La testimonianza dei Martiri di Tibhirine[1]
La morte
di Cristo non è stata un atto isolato. È stato il momento culminante di
tutta la sua vita. Così è anche per la vita e la morte dei suoi discepoli,
chiamati a dare testimonianza attraverso tutta la loro vita. E vengono chiamati
“martiri” coloro che hanno accettato di subire una morte violenta piuttosto
che mancare di fedeltà alla testimonianza che avevano reso durante tutta
la vita. È quindi innanzi tutto attraverso la propria vita – vissuta fino
in fondo – che un cristiano è martire.
In Africa,
ai tempi di Tertulliano e di Cipriano, la Chiesa ha avuto una grande corona
di martiri. E di nuovo, negli ultimi decenni, nell’Africa del Nord numerosi
testimoni di Cristo hanno subito una morte violenta come logica continuazione
e conseguenza della loro vita di comunione in nome del Vangelo.
Molti di
loro non hanno lasciato tracce sulla stampa e restano noti a Dio solo. Per
altri, la morte è stata un evento pubblico ed ha richiamato l’attenzione.
Tra tutti coloro che in Algeria hanno reso testimonianza fino alla morte,
nel corso degli ultimi sette anni, i sette monaci trappisti di Tibhirine sono probabilmente quelli che hanno maggiormente
richiamato l’attenzione e che hanno ricevuto la più grande manifestazione
di affetto e di interessamento. Ma prima di loro, nella diocesi di Algeri,
erano morti nell’esercizio del loro ministero di comunione altri undici
ministri del Vangelo. Dopo di loro, ci fu un altro grande testimone della
fede, il vescovo di Orano, Pierre
Claverie.
La mia
comunicazione di oggi verte essenzialmente sulla testimonianza dei sette
monaci di Tibhirine, miei confratelli nell’Ordine cistercense, che ho avuto
la grazia di conoscere personalmente. Vorrei tuttavia dire qualche parola
anche sugli altri martiri della chiesa di Algeria dello stesso periodo,
e descrivere il contesto in cui tutti questi testimoni sono stati indotti
a versare il loro sangue.
L’8 maggio 1994, Suor Paule-Hélène Saint-Raymond e Fratel Henri Vergès
venivano assassinati nella biblioteca che avevano organizzato per i giovani
di un quartiere popolare di Algeri. Il
23 ottobre dello stesso anno, Suor Esther Paniagua e Suor Caridad
María Alvarez vennero uccise davanti alla cappella di Bab-el-Oued. Il 27
dicembre – sempre dello stesso anno --
quattro Padri Bianchi furono assassinati nella loro casa, a Tizi-Ouzou
: erano Padre Alain Dieulangard, Charles Deckers, Jean Chevillard e Christian
Chessel. Il 3 settembre 1995, Suor Denise Leclercq e Soeur Jeanne Littlejohn
furono colpite a morte a Belcourt da due pallottole alla testa. Infine,
il 10 novembre 1995, Suor Odette
Prévost venne uccisa e Suor Chantal Galicher restò ferita sulla soglia del
loro domicilio, nel quartiere di Kouba.
In queste
morti, si possono rilevare alcune costanti. Tutti questi testimoni erano
persone che avevano stabilito dei legami di amicizia con il popolo algerino
e vivevano in una grande comunione con la gente comune, di cui condividevano
la vita. Tutti sono stati uccisi nell’ambiente in cui vivevano e lavoravano.
Il messaggio dei loro assassini -
o dei loro mandanti – è chiaro : erano proprio questa prossimità e
fraternità ciò che disturbava e si voleva far cessare. Non si rimproverava
loro di fare del proselitismo, perché non lo facevano. Li si accusava di
essere persone di comunione, che condannavano con la loro stessa vita qualsiasi
forma di esclusione e ogni forma
di violenza, da qualunque parte venisse, quale che fosse la matrice o l’ideale
– religioso o politico – di provenienza.
Nessuno
di loro faceva politica. Nessuno aveva preso posizione nelle controversie
che opponevano diverse fazioni della società algerina. E tuttavia la loro
vita aveva una dimensione politica: lavoravano alla costruzione della comunità
algerina. Per la loro nazionalità e la loro religione, appartenevano a una
piccola minoranza. La loro presenza in Algeria affermava, contro tutte le
forme di esclusione e di sradicamento dell’altro, il diritto alla differenza.
