Il terrorista è l’altro
Da diverse settimane
la parola “terrorismo” è sulla bocca di tutti, soprattutto dei politici in cerca
di una buona occasione per rifarsi una verginità o conquistarsi una legittimità
non chiaramente ottenuta attraverso le urne.
Il fatto è che nessuno sembra preoccuparsi di definire che cos’è il “terrorismo”. Secondo i dizionari che ho potuto
consultare, per terrorismo si
intendeva, almeno fino a tempi
recenti, una azione politica che utilizzava la violenza per destabilizzare un
governo (un esempio classico è quello delle Brigate Rosse in Italia). Si
trattava di gruppi che rifiutavano di partecipare normalmente al gioco politico
e cercavano di imporre la loro volontà a un popolo con la forza. Questo uso del
termine comportava già una ambiguità. Quando un paese era diretto, per esempio,
da una dittatura militare, ogni violenza che mirava a rovesciare quella
dittatura, era qualificata come “terrorismo”, mentre così non era definita la
violenza, spesso molto più grande e più crudele, del regime militare in
carica.
Ma nel corso degli ultimi anni, e ancor più, delle ultime settimane, la
parola terrorismo è stata utilizzata senza alcun ritegno da politici,
giornalisti e gente comune in un senso ancora più largo e dunque molto più
ambiguo e per forza di cose molto soggettivo.
Se si volesse – ma è ancora possibile? – evitare all’umanità un altro
lungo periodo di distruzioni e di sofferenze incalcolabili, bisognerebbe bandire
l’utilizzo della parola terrorismo e chiamare le cose con il loro nome. Ciò di
cui si tratta è violenza. Ascoltando i discorsi infiammati dei nostri
politici, partiti per la crociata
al fine di liberare il mondo dal male (Dio non ci è ancora riuscito) e
per stabilire un nuovo ordine internazionale (Hitler e Stalin ci hanno provato,
con i risultati che sappiamo, dobbiamo per forza constatare che ciò che viene
chiamato attualmente “terrorismo” non è niente altro che la violenza
praticata dall’altro, anche se essa non è diversa nella sua natura da quella
che noi stessi pratichiamo. Parafrasando la nota espressione di Sartre, si
potrebbe dire che, nel linguaggio attuale, “il terrorista è
l’altro”.
Perché non costituire una grande coalizione su scala mondiale, di tutta
l’umanità, per sforzarsi di ridurre sempre più la violenza, sia in seno alle
nazioni, che tra le nazioni, piuttosto che costituire delle coalizioni armate
con la pretesa di schiacciare il terrorismo – necessariamente identificato in
modo partigiano – per mezzo di interventi militari che le vittime hanno il
diritto di considerare come attacchi terroristici?
L’attacco contro le due torri del World Trade Center e il Pentagono, è un
atto di violenza ingiustificabile che deve essere condannato nel modo più assoluto. Ma per i
Palestinesi che vedono da anni le loro case rase al suolo dai bulldozers e dai
carri armati dell’occupante e i loro ragazzi che lanciano sassi cadere sotto le
raffiche dei fucili mitragliatori, senza che la comunità internazionale
protesti, come possono vedere la differenza? E perché mai gli Iracheni, che
hanno visto i loro civili a decine di migliaia cadere uccisi negli attacchi
pensati per colpire basi militari, sotto bombe che si pretendevano
“intelligenti” più di quanto non fossero in realtà, non sono in diritto di
considerarsi vittime di attacchi terroristici, allo stesso modo degli abitanti
di New York e degli inquilini del Pentagono? E i bambini iracheni (più di mezzo
milione secondo le cifre delle Nazioni Unite, almeno un milione secondo diverse
ONG), che sono morti come conseguenza immediata di sanzioni che la grande
maggioranza dei paesi membri delle Nazioni Unite vorrebbero veder cessare da
molti anni, ma che sono mantenute in essere unicamente perché una struttura
ormai desueta e ingiusta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite accorda
il diritto di veto contro ogni risoluzione che vada in questo senso a uno dei
Paesi in questione, che si trova allora ad essere “giudice e parte in causa” non
possono, questi bambini, essere considerati vittime del terrorismo? Perché i
morti dalla nostra parte sono chiamati “vittime” (e lo sono), mentre quelli dell’altra
parte sono pudicamente evocati come “danni collaterali”?
