Il ruolo del Capitolo generale
nel
processo di rifondazione di un istituto religioso
(Articolo pubblicato in
lingua spagnola nella rivista Vida
Religiosa, 82 (1997) 302-312, in un numero speciale sul tema: “I fondatori
rifonderebbero i loro Istituti!”)
Ogni istituto religioso vive il Vangelo
secondo un carisma determinato. Questo carisma è stato anzitutto in genere quello di un fondatore o
di una fondatrice, ed è stato ricevuto e assunto da un gruppo di discepoli che
hanno formato la prima comunità di questo istituto. In seguito è stato continuamente re-interpretato attraverso gli
anni, o anche i secoli, in funzione di nuovi bisogni della Chiesa e della
società e di nuove situazioni culturali. Questo carisma iniziale è il
fondamento sul quale riposa tutto l’istituto e ogni sforzo di rinnovamento non
può essere che un ritorno a questo fondamento, dunque una ri-fondazione.
Invitando tutti gli istituti religiosi a
intraprendere uno sforzo di rinnovamento, il Concilio Vaticano II ha designato
l’istituzione secolare del Capitolo generale come strumento privilegiato per
realizzare questo compito. Nel corso di un Capitolo generale un istituto assume
nuovamente il suo carisma, ne fa una rilettura in funzione del contesto
ecclesiale e culturale di oggi, e prende le decisioni che si impongono per il
suo inserimento rinnovato nella pasta umana ed ecclesiale contemporanea.
I -
Capitolo generale come evento ecclesiale.
Un carisma non è dato, è affidato. Non
appartiene alla persona o al gruppo che lo riceve, ma alla Chiesa. Così avviene
del carisma di un istituto religioso. Benché gli sia proprio, non è tuttavia di
sua esclusiva proprietà. Questo carisma, per sua stessa natura, appartiene al
Popolo di Dio tutto intero e non alle
centinaia o migliaia di membri che formano attualmente l’istituto. Questi
ultimi ne sono i guardiani, ma non ne sono i proprietari. L’insieme delPopolo
di Dio ha dunque un diritto e un dovere di vigilanza su questa parte del suo patrimonio – diritto e dovere che
esercita la gerarchia ecclesiastica, in nome del popolo di Dio, specialmente
attraverso l’approvazione delle Costituzioni di ogni istituto.[1]
Il
capitolo di un Istituto non è dunque un affare privato che concerne
unicamente i membri di questo istituto. Si tratta di un evento ecclesiale che
interessa la comunità cristiana tutta intera. E’ normale che si interessi ad
esso questo evento e si preoccupi dei suoi orientamenti. Per un istituto è
l’occasione privilegiata di assumere
una nuova coscienza dei suoi legami con la Chiesa, di cui esercita una parte
della missione, e con il mondo, al quale è inviato da Cristo.
Un gruppo di cristiani può riunirsi per
vivere insieme la loro vita cristiana in tutta libertà, senza domandare alcun
riconoscimento giuridico. A partire tuttavia dal momento in cui vogliono essere
riconosciuti dalla Chiesa come istituto, accettano di riconoscersi guardiani di
un carisma ecclesiale. Se poi questo gruppo è costituito, non solo da un’unica
comunità locale, ma da una comunità di comunità riunite in una Congregazione o in un Ordine, è questo
insieme che ha ormai la responsabilità di discernere collegialmente la volontà
di Dio su di esso. Il Capitolo generale è un momento forte di questo
discernimento.
La vita consacrata appartiene in effetti alla
struttura stessa della Chiesa. E’ antica quanto questa. Anche se una certa
convenzione la fa nascere verso la fine del secondo secolo della nostra era,
con l’apparizione del monachesimo organizzato, non è che una convenzione degli
storici. Questo monachesimo istituzionalizzato dell’epoca di un Antonio e di un
Pacomio è in piena continuità con l’ascetismo cristiano dei due primi secoli.
