Il terrorista è l’altro

(Articolo pubblicato in Le Soir di Bruxelles, il 20 ottobre 2001)

 

            Da diverse settimane la parola “terrorismo” è sulla bocca di tutti, soprattutto dei politici in cerca di una buona occasione per rifarsi una verginità o conquistarsi una legittimità non chiaramente ottenuta attraverso le urne.

 

            Il fatto è che nessuno sembra preoccuparsi di definire che cos’è  il “terrorismo”.  Secondo i dizionari che ho potuto consultare,  per terrorismo si intendeva, almeno fino a  tempi recenti, una azione politica che utilizzava la violenza per destabilizzare un governo (un esempio classico è quello delle Brigate Rosse in Italia). Si trattava di gruppi che rifiutavano di partecipare normalmente al gioco politico e cercavano di imporre la loro volontà a un popolo con la forza. Questo uso del termine comportava già una ambiguità. Quando un paese era diretto, per esempio, da una dittatura militare, ogni violenza che mirava a rovesciare quella dittatura, era qualificata come “terrorismo”, mentre così non era definita la violenza, spesso molto più grande e più crudele, del regime militare in carica.

 

            Ma nel corso degli ultimi anni, e ancor più, delle ultime settimane, la parola terrorismo è stata utilizzata senza alcun ritegno da politici, giornalisti e gente comune in un senso ancora più largo e dunque molto più ambiguo e per forza di cose molto soggettivo.

 

            Se si volesse – ma è ancora possibile? – evitare all’umanità un altro lungo periodo di distruzioni e di sofferenze incalcolabili, bisognerebbe bandire l’utilizzo della parola terrorismo e chiamare le cose con il loro nome. Ciò di cui si tratta è violenza. Ascoltando i discorsi infiammati dei nostri politici, partiti per la crociata  al fine di liberare il mondo dal male (Dio non ci è ancora riuscito) e per stabilire un nuovo ordine internazionale (Hitler e Stalin ci hanno provato, con i risultati che sappiamo, dobbiamo per forza constatare che ciò che viene chiamato attualmente “terrorismo” non è niente altro che la violenza praticata dall’altro, anche se essa non è diversa nella sua natura da quella che noi stessi pratichiamo. Parafrasando la nota espressione di Sartre, si potrebbe dire che, nel linguaggio attuale, “il terrorista è l’altro”.

 

            Perché non costituire una grande coalizione su scala mondiale, di tutta l’umanità, per sforzarsi di ridurre sempre più la violenza, sia in seno alle nazioni, che tra le nazioni, piuttosto che costituire delle coalizioni armate con la pretesa di schiacciare il terrorismo – necessariamente identificato in modo partigiano – per mezzo di interventi militari che le vittime hanno il diritto di considerare come attacchi terroristici?

 

            L’attacco contro le due torri del World Trade Center e il Pentagono, è un atto di violenza ingiustificabile che deve essere condannato  nel modo più assoluto. Ma per i Palestinesi che vedono da anni le loro case rase al suolo dai bulldozers e dai carri armati dell’occupante e i loro ragazzi che lanciano sassi cadere sotto le raffiche dei fucili mitragliatori, senza che la comunità internazionale protesti, come possono vedere la differenza? E perché mai gli Iracheni, che hanno visto i loro civili a decine di migliaia cadere uccisi negli attacchi pensati per colpire basi militari, sotto bombe che si pretendevano “intelligenti” più di quanto non fossero in realtà, non sono in diritto di considerarsi vittime di attacchi terroristici, allo stesso modo degli abitanti di New York e degli inquilini del Pentagono? E i bambini iracheni (più di mezzo milione secondo le cifre delle Nazioni Unite, almeno un milione secondo diverse ONG), che sono morti come conseguenza immediata di sanzioni che la grande maggioranza dei paesi membri delle Nazioni Unite vorrebbero veder cessare da molti anni, ma che sono mantenute in essere unicamente perché una struttura ormai desueta e ingiusta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite accorda il diritto di veto contro ogni risoluzione che vada in questo senso a uno dei Paesi in questione, che si trova allora ad essere “giudice e parte in causa” non possono, questi bambini, essere considerati vittime del terrorismo? Perché i morti dalla nostra parte sono chiamati “vittime”  (e lo sono), mentre quelli dell’altra parte sono pudicamente evocati come “danni collaterali”?