Nessuno
di loro era un operatore solitario, che lavorasse da solo e in modo marginale.
Tutti e tutte erano persone di comunità,
e vivevano la loro vita cristiana e religiosa in piccole comunità, figli
e figlie fedeli di quella grande comunità che è la Chiesa, amanti della
grande comunità umana, senza alcun esclusivismo. Tutti incarnavano il tipo
di presenza cristiana in terra d’Algeria che aveva instaurato quel grande
Vescovo di Algeri che era stato il Cardinale Duval.
Quest’ultimo,
chiamato a presiedere l’Archidiocesi di Algeri verso la fine del periodo
coloniale – quando nulla sembrava averlo preparato a una situazione così
complessa, si era rivelato la persona giusta per quel momento storico. Durante la guerra di indipendenza, si fece
rispettare da tutti, ad eccezione degli estremisti di una parte come dell’altra,
affermando la fede che egli aveva nella possibilità data a tutti di vivere
come fratelli e condannando esplicitamente e ripetutamente la violenza –
tutte le forme di violenza, da qualsiasi parte provenissero. Era una presa di posizione estremamente pericolosa,
ed è un miracolo che non sia mai stato eliminato [4]. Il Signore ha voluto che egli restasse, fino
ad età avanzata e molto tempo dopo aver lasciato le sue funzioni ufficiali,
come testimone fedele di questo tipo di testimonianza cristiana. Quelli
che sono morti martiri in questi ultimi anni sono coloro che hanno vissuto
nel miglior modo la testimonianza che egli stesso aveva dato durante il
suo episcopato. Ed egli la visse perfino nella sua morte, perché la causa
immediata del suo decesso fu, realmente, il dolore profondo che gli causò
l’apparente fallimento della convivenza e della fraternità universale che
egli aveva desiderato per l’Algeria.
Tutti i
religiosi e le religiose di cui ho menzionato il martirio sono morti prima
dei sette monaci di Tibhirine. Un
altro grande testimone della fede – un discepolo e un fedele amico del Cardinal
Duval – è morto poco dopo di loro, segnando in qualche modo una battuta
di arresto in questo ciclo infernale. Si tratta di Pierre Claverie, vescovo
di Orano, assassinato il 1 agosto 1996.
Un bellissimo libro pubblicato recentemente, scritto da un confratello
e amico di Claverie, il Padre Jean-Jacques Pérennès,
permette ora a tutti di conoscerlo
[5]. Senza attardarsi sulle circostanze della sua
morte, l’autore si sofferma a descrivere con sapienza la sua testimonianza,
il suo martirio, nel senso profondo del termine, lungo tutta la sua vita
di uomo, di religioso e di vescovo.
Pierre
Claverie era nato ad Algeri, nel quartiere Bab el-Oued, nel 1938, dove trascorse
anche tutta la sua infanzia e l’adolescenza. Dopo vari
anni di studio e di formazione in Europa come Domenicano, fece ritorno in
Algeria, dove rimase fino alla morte.
Dopo essere stato per vari anni direttore del “Centre des Glycines”, divenne
vescovo di Oran nel 1981. Uno dei
capitoli del libro di Pérennès reca
il titolo "Verso l’incontro gioioso con l’Altro". Infatti, una dimensione importante del cammino
di Claverie è stata la graduale scoperta dell’Altro. Non si trattava tuttavia
di una semplice scoperta, ma dell’accettazione dell’Altro in tutta la sua
differenza.
A partire
dal capovolgimento politico del 1988 e soprattutto dopo gli eventi tragici
del 1992, egli non cessa di affermare la necessità di “vivere insieme nel
rispetto delle differenze”. Con
gli amici algerini che condividono il suo stesso modo di vedere, non cessa
di analizzare le situazioni che si succedono e di applicare questo principio
del rispetto della differenza. Alcuni lo accusano di “fare politica”. In realtà, ciò che egli fa è piuttosto un’analisi
seria della situazione politica per dare ad essa una risposta cristiana.