In realtà le origini della vita religiosa risalgono fino alla prima generazione cristiana e finanche all’evento
della Pentecoste.
Quando dei Cristiani, fin dalla prima
generazione cristiana, si sentirono chiamati ad adottare come modo permanente
di vita alcune delle rinunce radicali richieste da Gesù a coloro che volevano
seguirlo, essi trovavano nella cultura ambiente una corrente religiosa di
orientamento ascetico e mistico, nella quale Gesù stesso si era inserito,
facendosi battezzare da Giovanni, che
egli stesso aveva assunto nel suo modo di vita con i suoi
discepoli. Allorché, dopo alcuni secoli
di fecondazione di questa corrente per opera del messaggio evangelico, e di
progressiva purificazione delle sue manifestazioni esteriori, appare il
fenomeno strutturato del monachesimo, noi siamo al punto di arrivo di processo
di inculturazione ammirevolmente riuscito. Un processo sempre da continuare e
da riprendere.
Vi è uno stretto legame tra rinnovamento,
evangelizzazione e inculturazione. Sono tre parole che in questo contesto
designano la stessa realtà, vista sotto angoli leggermente diversi.
L’evangelizzazione si fa nell’incontro
del Vangelo con una cultura. Da questo incontro risulta una trasformazione
della cultura e il Vangelo vi trova una nuova forma di espressione. Questo
fenomeno lo chiamiamo oggi
inculturazione. Poiché ogni cultura evolve incessantemente e subisce in
certe epoche delle trasformazioni più radicali e più rapide, essa deve essere,
nelle sue nuove forme di esistenza, costantemente confrontata di nuovo con il Vangelo e di nuovo da esso fecondata.
E’ il processo chiamato ormai nuova evangelizzazione, che è sempre necessaria,
non perché la precedente evangelizzazione non sarebbe riuscita o avrebbe
perduto la sua vitalità (cosa possibile), ma semplicemente perché la realtà che
è stata evangelizzata, è ora diventata altra e deve, nella sua nuova forma,
essere di nuovo confrontata con le sfide del Vangelo.
Se ogni vera inculturazione è una nuova
evangelizzazione, ogni rinnovamento che non è un atto fatto una volta per
tutte, ma un processo ininterrotto, è una ri-fondazione, poiché consiste nel
ritrovare i solidi fondamenti del Vangelo sotto lo spesso strato di umanità,
dis troria e di tradizioni accumulato nel corso di due millenni di
cristianesimo e di alcuni (o parecchi) secoli di storia dell’istituto.
Nel caso di un Capitolo generale – e questo
vale anche a diversi livelli per i Capitoli provinciali e locali – un istituto
si mette in situazione di ascolto.
Prima di tutto all’ascolto della Parola di Dio. Questa Parola gli viene
attraverso la sua propria tradizione e anche attraverso ciò che vivono,
percepiscono e dicono i suoi membri. Essa gli viene anche attraverso ciò che lo
Spirito dice alla Chiesa di oggi, anche con i segni dei tempi, cioè il contesto
sociale e culturale contemporaneo.
Lo stesso Spirito che ha parlato ai fondatori
continua a parlare nel cuore di ciascuno dei membri attuali dell’istituto e a interpellarli nelle loro situazioni
concrete e diverse. E’ dunque importante che un Capitolo generale si dia i
mezzi, sia nel corso della sua preparazione, sia nel corso del suo svolgimento,
di dare voce a tutto ciò che si vive in seno all’istituto. Deve ascoltare la
voce di coloro che faticano sotto il peso delle calde giornate di lavoro nelle
attività pastorali tradizionali dell’istituto, come di coloro che scavano nuovi
solchi in terreni sconosciuti. Deve liberare le grida di angoscia degli
insoddisfatti come la melodia dei soddisfatti. Deve lasciarsi guidare dai
successi nelle iniziative umane e lasciarsi istruire dai fallimenti.