 

            Uno dei principi fondamentali della giustizia nei nostri paesi occidentali, che si fregiano del rispetto dei diritti umani (la cui definizione è del resto sempre soggettiva) è che ogni persona deve essere considerata innocente finché non è provata colpevole davanti a un tribunale, dove abbia avuto la possibilità di difendersi. Come si fa, mentre la comunità internazionale permette a una nazione di assassinare sistematicamente e senza processo le persone della nazione vicina che considera “sospette” di atti terroristici? Come giustificare, secondo i nostri propri principi di diritto, il lancio di un’operazione militare di massa, al prezzo di distruzioni immani e di numerose vittime, per catturare “vivo o morto”, e prima di ogni processo il “sospettato n. uno?

 

            All’inizio della guerra contro l’Iraq, il Generale Colin Powell annunciava coraggiosamente alla televisione: "We will bomb them back to Middle Ages".  È quello a cui si dedica da tre giorni. Queste missioni tornano ad onore delle civiltà occidentale, di cui Silvio Berlusconi, Presidente dei canali televisivi italiani ( e di ben altro) proclamava con grande enfasi recentemente  la superiorità sul mondo arabo?

 

            Il popolo Afgano è stato invaso dieci anni fa dall’Unione Sovietica, con un pretesto che non era affatto diverso da quello utilizzato oggi per invaderlo di nuovo. Questo popolo è stato vittima per molti anni di una guerra crudele, nel contesto classico della Guerra Fredda in cui si combattevano l’Unione Sovietica da una parte e dall’altra parte gli Stati Uniti per interposti Mujahidin. I Talebani sono fanatici religiosi, che nessuno rimpiangerà quando partiranno. Eppure allora, almeno in partenza, volevano liberare il loro paese dalle bande criminali che si ritrovano oggi nell’Alleanza del Nord e che si vuole ora rimettere al potere – il che permetterà loro di continuare indisturbati, la loro produzione di oppio.  Certi paesi, che gli interessi economici o la paura  di rappresaglie militari, hanno indotto a schierarsi rapidamente dalla parte della grande coalizione Bush/Blair, non vantano un credito superiore a quello dei Talebani nel campo del rispetto dei diritti della donna e di altri diritti umani fondamentali. Al popolo Afgano, che già muore di fame,  hanno già distrutto tutte le infrastrutture (ospedali, scuole ecc.) - al punto che il problema fondamentale della nostra brava Coalizione diventa quello di trovare qualcosa da distruggere, al di fuori delle basi militari costruite dalla CIA per Bin Laden, quasi vent’anni fa .  In questo contesto,  non ha forse il diritto di considerarsi “vittima del terrorismo internazionale” ?  Ah, dimenticavo – gli vengono paracadutate tonnellate di viveri in questi giorni. Ma si tratta, con tutta evidenza, di una operazione più mediatica che umanitaria. La geografia del paese è tale che la maggior parte di questi viveri cadrà in luoghi inaccessibili e certamente una parte dei colli – lanciati di notte – schiacceranno coloro che si vorrebbe soccombere. Il che è già accaduto in passato in operazioni di questo genere. Semplici danni collaterali!

 

            La lista delle situazioni che, da tutte le parti, si possono considerare come “azioni terroristiche” è molto lunga, e potrà occupare pagine intere, e perfino libri. Ma non ci siamo stancati di questa ipocrisia collettiva?

 

            Chiamiamo le cose con il loro nome. È di violenza che si tratta, qualunque ne siano l’origine e i motivi. Perché allora non chiamare ad un grande movimento pacifico di resistenza ad ogni forma di violenza?  Un capo si stato, parodiando il Vangelo, diceva recentemente: “coloro che non sono con noi sono contro di noi”. Gesù di Nazareth aveva utilizzato la stessa espressione: ma era per chiamare all’amore e alla condivisione, e non alla guerra.

 

Armand VEILLEUX

 

Era della Quinta Crociata, anno I, giorno 4.