Guidati dallo Spirito
Meditazione sulla spiritualità della Vita Consacrata

Armand Veilleux, OCSO

 

Siamo stati chiamati da Cristo a seguirlo. Per questo ci siamo fatti religiosi, e per questo ci ritroviamo qui, tutti insieme. Dopo aver riflettuto, ieri, su questa chiamata, oggi mediteremo sulla spiritualità della vita a cui siamo stati chiamati e che abbiamo scelto.

Quando si parla di "spiritualità" ci si riferisce, evidentemente, allo Spirito. E quando nella Bibbia si parla di spirito, si parla di soffio, di vento, di fecondazione e di nascita. Ognuno di noi, quando ritorna al proprio cuore, vi può ritrovare le tracce degli interventi dello Spirito che stanno all’origine della "sua" vita consacrata. Vorrei invitarvi stamane a meditare insieme sugli interventi dello stesso Spirito di Dio che stanno all’origine della vita religiosa nella Chiesa, a partire da Colui alla cui sequela ci siamo posti, Gesù di Nazareth.

Se volete, contempleremo dapprima alcune icone bibliche, e con esse comporremo una specie di grande mosaico, simile a quelli che si vedono nelle basiliche romane. Spero poi che quando tutte queste icone avranno preso, man mano, il loro posto, possa emergere un quadro abbastanza chiaro delle origini della vita consacrata - delle origini di ciascuno di noi.

1 - Prima parte: mosaico biblico delle origini della vita consacrata

1ª icona: il battesimo di Gesù

Iniziamo con il battesimo di Gesù, perché in esso si possono realmente scorgere le origini prime della vita religiosa cristiana.

All’età di circa trent’anni, Gesù lascia la Galilea per recarsi in Giudea, e insieme alla folla che, in quel momento, scende da Gerusalemme verso le rive del Giordano, con la folla dei peccatori, va a farsi battezzare da Giovanni. Nel momento in cui scende nell’acqua, la volta del cielo si squarcia, lo Spirito scende su di lui sotto forma di colomba e la voce del Padre si fa udire: " Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Mc 1, 9-11).

È questa una svolta decisiva nella vita di Gesù. Immediatamente dopo la discesa dello Spirito su di lui, spinto dallo Spirito, Gesù si ritira nel deserto dove sarà tentato da Satana per quaranta giorni. Soltanto dopo, inaugurerà il ministero della sua predicazione.

"Tu sei il Figlio mio prediletto", dice il Padre ...

Ma come è possibile che il Figlio del Padre si trovi là, nell’acqua del Giordano, in mezzo ai peccatori, nell’atto di farsi battezzare da un asceta il cui genere di vita è almeno simile a quello dei monaci di Qumran che vivono in quei luoghi, nei paraggi? Come è possibile questo?

Egli è là, al termine di un lungo viaggio. E san Paolo, nell’epistola ai Filippesi, ci descrive il lungo viaggio che ha condotto Gesù a questo momento della sua e della nostra storia.

"Egli, che era di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma annientò se stesso, assumendo la condizione di schiavo e divenendo simile agli uomini".

Quest’uomo sceso nelle acque del Giordano, su cui si posa lo Spirito Santo, è il Figlio dell’Eterno Padre. Là, egli è al termine di una lunga discesa, che lo ha condotto dal cuore stesso di Dio fino al cuore della nostra condizione umana. E perché si è compiuta una tale discesa? Per poterlo comprendere bisogna risalire ancora nella storia dell’umanità.

Lasciamo per ora l’icona del Battesimo, alla quale dovremo fare ritorno, ed aggiungiamo una seconda icona, in un altro angolo del nostro mosaico. Bisogna infatti risalire fino al primo intervento dello Spirito nella nostra storia, al momento stesso della creazione.

2ª icona: Lo Spirito della Genesi, che genera il sorgere della vita

I primi versetti della Genesi ci descrivono l’universo creato nell’attimo in cui tutto scaturisce dallo Spirito e dalla Parola di Dio - dal Verbo di Dio. "La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque" (Gen 1,2). Il caos primordiale è fecondato dall’ombra dello Spirito, e tutto l’universo creato nasce dall’intervento della Parola. "Dio disse ...". Sette volte. Dio disse, e apparve la luce. Dio disse, e le acque vennero separate dalla terra. Dio disse, e brillarono il sole e la luna ... Ma soprattutto, all’ultimo giorno, Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza" (Gen 1, 3-28).

Dio plasmò l’uomo con l’argilla della terra, inspirò nelle sue narici il suo stesso soffio di vita - il proprio spirito - e l’uomo divenne un essere vivente (Gen 2,7). L’essere umano è stato quindi creato a immagine di Dio, ed ha in sé l’alito stesso di Dio, e quindi, come dirà San Pietro, partecipa alla natura stessa di Dio (2 Pt 1,4). Vi è dunque nell’essere umano un seme di vita divina, chiamato a crescere sempre. E poiché tale seme è divino, possiamo dire di essere nati con una capacità infinita di crescere.

Aveva così inizio la grande avventura dell’uomo e della donna. Un’ avventura che, come sappiamo, fin dai primi giorni è stata segnata dal peccato. E l’essenza stessa del peccato è di essere rifiuto della vita, di quella vita che lo Spirito vuol sempre far crescere in pienezza dentro di noi.

Ma un giorno, nel corso del lungo cammino dell’umanità, apparve un essere umano in cui non era alcun rifiuto della vita, in cui, al contrario, l’apertura era totale. Apparve una donna Immacolata fin dalla sua concezione, aperta in modo così totale, che lo Spirito di Dio - lo stesso Spirito presente ovunque vi sia pienezza di vita - scese su di lei, come era sceso sul caos primordiale, come scese trent’anni dopo su Gesù, come scenderà sui discepoli il giorno di Pentecoste, come è sceso su ciascuno di noi nel giorno del nostro battesimo, della nostra cresima e della nostra professione religiosa. Lo Spirito scese su di lei, ed essa divenne gravida di Dio (Lc 1,35). Essa diede alla luce Dio (Lc 2,52). Essa diede alla luce un uomo in cui l’immagine di Dio era riuscita a tal punto che egli era interamente uomo e interamente Dio. Nello stesso tempo pienamente uomo come Dio aveva destinato che fosse l’uomo, e figlio dell’Altissimo. Dalla propria carne e dal proprio sangue, come dall’amore del proprio cuore esse diede alla luce Dio. Essa è la Theotokos.