La comprensione che egli ha della situazione lo porta a denunciare
costantemente in nome del Vangelo tutte le ingiustizie e tutte le
violenze. Il 15 agosto 1993 pubblica un comunicato sulla stampa algerina,
con il titolo «Non possiamo tacere », da cui cito alcuni passaggi:
"Con i cattolici della mia diocesi,
vorrei dire la costernazione e l’orrore che ci assalgono davanti alla spirale
di violenza in questo paese che noi amiamo …
Preghiamo Dio di illuminare con la sua sapienza coloro che
oggi detengono il potere e coloro che lo combattono con la violenza, perché
il dialogo e la pace permettano di risolvere, nella giustizia, i problemi
davanti ai quali si trova il popolo algerino, con un’attenzione particolare
per coloro che sono più duramente colpiti dalla crisi economica. Facciamo
umilmente appello alla ragione e alla fede di tutti i credenti, perché il
dialogo prenda il posto dell’omicidio e della repressione
.
[6]"
Fu, appunto,
la sua risposta evangelica alla situazione di violenza che gli meritò la
morte.
Pierre
Claverie non è morto da solo. La stessa bomba omicida che lo fece a pezzi
trascinava nella morte un Musulmano, il suo autista ed amico Mohammed, mescolando
il loro sangue sul pavimento e uro della residenza episcopale. Si
è spesso sottolineato il carattere altamente simbolico di questa unione
nella morte. Questa circostanza ci ricorda che la morte dei testimoni cristiani
in Algeria non può essere separata
da quella di tutte le altre vittime della stessa spirale di violenza che
travolge questo paese da circa dieci anni. Pur nella mancanza di dati ufficiali,
si può valutare a circa duecentomila il numero delle vittime, in maggioranza
anonime. Indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa o politica,
queste persone sono state eliminate, almeno in un buon numero di casi, per
aver incarnato nella loro vita, anch’esse, gli stessi valori che i cristiani
incarnavano per la loro fedeltà a Cristo: il rispetto della differenza,
fondamento dell’accettazione e dell’amore dell’altro in quanto altro. Come
si è detto prima, tutti sono in qualche modo martiri.
*****************
Vorrei
ora soffermarmi sulla descrizione della testimonianza cristiana (il marturion) dei sette monaci di Tibhirine,
assassinati verso il 21 maggio 1996. Non si tratta di sette testimonianze date individualmente, benché
ciascuno di essi avesse una forte personalità.
Si tratta della testimonianza di una comunità. È dunque importante
conoscere bene come questa comunità fosse radicata nella società algerina,
e per questo bisogna risalire un po’ indietro nella storia.
Molti decenni
prima, era esistita una prima comunità cistercense a Staouëli, a 17 chilometri
ad ovest di Algeri. Fondata dall’Abbazia
di Aiguebelle nel 1843, tredici anni dopo la conquista dell’Algeria, aveva
raggiunto una certa notorietà per il suo rapido sviluppo.
Questa fondazione era tuttavia molto integrata nel sistema coloniale, sia nello spirito che nelle modalità di insediamento. Venne soppressa
nel 1904. Una nuova comunità, con
uno stile e uno spirito molto diversi,
veniva fondata vicino a Medea circa 35 anni dopo.
Come molti monasteri sorti nel XIX secolo o agli
inizi del XX, la comunità di Notre-Dame de l’Atlas, era stata fondata per
servire da rifugio. Un gruppo di monaci del Monastero di Notre-Dame de la Délivrance in Slovenia, temendo
l’espulsione, avevano aperto un rifugio a Ouled-Trift nel 1934, che in seguito
venne trasferito a Ben Chicao nel 1935 e, nel 1938, a Tibhirine, a 7 chilometri
da Medea. Lo stesso rifugio venne
poi assunto dall’abbazia francese di Aiguebelle e trasformato in fondazione vera e propria, che ben presto
divenne una comunità monastica autonoma. Fin dagli inizi, questa comunità
instaurò delle relazioni di amicizia e di collaborazione con la popolazione
locale che, in qualche modo, la adottò. I legami creatisi con la popolazione
locale permisero alla comunità, benché composta totalmente da francesi,
di attraversare senza difficoltà eccessive la guerra di Algeria. Uno di
essi, Fr. Luc, venne si catturato
come ostaggio, ma fu liberato qualche giorno dopo.
Alla fine
della guerra di Algeria la situazione era, in ogni modo, radicalmente cambiata.
La Chiesa di Algeria, composta in gran parte da francesi o da "pieds-noirs",
francesi nati in Algeria, si ridusse a un piccolo resto, a causa dell’esodo
massiccio di entrambi i gruppi verso la Francia. Le conversioni al cristianesimo erano divenute
pressoché impossibili – almeno le conversioni riconosciute apertamente.