In questa disposizione all’ascolto della
parola di Dio, è normale che l’istituto,
in occasione del Capitolo generale, faccia una rilettura dei testi
fondatori della sua Tradizione, e anche di quello che hanno vissuto il
fondatore e la prima comunità. All’origine di ogni carisma religioso, in
effetti, vi è generalmente non solo una o più persone carismatiche, ma anche
uno scritto fondamentale, come per esempio, la Regola di Sant’Agostino, o
quella di San Benedetto, o di San Francesco d’Assisi. Come la Bibbia, e come
ogni altro scritto, questi testi sono
pregnanti di significati pressoché illimitati e questa ricchezza di senso non
si manifesta se non attraverso un dialogo sempre rinnovato tra il testo e le
persone che lo leggono entro diversi
contesti. Soltanto le persone – o i gruppi profondamente a contatto con la
cultura del loro tempo e con ciò che lo Spirito nel momento presente dice alla
Chiesa - possono permettere alla
ricchezza di significato contenuta in questi testi antichi di continuare a manifestarsi.
Come è noto, una volta che un testo è uscito
dalla mano del suo autore, acquisisce una esistenza autonoma e assume un nuovo
significato, ogni volta che viene letto – ogni lettura ne è una
interpretazione, che è la rivelazione
di una delle possibilità pressoché infinite contenute nel testo. Questi
scritti, e gli eventi a cui sono associati, prendono costantemente un senso
nuovo, ad ogni nuova lettura.
I Capitoli Generali dell’epoca precedente il
Concilio spesso non erano niente di più, in molti istituti, che capitoli in
vista di una elezione.
Ma una volta che il Concilio ha designato il
Capitolo generale come uno dei principali mezzi di rinnovamento[2],
i Capitoli Generali post-conciliari sono stati consacrati alla revisione delle
Costituzioni, e in via generale, al rinnovamento degli istituti. Forse questi
ultimi per troppo tempo in seguito hanno continuato a concentrare tutta la loro
attenzione sulla loro vita interna e l’organizzazione loro propria.
Un rinnovamento veramente ecclesiale domanda
che gli istituti di vita consacrata esercitino, nel corso stesso dei loro
Capitoli Generali, la loro funzione ecclesiale. Per questo conviene che si
mettano all’ascolto dei bisogni, delle aspirazioni, dei problemi e delle
esperienze del Popolo di Dio tutto intero. Una comunità diocesana, o limitata
alle diocesi di un paese, può fare una lettura, alla luce del Vangelo, di ciò
che vive la Chiesa di questa diocesi o di questo paese. Una grande
Congregazione o Ordine che si estende su scala mondiale è in una situazione
privilegiata per fare una lettura della situazione della Chiesa universale. Una
simile lettura non è niente altro che un servizio che essa può offrire al
Popolo di dio e che nessun altro può realizzare nello stesso modo, e nella
stessa prospettiva.
In momenti di profondi e rapidi cambiamenti
culturali come quelli che viviamo ai nostri giorni, gli istituti religiosi
possono, attraverso i loro capitoli generali, offrire come loro apporto alla
società la loro lettura di situazioni umane, come per esempio, i trasferimenti
in massa di popolazioni, il divario sempre crescente tra ricchi e poveri,
l’incontro su vasta scala delle culture e delle religioni.
L’istituto deve ugualmente sapere ascoltare
ciò che i laici possono avere da dire ai suoi membri delle proprie aspirazioni
e di ciò che si aspettano da loro. Non soltanto molte fondazioni religiose
hanno cominciato come movimenti laici, ufficialmente riconosciuti in seguito
dalla chiesa come istituti religiosi, ma certe riforme della vita religiosa, le
grandi riforme monastiche del dodicesimo secolo per esempio, e quella di
Cîteaux in particolare, furono la risposta alle aspirazioni, alle attese e alle
richieste di movimenti laici sorti in seno alla Chiesa durante tutto il secolo
precedente.