Torniamo ora alla nostra prima icona, quella del battesimo. Il figlio di Maria è cresciuto in sapienza e grazia, davanti a Dio e davanti agli uomini, come ogni altro essere umano. Quando egli si presenta davanti all’asceta Giovanni per farsi battezzare, questo gesto non è solo il compimento dei primi trent’anni della sua crescita personale. È anche il compimento di milioni di anni di preparazione divina, di milioni di anni di crescita del seme di vita divina deposto nell’umanità all’alba della creazione.

Ed ora, che cosa fa Gesù, dopo il suo battesimo, prima ancora dei suoi quaranta giorni di deserto, seguendo la cronologia di Giovanni? -- Egli chiama dei discepoli a seguirlo. È questa la terza icona del nostro mosaico.

3ª icona: la chiamata dei discepoli

Ogni evangelista ha descritto in modo a lui proprio il momento così importante della sua chiamata. Limitiamoci per ora alla descrizione piena di tenerezza che ci ha lasciato San Giovanni. Prima di tutto, Giovanni era discepolo del Battista; e questi, in un gesto di grande libertà e di grande distacco, manda i propri discepoli da Gesù, l’indomani del suo battesimo. "Colui chi mi ha inviato a battezzare con acqua, mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo". (Gv 1,33).

I primi ad essere affascinati da Gesù sono Andrea e Giovanni. Non appena odono il Battista dire: " Ecco l’agnello di Dio", si mettono, molto semplicemente, alla sua sequela. L’espressione merita di essere sottolineata. Si tratta della prima volta in cui si parla, nel Vangelo, della sequela Christi. Gesù si volta e chiede loro: "Che cosa cercate?" -- "Maestro, dove abiti?", essi dicono. -- "Venite e vedete", risponde Gesù. Questo dialogo, lapidario nello stile, di una incredibile bellezza per la sua concisione e l’intensità di emozione, ricorda senz’altro a molti di noi il giorno in cui, per la prima volta, abbiamo sentito la nostra chiamata. Come Giovanni, potremmo dire che era quel tal giorno, in quella tal ora, in quel tal luogo ... Come una coppia di sposi ormai anziani ricorda il luogo, il giorno e l’ora della loro prima dichiarazione d’amore (Gv 1, 29-39).

Andrea va a cercare Pietro. L’indomani, Gesù interpella direttamente Filippo e Filippo chiama Natanaele (Gv 1, 40-51). Si forma così, rapidamente, attorno a Gesù, una piccola comunità. Ciascuno è chiamato personalmente, con il proprio nome, come anche noi siamo stati chiamati, ciascuno con il proprio nome. Nel corso dei mesi e dei pochi anni che seguirono la chiamata, questi discepoli appositamente scelti formeranno attorno a Gesù una comunità, che, più tardi, verrà chiamata la comunità apostolica. Le folle aderiscono a Gesù per una mescolanza di motivi diversi, e poi lo abbandonano. Alcuni, che hanno ricevuto il suo messaggio e hanno creduto in lui, vorrebbero anch’essi mettersi alla sua sequela, ma Gesù non accetta. Alcuni sono perfino amici molto intimi, come Marta, Maria e Lazzaro, ma non fanno parte del piccolo gruppo dei discepoli, tra i quali si trovano coloro che verranno scelti un giorno come gli Apostoli, e che seguono Gesù dovunque egli va, adottando il suo austero stile di vita e il suo ministero presso i peccatori e gli infermi.

Ai discepoli che lo seguono, Gesù presenta delle esigenze molto grandi, anzi, radicali, espresse più di una volta in formule molto incisive, che ci appaiono perfino brutali:

"Lascia che i morti seppelliscano i loro morti e vieni, seguimi ..." (Lc 9,60).
"Chi ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, non è degno di me..." (Lc 9,62).
"Chi ama suo padre, sua madre ... più di me non è degno di me ..." (Mt 10,37).
"Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me non è degno di me" (Mt 10,38).

Ma fa loro anche delle promesse:

"Chiunque avrà lasciato il padre o la madre ... riceverà il centuplo" (Mt 19,29).

Lungo il corso dei primi secoli della storia del monachesimo, quei secoli che corrispondono ai primi secoli della storia della vita religiosa, si farà incessantemente riferimento alla comunità dei discepoli (o degli apostoli). Sarà questo il modello a cui sempre ci si riferirà.

Siamo così passati dal battesimo alla chiamata dei primi discepoli e dalla loro chiamata alla loro vita alla sequela del Cristo. Dobbiamo collocare ora un'altra icona e proprio al centro del nostro mosaico: I'icona della Trasfigurazione.

4ª icona: la Trasfigurazione

Questa icona è stata scelta come punto di partenza per l'istruzione post-sinodale di Giovanni Paolo II sulla vita consacrata. Essa esprime infatti con particolare intensità molti aspetti importanti della nostra vita consacrata.

Questa scena si colloca a un momento particolarmente cruciale della vita di Gesù. Le folle hanno cominciato ad abbandonarlo. Egli sa che ben presto dovrà morire. Ed ha cominciato ad annunciare ai discepoli la sua morte. Allora, prende con sé tre di loro, con i quali la sua relazione è più profonda, e li introduce un poco nel mistero, senz’altro, della sua gloria, ma anche, e in primo luogo, della sua prossima morte (Mt 17, 1-9; Mc 9, 2-9; Lc 9, 28-36).