Esclusa la possibilità di un reclutamento locale, ci si poteva interrogare
sull’opportunità di mantenere in Algeria una comunità ormai molto ridotta
di numero e che non aveva più la possibilità di trovare reclutamento sul
posto. Le autorità dell’Ordine cistercense
decisero quindi la soppressione del monastero. Ma il Cardinale Duval, che da tempo aveva riconosciuto
nella comunità di Tibhirine una realizzazione del suo ideale di presenza
cristiana, ruggì come un leone, e il monastero non venne chiuso. La semplice
presenza di una comunità monastica cristiana, quale che fosse la nazionalità
dei suoi membri, gli sembrava di importanza capitale. La comunità continuò
a sussistere e la sua testimonianza fiorì nella morte di sette dei suoi
membri, nel 1996. Tutta la popolazione locale, interamente mussulmana,
pianse unanime la loro morte.
Esaminiamo
ora, brevemente, la natura della testimonianza di questi monaci. Fu una
testimonianza di comunione (la realtà cristiana per eccellenza, poiché “Dio
è comunione”, come dice San Giovanni) a vari livelli.
1. Comunione con
Dio nella preghiera contemplativa
2. Comunione tra
i fratelli dentro una comunità
3. Comunione di
questa comunità con i vicini
4. Comunione di
credenti con altri credenti
1. Comunione con Dio
nella preghiera contemplativa
Il monaco viene al monastero
per servire Dio, vivendo anche, il più profondamente possibile, nell’ambito
del chiostro monastico, l’unione personale con Dio a cui ogni essere umano
è chiamato. Figlio nel Figlio Primogenito, mosso dall’amore effuso nel suo
cuore dallo Spirito Santo, si sforza di incontrare il Padre in una preghiera
che vuole essere, nella misura del possibile, continua e che si esprime
visibilmente nella celebrazione della liturgia. Tutta la sua vita tende
all’unione mistica, che consiste nel lasciarsi trasformare, un giorno dopo
l’altro, a immagine di Cristo dall’azione dello Spirito Santo.
Il modo in cui ciascuno dei sette fratelli
visse nel profondo del cuore questa unione mistica, fa parte del segreto
di Dio. Eppure uno di essi, ricco di talenti poetici e mistico nello spirito,
ci ha permesso di intravedere nei sui scritti questo dialogo interiore.
Si tratta di Christophe. Le sue
poesie [7], ma soprattutto
il suo diario [8]
degli ultimi anni dimostrano come tutti gli avvenimenti quotidiani, in questi
tre anni intensi per i loro eventi
drammatici, e tutto attorno ad essi si trasformava in preghiera e in una
occasione per lasciar sgorgare l’intensità dell’amore. Questo diario è un
lungo poema d’amore, incarnato in una situazione estremamente concreta ed
è opportuno citarne almeno qualche passo:
·
"O, se morire potesse arrestare ed impedire la morte
di tanti altri ancora, o, allora, volentieri, come si dice volentieri: sì,
mi offro come volontario." (20/12/1994).
·
Ti chiedo quest’oggi la grazia di diventare servo / e di
donare la mia vita / qui / come riscatto per la pace / come riscatto per
la vita / Gesù attirami / nella tua gioia / d’amore crocifisso” (25/07/1995).
2. Comunione tra fratelli
dentro una comunità.
Questi fratelli non hanno vissuto la loro relazione mistica con Dio come individui isolati, ma come
comunità. La loro è stata una testimonianza comunitaria – la testimonianza
di una comunità che contava, oltre ai sette fratelli messi a morte, altri
due che sono sfuggiti al sequestro e all’esecuzione, ed altri che vivevano
in quel momento nella casa annessa di Tibhirine in Marocco.
Era un’autentica
comunità cristiana : non la
riunione di amici che si riuniscono per delle affinità particolari o per
il fatto di condividere le stesse idee e gli stessi progetti. No, una comunità
cristiana è formata da un gruppo di persone, di solito molto diverse le
une dalle altre sotto tutti i punti di vista, e che Dio ha riunito per farne
il sacramento della sua presenza. Ogni membro di questa comunità di Tibhirine
aveva una propria storia personale e un percorso vocazionale molto caratteristico;
ciascuno aveva una personalità ben definita, così diversa l’uno dall’altro
quanto si possa pensare. E tuttavia erano giunti, soprattutto durante gli
ultimi tre anni, non solo a vivere una comunione molto profonda tra di loro,
ma anche una perfetta unanimità nelle decisioni per cui ne andava della loro vita – una unanimità
che non poteva essere radicata se non nella profonda vita di preghiera di
ciascuno di loro.