Un fenomeno a cui tutti gli istituti
religiosi devono fare un’attenzione tutta particolare oggi è il fatto che un
gran numero di laici, in tutte le parti del mondo, si sentono attualmente
chiamati a condividere non soltanto le attività e la missione di tale o
tal’altro istituto religioso, ma anche la sua spiritualità, pur conservando i
loro obblighi e la loro situazione nel mondo. Forse molti istituti dovrebbero
avere l’umiltà di riconoscere che lo Spirito di Dio, “proprietario” ultimo del
loro carisma sta dando a questo stesso carisma forme di espressione nuove, a
cui essi non avrebbero mai osato pensare.
La parola ascoltata, assimilato, e per ciò
stesso interpretata, non può essere gelosamente tenuta per sé. Essa brucia le
viscere e deve trasformarsi in parola trasmessa. La parola del Capitolo si
rivolgerà evidentemente all’insieme dell’istituto, di cui i capitolari sono i
delegati, ma dovrebbe anche, almeno in certe circostanze, avere il coraggio di
rivolgersi al Popolo di Dio e alla società civile. Vi sono cose che, una volta
ascoltate, non si ha più il diritto di non gridare sui tetti. Evidentemente la
parola del capitolo adempirà alla sua funzione soltanto se è comprensibile per
coloro a cui è rivolta. Sembra inutile, se non impertinente, ricordarlo; ma
disgraziatamente troppi testi usciti dai Capitoli Generali - come da tanti
altri organismi ecclesiastici – utilizzano un linguaggio che ben pochi
comprendono.
La nuova interpretazione dei testi fondatori
non deve tuttavia esprimersi necessariamente in nuovi testi, commenti o
circolari, ma prima di tutto in azioni, gesti, assunzione di orientamenti, in
una vita di santità trasformata da
questo dialogo con il testo. La tradizione sarà allora trasmessa alle
generazioni successive non attraverso gli scritti del Capitolo generale, ma
attraverso la vita stessa dell’istituto, trasformata da questo contatto.
Un Capitolo generale è per un istituto il
momento di ridefinire la sua identità. Occorre qui tuttavia evitare uno
scoglio. Questa definizione non può essere astratta, e non dovrebbe essere il
frutto di una analisi scientifica degli scritti primitivi e della storia
dell’istituto realizzata da specialisti. L’identità di una comunità non si definisce attraverso una formula, ma
attraverso delle decisioni concrete che implicano il senso rinnovato di una
vocazione, il riconoscimento di una missione specifica e, in molti casi,
l’ammissione di un bisogno di conversione e l’impegno a realizzarla nella vita di tutti i giorni.
La nostra identità non è, in effetti,
qualcosa che possiamo determinare noi stessi. Essa ci viene dalla risposta
a una chiamata ricevuta e questa
chiamata è sempre nuova. La nostra identità non è qualcosa che possiamo
scoprire unicamente studiando il nostro
passato. Noi la realizziamo rispondendo
alle chiamate dello Spirito a noi oggi. Ma soprattutto, ciò che noi dobbiamo
proclamare al mondo, non è chi siamo noi. E’ Gesù Cristo. Noi non abbiamo da
dire a noi stessi, o a chicchessia, chi siamo noi. Noi dobbiamo dire chi è Dio.
E dobbiamo dirlo attraverso la nostra vita, come attraverso le nostre parole.
Può essere che in certi paesi, dove non è permesso predicare il Vangelo a
parole, e dove i valori evangelici – che sono i valori umani più fondamentali -
i religiosi possono unicamente viverli nel loro ambiente di lavoro e nelle loro
relazioni umane, è là che la “testimonianza” cristiana (martirio) è al suo
stato più puro.