Per aiutarci a comprendere questa scena, torniamo, se volete, all'inno cristologico del secondo capitolo dell'Epistola ai Filippesi, del quale abbiamo or ora ascoltato i primi versetti. II Verbo che, in Dio, era Dio, nella forma di Dio, "in forma Dei", annientò se stesso, si è svuotato (kenosis) si è fatto simile a noi:

si umiliò ancora di più, obbedendo fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,8).

E' in questo abisso che si compie l'insondabile mistero della "discesa" del Figlio di Dio. Egli ha rinunciato ad ogni privilegio, ad ogni diritto. Non ha voluto trattenere niente per sé. A partire da questo momento, egli può tutto "ricevere" come grazia, come dono.

Ha annientato se stesso ... per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni nome. Quando si rifiuta di far valere i propri diritti sugli altri, quando si rinuncia ad ogni privilegio, allora si può tutto ricevere come "dono" (Fil 2,9).

Ecco, abbiamo davanti a noi tutte le tappe che chiunque voglia mettersi alla sequela di Cristo dovrà percorrere. Si tratta di un cammino di comunione che implica la rinuncia totale a se stessi, un cammino di morte a se stessi, che sfocia sulla pienezza della vita, ma una pienezza di vita che non può essere che dono. Un dono che non può ricevere se non colui, se non colei che si è svuotato di se stesso (kenosis), che si è svuotato di ogni pretesa, della pretesa a qualsiasi diritto, a qualsiasi attaccamento.

"Chi vorrà salvare la propria vita la perderà ... chi la perderà per causa mia, la troverà" (Mt 16,25).

Torneremo tra breve, e un po' più a lungo, sulla realtà della comunione, che sta al cuore della vita consacrata. Ma è necessario colmare prima i pochi spazi che ancora restano liberi nel nostro mosaico, con altre due icone. La prima è quella dell'ultima Cena:

5ª icona: L' ultima cena

Giovanni, lo stesso evangelista ci ha raccontato con tale intensità ed emozione la sua chiamata e quella degli altri discepoli della prima ora, ci ha anche raccontato l'ultima cena con una tale delicatezza di toni, che ci permette di comprendere nel loro contesto più autentico le esigenze così radicali di Gesù, che abbiamo menzionato or ora.

Gesù apre tutto il proprio cuore, contemporaneamente, al Padre e ai discepoli. E la realtà centrale che continua a riemergere lungo tutti i discorsi dell'ultima cena, è quella della comunione, dell'amore. Egli ha amato il Padre, per questo ha sempre fatto la sua volontà. Egli ha amato i discepoli, per questo ha condiviso con loro tutto quello che ha appreso dal Padre. Egli vuole che siano uno come lui e il Padre sono uno. Ed ha fatto loro la promessa: "se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e faremo in lui la nostra dimora" (Gv 14,23).

Tutti noi desideriamo abitare in Dio. Ora, ciò che Gesù ci annuncia è che Lui e il Padre vogliono abitare in noi, porre in noi la loro perenne dimora. E questo ci conduce alla nostra sesta ed ultima icona, quella della Pentecoste.

6ª icona: la Pentecoste

Restiamo per il momento con l'Evangelista Giovanni, che situa la Pentecoste alla sera dello stesso giorno della Risurrezione e la descrive come una nuova Genesi (Gv 20, 19-23).
Gesù entra nel Cenacolo a porte chiuse, si fa riconoscere come il Cristo risorto grazie alle mani e al costato, e dice loro: "Come il Padre ha mandato me, così anch'io mando voi" (Gv 20,21). Dopo aver detto questo, alitò su di loro (allo stesso modo in cui Yahwé aveva insufflato il suo alito nelle narici del primo uomo) e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo" (Gv 20,22).

Ed eccoci tornati al punto di partenza: la comunicazione del Soffio stesso di Dio, della vita divina. Si trattava, all'inizio, del dono primordiale della vita, in tutta la sua freschezza. Ma si tratta ora di una comunicazione dello Spirito che ricompone l'immagine sfigurata, che ridona la vita che era stata perduta: "Coloro ai quali rimetterete i peccati, saranno loro rimessi" (Gv 20,23). Luca, negli Atti, ci racconta l’irruzione dello Spirito sui discepoli nei giorni di Pentecoste in modo ancora più drammatico, sotto la forma di lingue di fuoco.

In quello stesso giorno è nata la Chiesa, la comunità dei discepoli di Gesù, la comunità che ormai ha la missione di incarnare visibilmente davanti agli uomini la pienezza di vita, la comunione con il Padre nel Figlio, che egli ha recato all'umanità..

A partire da questo momento nasce, con la Chiesa, anche la vita religiosa. Infatti, fin dalla prima generazione cristiana, degli uomini e delle donne si sentono chiamati ad adottare come loro forma permanente di vita le rinunce radicali che Gesù aveva posto come esigenza a quanti lo avevano seguito più da vicino o che egli aveva domandato a tale o tal altra persona, ad esempio al giovane ricco, che avrebbe voluto seguirlo. Questi vergini - dell’uno e dell’altro sesso - e questi asceti vivranno in mezzo alle Chiese locali, più tardi alcuni si ritireranno nella solitudine e a poco a poco si preciserà la loro relazione con la comunità ecclesiale. Alcuni secoli dopo apparirà l’istituzione monastica. Gli impegni fondamentali saranno man mano precisati sotto forma di voti. Si assisterà lungo i secoli, soprattutto in Occidente, a un fenomeno costante di diversificazione delle forme di vita consacrata. Ma si può dire senza esitare che, nella sua realtà fondamentale, la forma di vita cristiana che ora viene chiamata "vita consacrata" esiste fin dalla prima generazione cristiana, che essa si radica nella vita dei discepoli che hanno seguito Gesù nel corso della sua vita pubblica, e che essa trae origine dallo stesso battesimo di Gesù. Tornerò tra qualche istante su quest’ultimo punto.