Bruno, figlio di un
militare che aveva prestato servizio in Algeria; Celestin, già educatore di gente di strada e Paul, idraulico e ex-prefetto
in Alta Savoia: ciascuno apportava alla comunità una grande ricchezza di
dono di sé e di spirito comunitario.
3. Comunione di questa
comunità con i vicini
Tra questi monaci, molto semplici, e la gente che li circondava si erano
creati dei legami di amicizia di notevole profondità. E fino ad oggi, a
più di quattro anni di distanza dalla loro morte, questi legami restano
ancora vivi, come allora. I legami di amicizia con la popolazione algerina
e mussulmana costituiscono senza dubbio una delle espressioni più squisite
della loro testimonianza cristiana.
La persona che maggiormente contribuì
a creare tali legami fu senz’altro Fr. Luc: varrebbe la pena di scriverne
la vita. Nato nel 1914, conobbe ancora bambino le terribili violenze della
Prima Guerra Mondiale e le sofferenze
del dopoguerra. Giovane medico, conobbe le violenze della Seconda Guerra
Mondiale, durante la quale si fece volontario per portare soccorso ai prigionieri nei campi di concentramento
nazisti. Entrato a Aiguebelle nel dicembre del
1941, giungeva in Algeria nel 1946.
Subito aprì nella proprietà del monastero un dispensario dove, a
partire da quel momento fino alla sua morte nel 1996, - quindi, per cinquant’anni
- prestò assistenza medica a chiunque
si presentasse a lui, senza fare differenze di nazionalità, appartenenza
politica o religione. Tutti lo amavano e lo rispettavano, perché tutti sapevano di essere amati e rispettati
da lui. All’inizio, il suo dispensario suppliva l’assistenza medica pubblica,
che ancora non c ‘era. Ma se la gente continuò ad andare da lui molto tempo
dopo l’installazione di altri dispensari e ospedali pubblici nella regione,
è per il fatto che si trovava in lui non solo un toubib, un medico che dava
diagnosi quasi sempre esatte ma anche un uomo di Dio, che incarnava nel
suo modo d’essere, allo stesso tempo estremamente umano e tutto soprannaturale,
la sollecitudine pastorale del Figlio di Dio. Uomo di grande libertà interiore,
con senso dell’umorismo realmente disarmante, non aveva paura di nulla e
di nessuno. Nessuna minaccia, di qualsiasi provenienza, avrebbe potuto impedirgli
di testimoniare fino in fondo, anche a rischio della sua vita, l’amore universale
a chiunque avesse avuto bisogno di essere curato.
Anche Christophe,
di cui ho già menzionato la dimensione mistica, era, perché poeta, uomo
di grande sensibilità. In quanto responsabile degli operai e avendo contatti
con la famiglia del custode, in particolare, aveva delle bellissime relazioni
di amicizia con tutti. Il suo diario degli ultimi tre anni contiene dei
passi di una freschezza straordinaria.
4. Comunione di credenti
con altri credenti
Nel momento in cui si consumò la
loro testimonianza, Christian era il superiore del gruppo (il priore, come
si dice in gergo monastico). La sua vocazione percorse una traiettoria del
tutto speciale. Nato in una famiglia di militari, aveva trascorso l’infanzia
in Algeria, dove la mamma lo aveva formato a un profondo rispetto dell’Algerino
e del Musulmano. Era successivamente tornato in Algeria durante la guerra,
come giovane ufficiale. Dapprima prete secolare della diocesi di Parigi,
sentì la vocazione alla vita contemplativa e scelse il monastero di Notre-Dame de l'Atlas a Tibhirine. Con il consenso dei superiori, fece a Roma,
all’Istituto PISAI, studi di lingua
e di cultura araba. Avendo sviluppato una conoscenza abbastanza approfondita
e un grande amore per la religione islamica, si investì e investì profondamente
la sua comunità nel dialogo inter-religioso. Eletto priore della sua comunità
nel 1984, la guidò orientandola più esplicitamente verso quel dialogo inter-religioso,
che coronava le altre forme di comunione già praticate. Da diversi anni
si riuniva regolarmente al monastero un gruppo denominato Ribât el-Salam,
dove si pregava e si condivideva
la propria esperienza religiosa.