D’altronde forse bisognerebbe guardarsi dalla moltiplicazione di testi
detti “spirituali” e non sottovalutare
l’importanza di testi legislativi. L’elaborazione, da parte di un
Capitolo generale, di buoni Statuti, per esempio sulla formazione iniziale e
permanente, o sulla visita canonica, o ancora sulla messa in pratica
dell’opzione in favore dei poveri, può essere una attività più pastorale e spirituale
che la pubblicazione di bei testi sulla spiritualità del proprio Istituto. Il
Capitolo generale ha da preoccuparsi non soltanto della qualità della vita
religiosa dei suoi membri attuali, ma anche della qualità dell’Istituto stesso,
che ha per missione di mantenere vivo il suo carisma e di trasmetterlo alle
generazioni future, attraverso un complesso coerente di dottrina, di
tradizioni, di osservanze e di riti.
Attraverso il Capitolo generale, un Istituto è chiamato a portare sul
mondo che lo circonda, nel quale egli vive, e al quale egli è stato inviato in
missione, uno sguardo di amore e di compassione. Quante parole vane ai nostri
giorni, in molti scritti detti “religiosi”, in cui il mondo moderno è giudicato
in blocco come cattivo e corrotto e in cui i religiosi si presentano loro
stessi come una contro-cultura, o come un sostituto evangelico alla cultura
ambiente! La storia degli Istituti religiosi, e in particolare quella del
monachesimo cristiano, longa quasi due millenni, mostra che ogni volta che vi è
stato un momento di grande creatività o di rinnovamento di una qualità
particolare, ciò è avvenuto quando un gruppo di uomini o di donne sono stati
particolarmente presenti alla cultura del loro tempo e hanno saputo dare nella
loro vita una risposta alle aspirazioni
più profonde degli uomini e delle donne del loro tempo, aspirazioni che
erano diventate le loro.
Non è raro che i religiosi, in un rifiuto semplicistico della
modernità, si lascino incantare da un movimento filosofico che si è auto-proclamato
“post-modernità” e che è immensamente più contrario alla fede cristiana di
quanto abbia potuto esserlo la modernità, in qualunque delle sue espressioni.
Come l’insieme dei cristiani, ma in modo particolare, i religiosi sono
chiamati a evangelizzare, dunque à inculturare il Vangelo o a trasformare la
cultura ambiente dall’interno, mettendovi i fermenti del Vangelo, e non
proclamando la morte o la decadenza
della loro propria cultura. La contro-cultura non ha mai generato
alcunché. Una vita religiosa “contro-cultura” sarebbe anti-evangelica. Vi sono
evidentemente in ogni cultura dei semi di morte e degli elementi in via di
decomposizione che servono da concime alle sementi di vita nuova che non
mancano mai di germogliare. Il compito dei religiosi è si saper gettare uno
sguardo contemplativo e pieno di compassione su questa cultura e discernervi i
segni di vita nuova da far crescere. I profeti di sventura che hanno già
percepito i segni di morte sono già sufficientemente numerosi.
Se il Capitolo generale si tiene per esempio nel momento in cui si vive
qualche evento speciale in un paese particolare o ancora in una Chiesa locale
in cui l’Istituto è presente, un messaggio dell’Istituto a questa Chiesa o a
questa società, a partire dalla propria esperienza evangelica particolare,
potrebbe essere non soltanto un gesto legittimo, ma, in certi casi, la risposta
ad un obbligo morale. Senza cadere tuttavia nell’inflazione verbale di cui
sembra soffrire la Chiesa oggi. Non sarebbe assolutamente il caso che i Capitoli
si sentano obbligati a pubblicare lunghi documenti in cui sarebbero analizzati
tutti gli aspetti di un problema, e in cui la cura dei particolari impedirebbe
ogni parola incisiva e capace di a smuovere. Un breve appello di poche righe a
tale tipo di impegno in tale situazione concreta, o la denuncia inequivocabile,
in stile lapidario, di tale o talaltro abuso di potere o di tale mancanza ai diritti umani
elementari, ha certamente più peso ed efficacia.