* * * * *

Se ora ci collochiamo a una certa distanza e guardiamo non questa o quella icona, ma l’insieme del mosaico, possiamo avere un’idea abbastanza chiara dell’insieme della vita consacrata come vita di comunione. Questo è vero, senz’altro, di qualsiasi forma di vita cristiana. Ma questo è vero, e con delle modalità particolari, della vita consacrata, quale sequela Christi secondo il modello della prima comunità apostolica.

La vita intima del Padre, del Figlio e dello Spirito è una danza d’amore, una vita di eterna ed infinita comunione. È questa comunione che Dio ha voluto comunicare all’umanità, creando l’uomo e la donna a sua immagine e trasmettendo loro il proprio Soffio di vita. Ed è per tracciare la via del ritorno verso la piena configurazione all’ immagine di Dio che era stata perduta, che il Padre ha inviato il Figlio fino a noi. Gesù non è, soltanto, per tutti, la via del ritorno al Padre; nel corso della sua vita terrestre, egli ha dato anche l’esempio, nella forma di esistenza che ha vissuto con i discepoli più vicini a lui -- una vita di castità, di povertà, di obbedienza al Padre, di predicazione della parola e di sollecitudine verso i piccoli, nella comunione fraterna -- , di una forma particolare di vita in cui vivere il ritorno al Padre, quella che noi abbiamo adottato quando abbiamo fatto la nostra professione religiosa.

Ed è questa dimensione spirituale della vita religiosa come vita di comunione, che costituirà l’oggetto della seconda parte di questa meditazione.

II - Seconda parte: La vita consacrata come vita di comunione

Lo scopo ultimo della nostra vita consacrata è quello di realizzare in pienezza il mistero di comunione a cui siamo stati chiamati e di cui Gesù ha tracciato la via.

Noi dobbiamo vivere questa comunione a tutti i livelli della nostra esistenza quotidiana. Siamo chiamati a vivere in comunione tra di noi in ognuna delle nostre comunità locali, ad essere in comunione con tutta la Chiesa, ad essere in comunione con i nostri fratelli e le nostre sorelle nel mondo, per la costruzione di una cultura nuova, ad essere in comunione con i più piccoli e i più sprovveduti, ecc. Ma, prima di tutto, siamo chiamati a vivere in comunione con Dio. Quando io dico "prima di tutto", questo "prima" esprime una priorità di importanza e non di ordine cronologico, perché tutte le altre forme di comunione costituiscono ciò in cui prende carne, si realizza e si manifesta la nostra comunione con Dio.

Così come sarebbe falso pensare che la comunione con Dio non si realizza se non nella preghiera, prima di passare alla comunione con gli uomini, sarebbe altrettanto illusorio pensare che una comunione con Dio attraverso l’attività apostolica è possibile senza un costante incontro con Dio nella preghiera.

1) Comunione con Dio nella preghiera silenziosa

"Quando preghi, dice Gesù, ritirati nella tua camera, chiudi la porta dietro di te, e prega tuo Padre che è là, nel segreto" (Mt 6,6). È questa la prima raccomandazione che Gesù fa in merito alla preghiera, nel Vangelo. Si tratta quindi di un incontro contemplativo, cuore a cuore. Non si tratta di un incontro vago con una divinità astratta, ma dell’incontro con Colui che è nostro Padre.

Si tratta anche di una preghiera espressamente "cristica", in quanto Dio è nostro Padre solo perché Gesù, il Cristo, è il primogenito di una moltitudine di fratelli e di sorelle (Rom 8,29), ed è in lui e per lui che anche noi siamo figli e figlie del Padre.

"Nel segreto", dice Gesù. Un tale incontro ha bisogno di momenti di intimità e di segreto, come qualsiasi profonda altra relazione personale. Noi non nascondiamo le nostre grandi amicizie; anzi, siamo felici che tutti lo sappiano. Eppure è nel segreto che gli amici si dicono e si ridicono sempre le cose che li uniscono più profondamente. Questo vale anche per la nostra intimità con Dio; è una delle leggi dell’incarnazione.

E se è nel Cristo e attraverso il Cristo Gesù che noi incontriamo Dio come nostro Padre, tale incontro non avviene senza che si posi su di noi lo Spirito del Padre e del Figlio, che è il soffio di amore che li unisce. San Paolo, nell’epistola ai Romani, al cap. 8, ci dà una delle descrizioni più belle della preghiera cristiana che noi abbiamo nel Nuovo Testamento. Prima di tutto, egli ci dice che noi non abbiamo ricevuto uno spirito di schiavitù e di paura, ma uno spirito di figli e di figlie adottivi che ci permette di gridare "Abba, Padre!" (Rom 8,15).

In questa parola -- Abba! -- Gesù esprime tutto il suo essere. Il Padre dice interamente se stesso nel Figlio e quando il Figlio risponde "Abba", egli esprime in questa semplice parola tutto il suo essere. Gesù è preghiera. Noi, invece, poiché siamo sempre in cammino verso una conformazione sempre più grande alla sua immagine, noi non siamo preghiera, ma stiamo incessantemente in un divenire preghiera.

Noi non sappiamo pregare, dice ancora Paolo nello stesso capitolo, ma lo Spirito prega in noi con dei gemiti inesprimibili in parole (Rom 8,26). E che altro è questo gemito, simile ai dolori del parto, se non l’espressione di quel desiderio che è stato posto nella nostra carne e nel nostro cuore al momento della creazione? Se non l’aspirazione a che l’immagine di Dio venga ristabilita in noi in tutta la sua bellezza? Questo gemito dello Spirito in noi, è il soffio stesso di Dio, che egli ha insufflato nelle narici del primo uomo nel mattino della Genesi. In definitiva, nell’economia della salvezza instaurata da Gesù, l’unica preghiera che esista è la preghiera dello Spirito di Dio in noi. Tutto il resto di ciò che noi chiamiamo preghiera, e che conserva una importanza grandissima, non è che un insieme di mezzi per permettere alla preghiera dello Spirito di sgorgare in noi, per permetterci di unirci a lei e di farla nostra, in modo che anche noi possiamo dire, parafrasando un po’ San Paolo: "non sono io che prego; è lo Spirito di Dio che prega in me" (Mt 5,30).

