La civiltà occidentale. Un progetto più urgente che mai.
Ho letto da qualche parte che un
giorno avevano domandato a Gandhi che cosa pensasse della cultura occidentale,
e che egli avrebbe risposto: “sarebbe un’ottima idea”. Non so se la frase è
storica oppure no, ma come dicono gli italiani, se non è vero è ben trovato.
Oggi, quando si parla di “civiltà
occidentale” e si tenta di mostrare la sua superiorità sulle altre, come ha
fatto qualche anno fa Samuel Huntington in un libro (Scontro di civiltà),
apparso inizialmente sotto forma di articolo nella rivista americana Foreign
Affairs (il che è rivelatore delle sue preoccupazioni e dei suoi
obiettivi), mi dico che sarebbe urgente averne una, prima di tentare di
paragonarla alle altre civiltà.
Numerosi eventi degli ultimi mesi
dimostrano che il mondo occidentale ha un urgente bisogno di essere
ri-civilizzato. Sembra che noi abbiamo
dimenticato collettivamente un gran numero di valori che consideravamo come
fondamenti di ciò che chiamavamo la nostra civiltà. L’ultimo avvenimento è la
lentezza inverosimile della comunità internazionale a reagire alla tragedia
umanitaria di Goma.
La lava del Nyiragongo ha cominciato
giovedì scorso (17.01.02 ndt.) a
ricoprire la città di Goma, riducendola praticamente in rovine e obbligando una
popolazione di quasi 500.000 abitanti a fuggire in tutte le direzioni, la metà
verso il Rwanda. E’ stato necessario
attendere più di tre giorni, prima che un po’ di aiuti internazionali cominciassero
ad arrivare col conta-gocce. Dov’erano, durante quelle tragiche giornate, le
grandi potenze che hanno mobilitato i loro mezzi finanziari e militari per
aiutare Kabila a rovesciare Mobutu e poi per aiutare tutta una serie di paesi
vicini e di gruppuscoli di ribelli locali ad opporsi a Kabila?
Il Kivu è da parecchi anni spogliato
sistematicamente delle sue ricchezze naturali, direttamente dai paesi vicini –
che ne traggono qualche profitto – e indirettamente dalle grandi potenze
occidentali – che ne traggono profitti enormi. Finché la guerra torna a favore
di tutta questa gente, nessuno ha interesse che finisca. E dunque la guerra
continua, malgrado le iniziative di pace e pochi caschi blu sparsi
sull’immensità del paese in numero puramente simbolico. La popolazione locale è
stata ridotta a una miseria indicibile e nessuno se ne preoccupa, salvo qualche
ONG qui e là, operando a partire da Goma, e dunque per il momento avendo
cessato praticamente di operare.
Il vulcano Nyiragongo è uno dei più
attivi del mondo e ha avuto eruzioni devastanti nel recente passato. L’eruzione
attuale non poteva evidentemente essere evitata ma poteva essere prevista. Segni premonitori esistevano d’altronde da
parecchie settimane. Ma poiché il paese è in stato di guerra, gli strumenti
moderni destinati ad analizzare i movimenti tellurici, piazzati sul fianco del
vulcano dai tempi di Mobutu, sono inutilizzati da lungo tempo, e ora si ignora
tutto di quel laboratorio specializzato. L’eruzione poteva dunque essere
prevista e una evacuazione degna e organizzata della popolazione (nel Congo
stesso, e non verso il Rwanda) sarebbe costata tutt’al più il prezzo di un
missile sofisticato lanciato sulle grotte desertiche dell’Afghanistan. Chi è responsabile? Noi tutti. Noi tutti, in
America e in Europa, che approfittiamo direttamente o indirettamente di questa
guerra e dello sfruttamento delle materie prime di cui rigurgita il Kivu – o piuttosto di cui
rigurgitava, perché ne è rapidamente spossessato – in particolare di minerali come
il coltan, importanti per la fabbricazione delle armi di distruzione di
massa utilizzate attualmente per difenderci contro i pericoli del terrorismo
mondiale. Ho vergogna.
Questa tragedia di Goma non è che un
ulteriore indizio del fatto che la nostra civiltà occidentale è gravemente
ammalata.