IV – Una parola data e
ricevuta nel dialogo
Un Capitolo generale non può essere semplicemente il fatto di un gruppo
di persone elette a questo scopo. E’il fatto di tutti i membri dell’Istituto. I
capitolari sono “delegati” che esercitano la loro funzione in nome di tutti i
membri dell’Istituto. Un Capitolo è un
atto collegiale e comunitario. Collegiale nel suo funzionamento, il che vuol
dire che le decisioni prese in Capitolo lo sono da parte del collegio dei
partecipanti legalmente designati. Comunitario, perché è l’espressione della vita di tutta la comunità di
comunità che è l’Istituto.
Un istituto comincia a disintegrarsi nel momento in cui quelli che sono
più attenti ai bisogni della chiesa e della missione e più in sintonia con il
carisma del fondatore si vedono costretti a sviluppare progetti personali,
magari benevolmente benedetti dai superiori, senza poter inserirli in un
progetto comunitario. Il Capitolo generale ha dunque la responsabilità di
informarsi di questi progetti individuali, di valutare obiettivamente il loro
valore e la loro autenticità, e di assumerli eventualmente in nome di tutto
l’Istituto. E’ lì spesso la via del rinnovamento.
Il Capitolo, essendo un momento di ascolto, deve essere un momento di
dialogo; infatti è attraverso la parola degli altri che ci è trasmessa la parola
di Dio. Il dialogo è quindi un esercizio di docilità a Dio. Per rispondere a
Dio occorre innanzitutto ascoltare gli uomini. Per sentire la voce di Dio,
occorre dialogare con i propri fratelli. Questo dialogo può prendere mille
forme, dalla condivisione del Vangelo, fino alla risposta ad un questionario o
ad una inchiesta, passando per le riunioni di studio, il lavoro nelle
commissioni, la formulazione di mozioni, il mettere in comune ecc. Questo
atteggiamento di ascolto è essenziale durante il Capitolo stesso; lo è
altrettanto nella fase preparatoria.
Un Capitolo generale non può dirsi riuscito che nella misura in cui è
stato ben preparato. E non si tratta semplicemente di una buona preparazione
tecnica – che ha certamente la sua importanza – ma di una preparazione remota
degli spiriti e dei cuori, di cui tutti i membri dell’Istituto devono sentirsi
responsabili. In realtà, il periodo di preparazione di un capitolo comincia il
giorno in cui termina il Capitolo precedente. A partire da quel momento infatti
comincia un lavoro di conversione e di impegno a mettere in pratica gli
orientamenti di quel Capitolo. Ed è questo sforzo che permetterà all’istituto,
quando ci sarà il Capitolo successivo, di fare una nuova lettura della sua
tradizione e del suo contesto culturale ed ecclesiale con occhi e cuori
rinnovati, al fine di reperirne un nuovo significato e di percepirne nuove
chiamate.
Se si tratta di un capitolo di elezione, ci si lascerà guidare dallo
Spirito per eleggere non tanto la persona che piace di più o che sarà il
migliore amministratore, ma quella che sembra capace di dirigere l’Istituto nel
proseguimento della sua missione e nella lettura continua della volontà di Dio.
Di solito elezioni del genere sono accompagnate da messe solenni dello Spirito Santo
e di invocazioni per ricevere i suoi lumi. Nulla di più encomiabile. Tuttavia
rinunciamo un po’ troppo facilmente alla nostra responsabilità di
discernimento, pensando che colui che sarà eletto sarà il candidato dello
Spirito Santo.
In realtà lo Spirito Santo offre sempre tutti i lumi necessari: l’unico
problema è sapere se noi li utilizziamo. Domandare la luce dello Spirito prima
di una elezione è in realtà domandare la purezza del cuore che Dio solo può
dare – affinché noi possiamo aprirci alla luce che egli ci offre in permanenza
per il nostro discernimento. Dio non ha candidato. Lascia ai capitolari la
piena responsabilità della loro scelta; e si lega egli stesso a questa scelta.