L’intensità di questa preghiera corrisponderà all’intensità del nostro amore. È forse in questo contesto che possiamo meglio comprendere il senso della verginità e del celibato, nella nostra consacrazione. Nella letteratura ascetica primitiva in lingua siriaca, molto prossima all’ebraico e all’aramaico che parlava Gesù, il nome di asceta o di monaco, derivante dalla stessa radice per termine utilizzato per tradurre il nome del messia, yahid, è un termine che significa la semplicità radicale, cioè l’assenza di qualsiasi duplicità, senz’altro, ma anche l’assenza di qualsiasi divisione di cuore tra Dio e qualcos’altro, o tra Dio e Mammona. Il nostro cuore è forse diviso tra Dio e qualcos’altro? Bisogna allora tagliare. " Se la tua mano destra è per te occasione di scandalo, dice Gesù, tagliala ...".

Attraverso il celibato e la verginità consacrata, noi esprimiamo fino a qual punto siamo stati affascinati dall’amore che Dio ha per noi e per tutta l’umanità, e vogliamo lasciarci totalmente impregnare da questo amore. Anche noi vogliamo amarlo con tutto l’amore con cui egli ci ha amati. Mentre la grande maggioranza degli uomini e delle donne sono chiamati a incarnare il loro amore di Dio nell’amore esclusivo per un coniuge, noi siamo chiamati a centrare in lui, in modo indiviso, la nostra capacità di amare, perché questo amore possa riversarsi poi sugli altri, non come un amore nostro e che esige di essere ricambiato, ma come amore Suo, interamente gratuito.

Questo difficile dono di noi stessi - forse sarebbe meglio parlare di rinuncia a noi stessi, come il Verbo di Dio "che era in forma di Dio e che ha annientato se stesso" (Fil 2,6) - questa difficile rinuncia della verginità consacrata non si può vivere sanamente se non è un amore folle di Dio che incessantemente si esprime nel segreto della preghiera silenziosa, "nel segreto", dove è innanzi tutto percepito e ricevuto.

In tali "incontri nel segreto" e in questi dialoghi con il Padre riceviamo anche quell’unzione che può fare in modo che la nostra verginità non sia inaridimento affettivo ma, al contrario, ci conferisca gradualmente una libertà di cuore che ci permetta di amare tutti coloro che sono posti sul nostro cammino, e soprattutto coloro che più hanno bisogno, quelli che sono stati feriti nella vita e i feriti dall’amore.

Nutrita, giorno dopo giorno, da questi momenti di incontro silenzioso, la nostra preghiera diverrà gradualmente preghiera continua, una preghiera di tutti gli istanti. È questo il secondo insegnamento di Gesù sulla preghiera: pregare incessantemente (Lc 18,1; 1 Ts 5,17).

Nel corso della tradizione cristiana si sono sviluppati diversi "metodi" di preghiera. Il più tradizionale, e senz’altro il più "cristiano" di tutti, è la "lectio divina", cioè la lettura attenta della Parola di Dio, che lascia che questa parola penetri in noi, ci interpelli di persona e ci trasformi, gradualmente e impercettibilmente. Altri metodi sono stati sviluppati nel corso degli ultimi secoli, ed anche nella nostra epoca. Molti cristiani traggono o hanno tratto profitto, almeno per una parte del loro cammino spirituale, dall’utilizzazione di metodi elaborati in altri grandi tradizioni religiose. Si può applicare a tutti questi metodi la parola di Gesù: giudicate l’albero dai suoi frutti (Mt 7,16).

L’importante è ricordarsi che nessun metodo, qualunque esso sia, non può generare la preghiera. Ogni preghiera cristiana è un puro dono dello Spirito. Noi non possiamo che disporci a ricevere questo dono, mediante la purità della nostra vita, da un lato, e dall’altro, cercando di creare pace nel nostro cuore nel momento in cui entriamo "nel segreto" per lasciarci penetrare dalla presenza di Dio che incessantemente ci avvolge, ma di cui siamo troppo spesso inconsapevoli. Ogni metodo che ci aiuti ad eliminare in noi gli ostacoli all’azione dello Spirito, o che ristabilisca nel nostro cuore o nella nostra psiche la tranquillità che ci permette di restare attenti, costituisce un aiuto prezioso per la preghiera.

Se Dio ci invita a vivere questa comunione con lui, nel Figlio, questa comunione deve allora manifestarsi e raggiungere il suo compimento nella Chiesa, che è il Sacramento in cui il mistero della comunione con Dio è reso presente nel segno visibile dei discepoli di Gesù, che esprimono la loro comunione nella fede, nell’amore e nella speranza, sia attraverso la loro vita quotidiana sia attraverso la pratica sacramentale.

2) Comunione come Chiesa

La Chiesa, così come la descrive la Costituzione Lumen Gentium del Vaticano II, è innanzi tutto un mistero (mysterion -- sacramentum) di comunione. Essa è il mezzo attraverso il quale Cristo, che è il "sacramento primordiale", la piena manifestazione visibile della comunione tra Dio e l’umanità in un uomo-Dio, continua ad essere presente nel mondo, così che noi possiamo incessantemente raggiungerlo nella sua stessa umanità. Essa è questo segno visibile attraverso l’attività sacramentale, in cui si esprime visibilmente la sua fede al mistero di salvezza significato in aspetti diversi, e in cui essa riceve ciò che significa. Ma essa è questo segno anche attraverso la testimonianza delle beatitudini, cioè attraverso la coerenza dei suoi membri al vangelo delle beatitudini. E la legge dell’incarnazione vuole che questa "Assemblea dei santi" abbia anche tutti i limiti inerenti ad una società umana, così come il Figlio di Dio, incarnandosi, ha assunto tutti i limiti inerenti all’esistenza umana.