L’Algeria ha conosciuto recentemente
una situazione analoga a quella di Goma. Migliaia di persone, la cui vita
avrebbe potuto facilmente essere salvata, sono morte ad Algeri al tempo delle
ultime inondazioni. Delle canalizzazioni sotterranee esistevano per evacuare le
acque in tali circostanze. Non solo queste canalizzazioni non sono state
affatto oggetto di manutenzione da parecchi anni, ma i militari al potere ne
avrebbero fatto sigillare un certo numero per impedire che gli islamici dei GIA
(gruppi islamici armati, dicono alcuni, “gruppi islamici dell’Armée” si dice
sempre di più in Algeria…) le utilizzassero, e non hanno mai pensato di
riaprirle. Eppure l’Unione Europea ha
appena siglato degli accordi economici , malgrado le proteste delle ONG in
difesa dei Diritti umani, con questa dittatura militare che continua da oltre
dieci anni a fare la guerra contro il suo popolo. Per i paesi europei i
profitti economici di questi accordi sono evidentemente più importanti che
l’instaurazione di una vera democrazia in Algeria. Ho vergogna.
Altra situazione drammatica attuale.
Nel corso degli ultimi mesi il lento genocidio del popolo palestinese ha
conosciuto un’accelerazione spaventosa.
Ogni attacco follemente disperato di un commando suicida contro degli
Israeliani diventa il pretesto di una risposta massiccia che finisce di
distruggere il poco di infrastrutture civili che possedevano i Palestinesi, che
vivevano già da generazioni in campi di rifugiati sprovvisti delle necessità
umane più elementari. Si distrugge tutto: edifici amministrativi, stazione radio e televisione, posti di polizia, piste
di atterraggio, elicotteri, ecc. e molte case private, con l’obiettivo divenuto
evidente di rendere impossibile la creazione di uno stato palestinese. E
nessuna Cancelleria protesta – se non una o l’altra in forme diplomatiche tali
che praticamente si scusano di protestare. Il presidente Arafat è tenuto
prigioniero nel suo domicilio, gli viene tolta ogni possibilità di comunicare,
via terra, via aria o via onde, con il
resto del suo popolo disseminato su un territorio composto di piccole parcelle
isolate; e dopo le cancellerie occidentali, che sembrano far girare sempre lo
stesso disco, ripetono tutte lo stesso messaggio pre-registrato: “Il Presidente
Arafat dovrebbe fare di più per far cessare la violenza”. L’atroce ipocrisia di un simile
atteggiamento salta agli occhi di ogni cittadino. I nostri eletti pensano
diversamente o non hanno il coraggio di protestare. Siamo in democrazia? Ho
vergogna.
Quando Donald Rumsfeld, Segretario
alla Difesa degli Stati Uniti commentava l’avanzata delle truppe in Afganistan,
misurava esplicitamente il successo dei bombardamenti americani riferendosi al numero di nemici uccisi. Le
sue osservazioni erano così primitive che si è avuta veramente l’impressione di
essere ritornati all’epoca di Neandertal. Egli ha espresso a più riprese il suo
desiderio che nessuno dei soldati accerchiati dentro Kunduz, durante l’assedio
di questa città, potesse uscirne vivo, anche se avesse voluto arrendersi. 450
di loro sono stati effettivamente massacrati dalle forze dell’Alleanza del
Nord. Civiltà? Ho vergogna.
Centinaia di soldati afgani sono
stati trasportati in condizioni abiette
all’altro capo del mondo per essere tenuti prigionieri come animali in gabbia,
esposti alle intemperie. Si può ancora parlare di civiltà? La maggior parte,
fino a prova del contrario, non ha commesso altra colpa che difendere il
proprio paese da una invasione straniera.
Viene loro rifiutato di considerarli come prigionieri di guerra, mentre
si vuole farli giudicare per direttissima da tribunali militari d’urgenza,
privandoli così doppiamente delle garanzie che concede loro il diritto
internazionale. Solo la voce coraggiosa di Mary Robinson, Alto Commissario dell’ONU per i Diritti
umani, tra le autorità, si è fatta sentire per ricordare i diritti di questi
prigionieri. Ho vergogna.
Si, ho vergogna di
appartenere a questa sedicente civiltà. Avrei vergogna di appartenere
all’umanità se l’Incarnazione del Figlio di Dio non ci avesse rivelato che
siamo almeno capaci di molto meglio.Voglio continuare a sperare. Ma chi verrà a civilizzarci di nuovo ?
Armand
Veilleux
abbate
di Scourmont
20 janvier 2002