Questa scelta sarà felice o infelice per l’Istituto nella misura in cui i
capitolari avranno fatto un buon discernimento, utilizzando tutti i mezzi umani , attraverso cui lo Spirito Santo
lavora. E qualunque sia l’attitudine o la mancanza di attitudine dell’eletto,
Dio gli offrirà sempre la sua grazia, che anch’egli potrà utilizzare o meno, a
seconda il suo proprio grado di purezza di cuore.
Dal punto di vista dell’atmosfera delle sedute, un Capitolo deve senza
dubbio avere un ritmo “umano”, con un orario che permetta a ciascuno di avere
non soltanto il tempo necessario del sonno, ma anche dei momenti di preghiera
comune e personale e degli spazi di riflessione e di fraternità. Sarebbe errato
tuttavia voler trasformare un Capitolo generale in ritiro spirituale. L’ascolto
della Parola di Dio proprio ad un Capitolo si realizza prima di tutto attraverso lo sforzo - serio, responsabile
ed esigente - di una analisi della tradizione e del contesto contemporaneo che
non trascura nessuno degli strumenti offerti dalla scienza e dalle tecniche
moderne, e che non trascura affatto le lunghe ore di ascolto reciproco che
possono divenire un’autentica ascesi, soprattutto se questo ascolto deve farsi
attraverso un sistema di traduzioni simultanee e con lo sforzo costante di
decodificazione culturale necessario a ciascuno che voglia cogliere bene il
messaggio dell’altro.
E’ assolutamente normale che nel corso di un Capitolo si manifestino
talvolta delle tensioni tra diverse tendenze. I capitolari venuti dall’Asia non
avranno necessariamente le stesse prospettive di quelli venuti dall’europa; gli
Africani potranno trovare artificiali i “problemi della vita religiosa” sentiti
dagli Americani. Un capitolare che fa il cancelliere nella Chiesa Cattedrale,
per esempio, non avrà forse la stessa lettura delle situazioni locali e dei
bisogni che ha il suo confratello che condivide la vita dei poveri in una
bidoville della stessa città. Ma questa diversità e questa complementarità
delle letture fa precisamente la ricchezza di una tale assemblea. Come in ogni
situazione simile, la sfida non consiste nel far sparire le tensioni, ma nel
viverle nella carità in un modo che generi luce ed energia.
Un capitolo sarà senza effetto se non è recepito dall’Istituto. Potrà
essere recepito in generale, nella misura in cui tutti avranno potuto
partecipare alla sua preparazione in maniera attiva, avranno potuto contribuire
all’elaborazione di una presa di coscienza comune rinnovata della vocazione
propria dell’Istituto. Le norme che il Capitolo generale potrà pubblicare non
saranno messe in pratica e non porteranno frutti che nella misura in cui
corrisponderanno a delle aspirazioni che esistono già nella base, dove esse
permetteranno la realizzazione di una missione già sentita, oppure avvieranno
un processo di conversione che risponde ad un esame di coscienza collettivo.
Da un tale Capitolo generale un istituto non può che uscire
ri-evangelizzato, inculturato, e dunque ri-fondato, perché stabilito in modo
nuovo sulle sue proprie basi, e dunque sulla pietra angolare che è il Cristo.
Armand VEILLEUX, o.c.s.o.
(traduzione di Anna Bozzo,
21.9.99)
[1] E’ interessante
trovare questa nozione già in San Benedetto (RB, cap.64), il quale nella sua
Regola prevede che, se una intera comunità eleggesse un abate indegno, il
vescovo locale, gli abati e i cristiani del luogo dovrebbero provvedere a dare
a questa comunità un abate degno di questo nome.
[2] Ciò è ripreso nel
Diritto Canonico (c. 631): “Egli ha soprattutto per missione: di proteggere il
patrimonio dell’istituto…, e di promuovere il suo rinnovamento e il suo
adattamento secondo questo patrimonio…”.