In quanto religiosi noi viviamo questo mistero di comunione ecclesiale a vari livelli:

    nella nostra vita sacramentale e nella nostra preghiera liturgica, dove quotidianamente si nutre e si esprime visibilmente questa comunione.

    nelle nostre comunità locali, ciascuna delle quali costituisce una manifestazione visibile del mistero integrale della comunione ecclesiale;

    nella nostra partecipazione alla missione di evangelizzazione e di umanizzazione che Gesù ha affidato alla sua Chiesa;

    attraverso la nostra comunione in una obbedienza adulta, umile e sincera a coloro che, al cuore sia della Chiesa universale, sia delle nostre comunità, debbono svolgere un ministero di autorità a servizio della comunione.

Dobbiamo dunque comprendere il nostro voto di obbedienza all’interno di questo contesto. È necessario perciò tornare ancora una volta all’inno cristologico del secondo capitolo dell’epistola di Paolo ai Filippesi. E prima di tutto, dobbiamo prestare attenzione al contesto in cui Paolo cita questo inno.

Paolo sta esortando i Filippesi alla comunione fraterna, e lo fa con una intensità di accenti che permette di intuire come tale comunione non fosse più facile ai Filippesi di quanto non lo sia generalmente per noi: "Vi scongiuro, in nome di tutto ciò che può essere un richiamo pressante nel Cristo, uno stimolo di persuasione nell’Amore, di comunione nello Spirito, di tenerezza e di compassione ..." (Fil 2,1) A che cosa intende esortare? A delle cose semplicissime, ma della cui difficoltà noi tutti abbiamo fatto esperienza nella nostra vita comunitaria: "Abbiate lo stesso amore, un cuore solo, un medesimo sentire, non concedete nulla allo spirito di parte né alla vanagloria, ma ciascuno ritenga con umiltà gli altri superiori a se stesso; non cercate ciascuno il proprio interesse ma, piuttosto, ognuno pensi agli altri" (Fil 2, 2-3). Ed è a questo momento che Paolo dà come esempio di tutto ciò, il Cristo, e, più esattamente, il Cristo obbediente.

"Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono nel Cristo Gesù" (Fil 2,5), egli dice. E cita quindi l’inno sul Cristo che si è totalmente spogliato di qualsiasi privilegio, e che si è fatto obbediente fino alla morte ... Per Paolo, l’obbedienza è la forma suprema dell’amore. È l’unica forma di amore totalmente gratuito. È la forma di amore in cui si rinuncia deliberatamente, come il Cristo e con il Cristo, a qualsiasi privilegio, a qualsiasi diritto. Ed è allora, come il Cristo, che tutto si può ricevere come dono. "Per questo il Padre gli ha dato in dono (echarisato) il Nome che è al di sopra di qualsiasi altro nome" (Fil 2,9).

Ed è anche nell’esercizio dell’obbedienza che noi facciamo più spesso l’esperienza dei limiti inerenti alla Chiesa in quanto realtà umana (perché, come conseguenza della legge dell’Incarnazione, la Chiesa è anche una realtà umana). Analogamente, facciamo qui l’esperienza dei nostri limiti, l’esperienza della fatica di morire alla nostra propria volontà: "Chi vorrà salvare la propria vita la perderà ... chi la perderà per causa mia, la salverà ... " (Mt 16,25).

L’obbedienza alla Chiesa è, in definitiva, l’obbedienza alle esigenze della Missione che tutti abbiamo il dovere di svolgere, ma che Dio non ha affidato a nessuno di noi in particolare, ma alla Chiesa nel suo insieme, cioè al suo Popolo. E questo popolo è costituito come una società strutturata con una gerarchia di servizi e di ministeri.

3) Comunione nell’esercizio della missione

La Chiesa non esiste per se stessa. Se nella Chiesa ci sono persone a cui è stata affidata la responsabilità di esercitare una missione nei confronti degli altri membri della Chiesa, la missione stessa della Chiesa non è indirizzata a se stessa, è rivolta ma verso il mondo: " Andate, insegnate a tutte le genti ..." (Mt 28,19).

Da quando il Cristo è risorto; da quando, nella sua stessa umanità, egli trascende tutti i limiti della nostra esistenza umana, egli è presente in ogni tempo e in ogni luogo; egli si identifica, in qualche modo, ad ogni essere umano. Noi lo possiamo incontrare personalmente in ogni donna e in ogni uomo che troviamo sul nostro cammino, o verso i quali siamo chiamati ad andare ... anche al di fuori del nostro cammino! Gesù, tuttavia, ci ha rivelato in modo chiarissimo che egli si identifica in modo privilegiato con coloro che il Vangelo chiama "i piccoli".

Il Vangelo ci parla in effetti di due esperienze complementari dell’ incontro con Dio. C’è innanzi tutto l’incontro con il Padre nel segreto della preghiera contemplativa, di cui abbiamo parlato all’inizio. Ma c’è anche l’incontro con il Cristo identificato al malato, al prigioniero, al rifugiato, di cui Gesù ci parla al cap. 25 di Matteo. "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero prigioniero e siete venuti a visitarmi ... ecc." Oppure, non avete fatto nulla di tutto questo ... Ciò che avete fatto ... o ciò che non avete fatto ... ai piccoli di questo mondo, è a me che lo avete fatto ... o è a me che avete rifiutato di farlo (Mt 25,35-45). Questi due modi di incontrare Dio sono complementari e inseparabili. Possiamo essere chiamati, per vocazione, a privilegiare nella nostra vita una di queste due modalità, ma non possiamo trascurare l’altra. La preghiera contemplativa senza l’attenzione ai "piccoli" sarebbe illusoria; e il servizio dei "piccoli" senza attenzione a Dio nel silenzio del cuore, sarebbe vano attivismo.