Uno dei principi fondamentali della giustizia nei nostri paesi
occidentali, che si fregiano del rispetto dei diritti umani (la cui definizione
è del resto sempre soggettiva) è che ogni persona deve essere considerata
innocente finché non è provata colpevole davanti a un tribunale, dove abbia
avuto la possibilità di difendersi. Come si fa, mentre la comunità
internazionale permette a una nazione di assassinare sistematicamente e senza
processo le persone della nazione vicina che considera “sospette” di atti
terroristici? Come giustificare, secondo i nostri propri principi di diritto, il
lancio di un’operazione militare di massa, al prezzo di distruzioni immani e di
numerose vittime, per catturare “vivo o morto”, e prima di ogni processo il
“sospettato n. uno?
All’inizio della guerra contro l’Iraq, il Generale Colin Powell
annunciava coraggiosamente alla televisione: "We will bomb them back to Middle
Ages". È quello a cui si dedica da
tre giorni. Queste missioni tornano ad onore delle civiltà occidentale, di cui
Silvio Berlusconi, Presidente dei canali televisivi italiani ( e di ben altro)
proclamava con grande enfasi recentemente
la superiorità sul mondo arabo?
Il popolo Afgano è stato invaso dieci anni fa dall’Unione Sovietica, con
un pretesto che non era affatto diverso da quello utilizzato oggi per invaderlo
di nuovo. Questo popolo è stato vittima per molti anni di una guerra crudele,
nel contesto classico della Guerra Fredda in cui si combattevano l’Unione
Sovietica da una parte e dall’altra parte gli Stati Uniti per interposti
Mujahidin. I Talebani sono fanatici religiosi, che nessuno rimpiangerà quando
partiranno. Eppure allora, almeno in partenza, volevano liberare il loro paese
dalle bande criminali che si ritrovano oggi nell’Alleanza del Nord e che si
vuole ora rimettere al potere – il che permetterà loro di continuare
indisturbati, la loro produzione di oppio. Certi paesi, che gli interessi economici
o la paura di rappresaglie
militari, hanno indotto a schierarsi rapidamente dalla parte della grande
coalizione Bush/Blair, non vantano un credito superiore a quello dei Talebani
nel campo del rispetto dei diritti della donna e di altri diritti umani
fondamentali. Al popolo Afgano, che già muore di fame, hanno già distrutto tutte le
infrastrutture (ospedali, scuole ecc.) - al punto che il problema fondamentale
della nostra brava Coalizione diventa quello di trovare qualcosa da distruggere,
al di fuori delle basi militari costruite dalla CIA per Bin Laden, quasi
vent’anni fa . In questo
contesto, non ha forse il diritto
di considerarsi “vittima del terrorismo internazionale” ? Ah, dimenticavo – gli vengono
paracadutate tonnellate di viveri in questi giorni. Ma si tratta, con tutta
evidenza, di una operazione più mediatica che umanitaria. La geografia del paese
è tale che la maggior parte di questi viveri cadrà in luoghi inaccessibili e
certamente una parte dei colli – lanciati di notte – schiacceranno coloro che si
vorrebbe soccombere. Il che è già accaduto in passato in operazioni di questo
genere. Semplici danni collaterali!
La lista delle situazioni che, da tutte le parti, si possono considerare
come “azioni terroristiche” è molto lunga, e potrà occupare pagine intere, e
perfino libri. Ma non ci siamo stancati di questa ipocrisia
collettiva?
Chiamiamo le cose con il loro nome. È di violenza che si tratta,
qualunque ne siano l’origine e i motivi. Perché allora non chiamare ad un grande
movimento pacifico di resistenza ad ogni forma di violenza? Un capo si stato, parodiando il Vangelo,
diceva recentemente: “coloro che non sono con noi sono contro di noi”. Gesù di
Nazareth aveva utilizzato la stessa espressione: ma era per chiamare all’amore e
alla condivisione, e non alla guerra.
Armand
VEILLEUX
Era della Quinta
Crociata, anno I, giorno 4.