhi della comunità internazionale
come «lotta antiterrorista » la guerra civile che avevano loro stessi scatenato
nel 1992 contro il loro popolo, sospendendo il processo elettorale. Il cinismo
della legge del febbraio 2006 e dei suoi decreti di applicazione
è tale che i parenti degli scomparsi, da 15.000 a 20.000, non solo non possono
più reclamare dal governo e dalla giustizia algerina che sia fatta luce sul
rapimento dei loro cari, ma sono ormai passibili di prigione se osano anche
solo menzionare questi rapimenti o parlare delle circostanze precise della
«tragedia nazionale».
In queste condizioni,
è imperativo che l’inchiesta sulla morte dei nostri fratelli sia portata avanti,
senza paraocchi, senza che la ragion di Stato faccia ostacolo alle esigenze della verità e della giustizia. Esigere
che la luce sia fatta in Francia su questo crimine
emblematico della «sporca guerra», è anche un modo di sostenere la lotta coraggiosa
per la verità e la giustizia che in Algeria portano avanti le famiglie di queste migliaia
di scomparsi e delle circa 200 000 vittime della guerra civile.
Evidentemente,
gli «eradicatori» algerini e tutti coloro
che all’estero hanno appoggiato la loro campagna di sradicamento continuano
a dirci : le prove ci sono, è un gruppo di islamisti
radicali, sotto la direzione dell’emiro del GIA Djamel
Zitouni, che ha rapito e assassinato i monaci, poiché l’hanno rivendicato
pubblicamente. Noi rispondiamo che
è vero, ma che questa non è che la prima parte della
risposta. La questione seguente è: «Agli ordini di chi, e per chi, lavorava Djamel Zitouni ?» Le testimonianze algerine di ogni parte, che in questi ultimi anni hanno affermato che
Zitouni era utilizzato e manipolato dalla Sécurité militare algerina sono cosi numerose e concordi che un’inchiesta
giudiziaria seria si impone a questo riguardo. Il risultato di questa inchiesta ci dirà chi è responsabile della morte dei
nostri fratelli.
Questa inchiesta
è ancora in corso e non si fermerà.
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Veilleux