**************
Nel 1993,
quando in Algeria era bloccato il processo elettorale e il paese sprofondava
in una spirale di violenza da cui non è ancora riuscito a liberarsi, si
intimò agli stranieri di lasciare il paese, sotto pena di venire uccisi.
Come molti altri, i monaci di Tibhirine dovettero porsi la questione :
bisogna restare o bisogna partire ? Essi scelsero di restare.
Il 14 dicembre
dello stesso anno, quando 12 Croati cristiani che lavoravano a Tamesguida,
a quattro chilometri dal monastero, furono sgozzati, il problema si presentò
in modo più immediato : e ancora di più dopo la visita di un commando
armato, nella notte di Natale. Dopo un lungo discernimento nella preghiera,
essi scelsero di restare. Nel corso degli anni seguenti, ogni volta che
dei missionari – quasi tutti amici intimi della comunità – venivano assassinati,
il problema si riproponeva di nuovo con sempre maggiore urgenza. Ogni volta
optarono per restare, dopo un profondo discernimento nella preghiera. Perché
?
In Europa,
alcuni dicevano che, mentre era comprensibile che dei missionari restassero
per continuare il loro « apostolato », non era comprensibile che
restassero dei monaci i quali, dopo tutto, avrebbero potuto condurre la
loro vita di preghiera in qualsiasi altro posto, altrove … Pensare così
equivaleva a non capire niente della loro vita. La vita contemplativa non
si vive in astratto. Essa è sempre
incarnata, radicata in un luogo e in un contesto culturale ben concreto.
I monaci di Tibhirine non desideravano affatto il martirio. Non erano degli
esaltati. Se scelsero di restare era per una esigenza di fedeltà, e questo
a molti livelli.
Il monaco
cistercense fa voto di stabilità. Questo implica non soltanto la stabilità
nella vocazione monastica, ma anche la stabilità in una comunità molto concreta
e, a meno che non si abbia ricevuto una missione speciale, in un luogo determinato.
Certo, tutta una comunità può trasferirsi da un luogo a un altro, ma non
lo può fare senza tenere conto dei legami che ha intessuto con la società
e la cultura locali. La comunità di Tibhirine non poteva comprendere se
stessa se non nelle sue radici nella montagne dell’Atlas, nei suoi legami
di amicizia con tutta la gente di Tibhirine, di Draa Esnar, di Médéa. Predicando
un ritiro ad Algeri alcune settimane prima del sequestro, padre Christian
diceva, con un gioco di parole realmente pericoloso: “ … sottolineo
questa differenza : io vengo dalla montagna..."
I fratelli
erano consapevoli che anche la popolazione del luogo era stretta come in
una morsa tra due violenze opposte, e non poteva scegliere di fuggire. Per
i monaci, fuggire, allora, sarebbe stato mancare di solidarietà con coloro
dei quali avevano condiviso la vita in tempo di pace. Dopo il martirio di
Henri et di Paule-Hélène, Christophe scriveva nel suo diario: "Non si può dimenticare e partire senza tradire ciò che rimane
una grazia di prossimità, di amicizia di verità (29/05/1995). I fratelli
consideravano la loro presenza come una affermazione del diritto alla differenza
– un diritto che reclamavano sia per la gente dei dintorni sia per loro
stessi. Mohammed, il custode, aveva detto a Christophe: "Voi avete
ancora una piccola porta dalla quale
potete andarvene. Ma noi, no :
nessuna via, nessuna porta». E Moussa, un operaio, aveva detto a Christian
: "Se partite, voi ci private della vostra speranza e ci togliete la
nostra speranza”. Non sarebbe stato cristiano partire. E restarono.
Anch’essi,
come Pierre Claverie, ma da monaci
contemplativi, secondo una modalità diversa da quella del vescovo,
analizzavano attentamente la situazione politica del paese: non per reagire
come dei politici, ma per dare a questa situazione politica, nella loro
vita, una risposta evangelica. "La
violenza mi uccide ed io debbo trovare da qualche parte un appoggio, per
non lasciarmi travolgere da questo flusso di morte” scriveva Christophe
nel suo diario (11/07/1995).