La comunione con Dio realizzata in e attraverso la comunione con i più piccoli non è menzionata soltanto alla fine del Vangelo -- nel capitolo 25 di Matteo. Essa è menzionata fin dall’inizio del Vangelo, ancor prima che si parli della preghiera nel silenzio del cuore. Si trova nelle Beatitudini, con cui si apre il Sermone sulla Montagna. Quando Gesù dice: "Beati i poveri, beati coloro che piangono, beati i perseguitati, ecc ..." (Mt 5, 3-11) egli non offre soltanto una consolazione spirituale (un analgesico) che permetta di sopportare le miserie di questo mondo, nell’attesa di godere dei beni del mondo futuro. Al contrario: egli proclama beati i poveri, gli ammalati, i perseguitati, perché egli è venuto a liberarli da questi mali. Egli lo dice chiaramente nella risposta ai discepoli di Giovanni, mandati a chiedergli: "Sei tu davvero Colui che deve venire?" La sua risposta è "Andate a dire a Giovanni quello che avete visto: i ciechi vedono, gli storpi camminano, i poveri ricevono la buona novella" (Mt 11, 2-6). Questo è il segno che il Regno di Dio è giunto a noi. Ciò che Gesù ha cominciato, i suoi discepoli hanno la missione di continuarlo. Le Beatitudini non costituiscono dunque una consolazione per la tristezza dei mali presenti, ma una missione affidata ai discepoli: sollevare l’umanità da questo male.

Qui, ancora, Gesù ci mostra la via. Egli è venuto per liberarci dai nostri mali e dalle nostre miserie. Ma quale fu il suo primo movimento? Quello di prendere su di sé tutte le nostre miserie, di partecipare a tutte le nostre infermità, di assumere tutte le nostre povertà. Possiamo trovare qui il senso del nostro terzo voto, quello di povertà. Mediante questo voto noi vogliamo essere in comunione con il Cristo che, volontariamente, si è fatto povero, ha rinunciato a tutti i suoi privilegi, si è spogliato, svuotato. Noi vogliamo anche essere in comunione con tutti i poveri di questo mondo, quelli che non hanno mai avuto il lusso di scegliere di essere poveri o no. Noi abbiamo potuto permetterci questo lusso. Fino a che il regno di Dio non si sarà pienamente realizzato su questa terra, finché i Cristiani non avranno pienamente adempiuto alla loro missione, ci saranno dei poveri. E scegliendo uno stile di vita semplice, mediante il nostro voto di povertà, noi vogliamo esprimere la nostra solidarietà e la nostra comunione con tutti.

4) Testimoni della comunione davanti alle divisioni

Lo spogliamento radicale di Cristo e la sua obbedienza lo hanno portato alla morte, e alla morte su di una croce. Egli ha vissuto nella sua carne la divisione che attraversa il cuore di ogni uomo e attraversa gli uomini. Questa divisione, purtroppo, esiste a diversi livelli anche in seno alla Chiesa, la comunità di coloro che si dicono e si vogliono discepoli di Gesù Cristo.

E non pensiamo soltanto alla divisione secolare tra le Chiese d’Oriente e quelle di Occidente, frutto di secoli di incomprensione; o ancora alla divisione tra le diverse confessioni cristiane di Occidente, frutto anch’essa di comprensioni diverse del bisogno di riforma al cuore della Chiesa. Pensiamo anche a tutte le tensioni, presenti anche nella Chiesa Cattolica, causate dal modo diverso di valutare gli apporti della modernità, tra un’ala che vuole essere o si dice più liberale e un’ala che vuole essere o si considera più conservatrice.

In quanto religiosi, consacrati in modo del tutto particolare alla comunione, noi dovremmo essere non solo degli operatori efficaci al cuore del movimento ecumenico, ma anche dei fautori di comunione al cuore stesso della nostra Chiesa Cattolica. Ogni indurimento, sia nei confronti della gerarchia sia nei confronti di altri gruppi o altri movimenti in seno alla Chiesa, si oppone alla natura stessa della nostra vita consacrata. E se siamo oggetto di critiche, o di disprezzo, o perfino di persecuzione, da qualsiasi parte essa provenga, non dimentichiamo che Gesù ha raccomandato di porgere l’altra guancia. È questo un gesto che costruisce la comunione più di tutte le campagne e di tutte le crociate.

Ma, ancora una volta, la Chiesa non esiste per se stessa. Essa è inviata in missione nel mondo. E nel mondo essa incontra fedeli di altre tradizioni religiose. Con lo sviluppo vertiginoso degli ultimi decenni dei mezzi di comunicazione, con i movimenti delle popolazioni -- causati spesso dalle guerre -- e l’incontro massiccio delle culture che ne consegue, assistiamo ai nostri giorni all’incontro sempre più frequente delle religioni in tutte le parti del mondo. Non solo perché siamo chiamati in modo particolare alla comunione, ma anche perché molti dei nostri Istituti religiosi sono diffusi in tutto il mondo, la nostra comunione con Dio deve esprimersi in uno sforzo di dialogo e di comunione con tutti coloro che sono anch’essi portatori in sé dell’immagine di Dio e che, sotto l’azione dello Spirito che da millenni agisce nelle loro religioni, si sforzano anch’essi, con vari mezzi, di restaurare in se stessi tale immagine.

Alcuni tra noi sono chiamati, in modo specifico, a un lavoro missionario. Ma noi tutti siamo chiamati a quella comunione che consiste nel contemplare nei nostri fratelli appartenenti ad altre religioni quei semina verbi di cui parla il Vaticano II, a contemplare e rispettare in loro l’azione misteriosa dello Spirito. Non tutti siamo chiamati a un’azione specifica nel dialogo inter-religioso, che comporta gravi difficoltà; ma tutti siamo chiamati ad incarnare il nostro amore di Dio in un dialogo senza frontiere, poiché, secondo l’espressione di Paolo VI (citata in Vita Consacrata) il dialogo è il nuovo nome della carità.