È sufficiente
dire che il monaco, soprattutto se straniero, non deve scegliere tra le
due forze in conflitto? Ecco la risposta di Christophe: "Forse non
basta dire che noi non dobbiamo scegliere tra il potere e i terroristi. In realtà, noi facciamo concretamente,
quotidianamente la scelta di coloro che il padre Jean-Pierre chiama 'la
gente comune' (le petit peuple). Non è possibile restare, se ci stacchiamo da loro. E questo ci fa
dipendere – per un verso – da quello che essi scelgono nei nostri confronti.
Potremmo cominciare a dare fastidio domani o dopodomani”. In effetti, davano fastidio: diventarono una
presenza importuna.
Durante
un ritiro predicato ad Algeri, a un gruppo di laici, l’ 8 marzo 1996, Christian
commentava con forza il comandamento della Scrittura : "Non uccidere",
applicandolo a tutte le situazioni del paese e terminava con una serie di
frasi lapidarie: Non uccidere il tempo … Non uccidere la fiducia … Non uccidere
la morte … Non uccidere il paese … Non uccidere il mussulmano … Non
uccidere la Chiesa … Due settimane dopo, lui e i suoi fratelli venivano
sequestrati e due mesi dopo cadevano vittime di questa violenza.
Quando,
nella notte dal 26 al 27 marzo 1996 un gruppo di uomini armati si presentarono
al monastero e li condussero via,
in direzione di Medea, agli occhi di coloro che li avranno visti attraversare
il paese, scortati da uomini armati, avevano l’aria di seguire dei terroristi.
In realtà, seguivano Cristo.
Nessuno
di loro desiderava il martirio. Essi amavano la vita e temevano la morte.
Ma avevano coscientemente ed esplicitamente accettato la morte, se questa
fosse stata la volontà di Dio. In una lettera circolare all’Ordine del 21
novembre 1995 avevano scritto : "La morte brutale – di uno di
noi o di tutti insieme – non sarebbe che la conseguenza di aver scelto di
vivere nella sequela di Cristo.[9]"
Se era
necessario morire, volevano morire bene ! Il vecchio fratello Luc,
che da tempo aveva chiesto che al suo funerale si cantasse la canzone di
Edith Piaff "Non, je ne regrette rien", il 31 dicembre 1993 –
quindi alcuni giorni dopo la drammatica visita della notte di Natale - faceva
questa intenzione alla preghiera universale dell’Eucaristia: “Signore, donaci
la grazia di morire senza odio nel cuore”.
L'ispirazione
di questa bella preghiera è stata ripresa nel Testamento di Christian –
un documento molto noto, che resterà senz’altro una delle pagine più belle
della letteratura cristiana del XX secolo. Questo testo, d’altronde, non
esprime soltanto i sentimenti di Christian, ma quelli di tutti i fratelli.
In realtà, a partire da una prima stesura scritta il 1 dicembre 1993, venne
terminato il 1 Gennaio 1994. Tra queste due date, Christian lo rielaborò
e lo precisò con la partecipazione di tutta la comunità, e questo lo rende
un documento che esprime non solo i suoi sentimenti personali, ma quelli
di tutti i suoi confratelli.
L’ultimo
paragrafo di questo Testamento è molto noto : Christian chiama amico colui che gli avrebbe tagliato la gola: "
E anche a te, amico dell’ultimo istante, che non avrai saputo quel che facevi,
sì, anche per te voglio questo GRAZIE e questo ad-Dio che tu rifletti nel
tuo sguardo. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso,
se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due."
C’è tuttavia
un altro paragrafo, in mezzo al testo, che ha una profondità mistica ancora
maggiore. Alludendo a coloro che lo giudicavano un ingenuo nella sua stima per l’Islam e nella sua volontà
di dialogare con i Musulmani, aggiungeva:
" … Costoro devono sapere che allora
sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità. Ecco che potrò,
se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare
con lui i suoi figli dell’Islam come lui li vede, totalmente illuminati
dalla gloria di Cristo, frutto della sua passione, investiti del dono dello
Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il
ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze."
In questa
sublime sintesi, Christian raccoglie insieme la teologia biblica e patristica
della ricostituzione della somiglianza divina e la preoccupazione che condivideva
con Claverie e che attingeva dal messaggio di Gesù : quella del rispetto
delle differenze. Diceva d’altronde poco prima della sua morte che uno dei
motivi per restare sul posto, come cristiano ed europeo, era quello di affermare
il diritto della «gente comune » del luogo alla propria differenza.
La comunione
dei monaci di Tibhirine con il popolo algerino continua oltre la loro morte.
Le sette lunghe bare che i cadetti dell’esercito algerino portavano – con
apparente sforzo – a Notre Dame d'Afrique il giorno dei funerali,
in realtà non contenevano,
ciascuna, che una testa. I loro corpi non
sono mai stati ritrovati e restano sepolti in modo anonimo nella terra d’Algeria,
in un luogo sconosciuto – almeno ufficialmente – come migliaia di altre
vittime altrettanto anonime della stessa violenza, contro la quale la loro
vita era una protesta evangelica.
Il perdono
dato in anticipo da Christian e da tutti i suoi fratelli a coloro che avrebbero
potuto ucciderli, come pure il perdono dato dall’Ordine Cistercense e dalla
Chiesa d’Algeria al momento dei funerali, non deve essere inteso come una accettazione tacita e tranquilla
della violenza, di cui questi testimoni furono le vittime. Questo perdono
non dispensa nessuno dal fare luce su tutte le circostanze di questa tragedia.
Personalmente, anch’io, per fedeltà alla testimonianza di Christian, Luc,
Bruno, Michel, Célestin, Paul e Christophe, voglio perdonare a coloro che
li hanno uccisi e a coloro che hanno loro tagliato la testa, ma, pur senza
avere l’ardore mistico di Christian, vorrei
poter dare un volto a coloro nei quali devo riconoscere l’immagine
di Dio.
Con il
mirabile testo di Christian, possiamo concludere la nostra presentazione
dei martiri d’Algeria. Il momento supremo della loro testimonianza si trova
collocato in un periodo estremamente doloroso e confuso della storia dell’Algeria.
Un processo di canonizzazione nelle forme previste dal Diritto canonico,
presupporrebbe una ricognizione approfondita e minuziosa delle circostanze
della morte e delle motivazioni degli aggressori,
e si rivelerebbe, allo stato attuale,
probabilmente molto difficile. Infatti nessuna inchiesta giudiziaria
ha permesso di determinare con certezza né come si sono svolti i fatti,
né l’identità degli assassini e dei loro mandanti né ha consentito di dimostrare
con certezza in quale misura le motivazioni di questi ultimi fossero esplicitamente
religiose. Tutto questo è tuttavia secondario, perché tutti sono stati testimoni
(martiri) con la loro vita prima di esserlo con la loro morte; e la loro
morte, non c’è dubbio, è stata una
conseguenza di ciò che avevano vissuto. Essa è stata provocata da un atteggiamento
evangelico in situazioni di violenza percepite lucidamente e analizzate
alla luce della fede. Se una lettura puramente politica della loro vita
e della loro morte sarebbe manifestamente fuorviante, una lettura puramente
spirituale che ignorasse il coraggio e la lucidità con cui essi hanno aderito
a situazioni concrete, oltre che essere ingenua, svuoterebbe di senso il
loro messaggio. Non fu la stessa cosa per la morte di Cristo?
Scourmont, 24 novembre 2000
Nella Festa dei Martiri della Corea
Armand VEILLEUX
[1] Conferenza data all'Università Regina Apostolorum, a Roma, il 5 dicembre 2000, durante un Simposio sui Martiri dell'Africa e dell'Asia..
[2] 1 Gv 4,8.
[3] Ap 1,5.
[4] Sul Cardinal Duval si può leggere Marco Impagliazzo,
Duval d'Algeria. Una Chiesa tra Europa e mondo arabo (1948-1988).
Edizioni Studium, Roma 1994.
[5] Jean-Jacques Pérennès, Pierre Claverie. Un Algérien par alliance, Cerf 2000.
[6] Pubblicato in Le Lien di agosto-settembre
1993, ripreso in Lettres et messages,
p. 125-126.
[7] Aime jusqu'au bout du feu. Cento poesie di verità e di vita – scelte e presentate
da Fr. Didier, monaco dell’Abbazia di Notre-Dame de Tamié, Éditions Monte-Cristo,
Annecy 1997.
[8] Le souffle du don. Diario di Fr. Christophe monaco di Tibhirine, Bayard – Centurion,
1999.
[9] Sept Vies pour Dieu et l'Algérie, Bayard / Centurion, 1996, p. 180.