Oggi giorno, quando molte delle nostre comunità ricevono vocazioni provenienti soprattutto dalle Giovani Chiese, è importante che questo dialogo inter-religioso si estenda non solo alle grandi religioni universali, come l’induismo e il buddismo, ma anche alle diverse tradizioni religiose, sia dell’Africa, sia dell’America, sia dei vari paesi asiatici.

5) Comunione con il cosmo

Torniamo ancora per un momento alla seconda icona che abbiamo considerato: quella della Genesi, in cui abbiamo contemplato lo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque e le fecondava, e dove abbiamo visto tutti gli elementi del cosmo scaturire dalla Parola di Dio: "Dio disse e ... ". L’intera natura creata è un riflesso della bellezza divina. La bellezza stessa della creazione sta nella sua armonia, frutto dell’azione dello Spirito. Questa bellezza e questa armonia sono state compromesse a partire dal momento in cui l’azione unificatrice dello Spirito è stata sconvolta dal sopraggiungere dello sfruttamento, frutto degli egoismi dell’uomo.

Paolo, nel cap.8 della lettera ai Romani, che abbiamo già riascoltato, dove egli ci dice che non sappiamo pregare, ma che lo Spirito di Dio prega in noi con gemiti che non si possono tradurre in parole, ci parla anche della presenza degli stessi gemiti anche al cuore della creazione. La creazione intera, egli dice, geme nei dolori del parto, in attesa che si realizzi pienamente la manifestazione della filiazione divina (Rom 8,22).

Ai nostri giorni, quando il creato e la natura sono minacciate dall’intervento degli uomini, ma quando, d’altro lato, la preoccupazione ecologica può facilmente diventare occasione di conflitti e di contrasti ideologici, in forza della nostra vocazione alla comunione, dobbiamo saper vivere tale preoccupazione ecologica come una comunione con la natura creata da Dio, e quindi come un’altra espressione della nostra comunione con Dio stesso. Così come Gesù sapeva ristabilire la pace e calmare la tempesta con una sola parola e camminando sulle acque, anche noi dobbiamo saper vivere la nostra comunione con la natura creata in un modo che permetta al Verbo che portiamo in noi di penetrarvi e di restituirla alla vita.

La comunione con lo Spirito che geme al cuore di tutta la natura creata costituisce una dimensione essenziale di una spiritualità incarnata.

6) Comunione attraverso, e al di là della Croce

Torniamo ora, per concludere, all’icona della Trasfigurazione. Di che cosa parlava Gesù con Elia e Mosè? -- Della morte che entro poco tempo avrebbe subito a Gerusalemme (Lc 9,31). Fino a che punto Gesù è stato obbediente? -- Fino alla morte, e alla morte su di una croce. Fino a che punto Gesù ci ha amati? -- Mi ha amato fino a morire per me, esclamava Paolo.

Non possiamo quindi pretendere di vivere una comunione profonda con Cristo senza accettare di aver parte alla sua Croce. A coloro che abbandonavano tutto per seguirlo, Gesù ha promesso il centuplo ... con delle persecuzioni (Mc 10,30). Il discepolo non è più grande del suo Maestro, egli ha detto, e ancora: come hanno trattato il Maestro, tratteranno anche il discepolo (Gv 15,20).

Fin dall’inizio dell’era cristiana, alcuni cristiani hanno accettato di morire per rendere testimonianza di Cristo. Tra i numerosi martiri del ventesimo secolo, dei quali il Santo Padre ha voluto che si stabilisca il martirologio, accanto a molti laici, a molti sacerdoti e vescovi, troviamo un gran numero di religiosi. Essi hanno accettato di vivere la loro spiritualità di comunione fino in fondo, fino alle esigenze più profonde della comunione con Dio, con il Cristo perseguitato, con i piccoli del mondo, con tutte le vittime senza nome e senza volto delle nostre guerre e del nostro sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.

Questi martiri sono per noi un modello. È probabile che pochi tra di noi siano chiamati a rendere questa testimonianza suprema della comunione. Ma tutti noi siamo chiamati ad accettare la croce nella nostra vita. Che essa venga a noi sotto forma di persecuzione da parte del "mondo" o forse anche dalla parte dei nostri, che essa si presenti sotto forma di sofferenze nascoste, di incomprensioni, o di malattia, essa è sempre lo stesso fuoco purificante che, facendo gradualmente tacere i bisogni che, con i nostri voti, rinunciamo di soddisfare, permette al "desiderio" di crescere in noi. Quel desiderio che è aspirazione alla pienezza di vita, al pieno ristabilimento dell’immagine di Dio. Quel desiderio che è il gemito dello Spirito e che, in definitiva, è l’unica preghiera che rimane quando tutte le nostre parole finalmente tacciono, e siamo ricondotti al silenzio primordiale in cui si genera la vita.

Si è fatto obbediente fino alla morte ... Per questo Dio lo ha esaltato .. Voglio che là dove sono io siate anche voi ...

Conclusione

Concludiamo tornando all’icona dell’ultima Cena. Dopo aver dato ai discepoli, una volta di più, il comandamento dell’Amore, Gesù promette loro la comunione suprema. "Se osserverete i miei comandamenti ... (cioè tutte le forme di comunione alle quali siamo chiamati da lui), il Padre mio vi amerà. Noi verremo in voi e porremo in voi la nostra dimora".

Nei momenti supremi della vita nello Spirito noi aspiriamo profondamente a vivere in Dio. Non dimentichiamo, però, che è Lui che aspira a vivere in noi. E noi, permettiamo noi al Padre al Figlio e allo Spirito di stabilire in noi la loro dimora?