ALGERIA Il rapimento di sette monaci Trappisti di Nostra Signora dell'Atlante

Itinerario di un dramma

ARMAND VEILLEUX

La notte di Natale del 1993 fu per la comunità di Nostra Signora dell'Atlante a Tibhirine un momento decisivo e di grande intensità spirituale. Consideriamo innanzitutto il contesto. All'inizio dell'anno 1992 l'interruzione del processo elettorale aveva portato l'Algeria a una situazione molto precaria, con la soppressione del FIS come partito politico, la detenzione dei suoi dirigenti e la successiva creazione di diversi gruppi armati, in particolare il GIA. Il 14 dicembre 1993 dodici croati cattolici, conoscenti dei monaci erano stati sgozzati a Tamesguida, a qualche chilometro dal monastero.

In quel contesto, qualche giorno dopo, la sera del 24 dicembre 1993, dopo il pasto serale, un gruppo armato composto da sei seguaci dell'Islam si presentò al monastero. Il capo del gruppo l'emiro Sayah Attiya, era noto come un terrorista terribilmente violento. Era lui il responsabile della morte dei croati e secondo le forze di sicurezza avrebbe sgozzato 145 persone. Il suo dialogo con Padre Christian, superiore della comunità di Tibhirine fu eccezionale. Padre Christian, appellandosi al Corano gli disse che il monastero era un luogo di preghiera in cui nessuna arma era mai penetrata ed esigette che la conversazione avesse luogo all'esterno del monastero. Attiya accettò. Quest'ultimo presento ai monaci, in quanto "religiosi" come lui e come il suo gruppo islamista, tre richieste di cooperazione. Christian rispose ad ognuna di esse dicendo che non era possibile; ogni volta che Attiya diceva: "non potete scegliere", Padre Christian rispondeva: "sì, possiamo scegliere". Attiya parti dicendo che avrebbe inviato i suoi emissari con una parola d'ordine. Al momento della sua partenza, Christian gli disse: "Lei è venuto qui armato mentre noi ci preparavamo a celebrare il Natale, la solennità del Principe della Pace". Attiya rispose: "scusatemi, non lo sapevo".

Il miracolo fu che non solo Sayah Attiya ripartì quella sera senza sgozzare o trattare brutalmente i monaci, ma anche che non tornò né mandò i suoi emissari. Quando circa sei mesi dopo, a seguito di una ferita grave ricevuta in un scontro con le forze di sicurezza, agonizzò per nove giorni sulla montagna, lì vicino, non mandò a cercare il medico del monastero, il che corrispondeva a una delle richieste che Christian aveva detto di non poter soddisfare. I monaci non comprarono mai la loro sicurezza con concessioni, né legittimarono alcuna violenza tuttavia per essi qualunque persona, anche un terrorista, restava una persona umana degna di comprensione.

Quando più tardi l'amministrazione algerina volle imporre al monastero una protezione militare armata, la comunità la rifiutò decisamente adducendo la stessa motivazione: le armi non possono entrare in un luogo di preghiera e di pace.

Dopo questa visita del Natale 1993, la comunità discusse a lungo sull'atteggiamento da assumere. Si pensò seriamente di abbandonare il luogo. Infine, dopo aver pregato dialogato ed essersi concertati, si decise di restare per il momento, prospettando la possibilità di rifugiarsi rapidamente ad Algeri o in Marocco se la situazione fosse divenuta più pericolosa.

Nel corso dei due anni che seguirono, undici religiosi della Diocesi di Algeri furono assassinati in cinque attentati diversi: il frate marista Henri Vergès e la suora dell'Assunzione Paule Hélène nel maggio del 1994, le suore Caridad ed Esther agostiniane spagnole, nell'ottobre dei 1994, i quattro Padri Bianchi di Tizi Ouzou nel dicembre dello stesso anno, le suore Bibiane e Angèle-Marie della Congregazione di Nostra Signora degli Apostoli nel settembre del 1995 e suor Odette il 10 novembre. Ogni volta i monaci di Tibhirine si posero nuovamente la domanda: bisogna partire o rimanere? Ogni volta decisero di restare. Fu una decisione presa sempre nella preghiera e nel dialogo: decisione lucida, coraggiosa, serena e unanime. Nessuno di essi "desiderava>> il martirio. Christian, parlando a un gruppo di laici, poco prima del suo rapimento, disse che un tale desiderio sarebbe stato un peccato poiché significava desiderare che un "fratello terrorista" peccasse contro il precetto divino "non uccidere". La sua preghiera quotidiana nel corso degli ultimi mesi fu: "Signore, disarmami e disarmali".

Perché restare? Semplicemente per fedeltà alla loro vocazione di essere un'umile presenza contemplativa cristiana in terra d'Algeria, avendo la Chiesa il diritto e il dovere di essere presente sia in circostanze eccezionali sia in situazioni normali. Fedeltà anche verso tutti gli algerini con i quali avevano stabilito da oltre sessant'anni vincoli di solidarietà e di amicizia. Fedeltà soprattutto al popolo che li circondava e che sembrava protetto da ogni sorta di angheria, da una parte e dall'altra, dalla totale neutralità dei monaci.

Io ho avuto l'occasione di visitarli nel gennaio del 1996, due mesi prima del rapimento. Ciò che mi ha più colpito è stata la loro serenità. Essi non giocavano a fare gli eroi e alcuni non nascondevano una certo timore. Ciò che li aveva sempre "salvati" in quella circostanza era stato di continuare una vita monastica normale, con il suo equilibrio fra lavoro manuale, lettura della Parola di Dio e Officio divino. La notte di Natale del 1993, dopo la partenza dei sei terroristi (i "fratelli della montagna" così li chiamavano), suonarono la campana e si recarono in Chiesa per celebrare la Veglia di Natale e la Messa di mezzanotte, come se niente fosse accaduto. Seguendo la stessa logica, poco più di due anni dopo, quando Padre Amédée e Padre Jean-Pierre si resero conto, con un sacerdote in ritiro spirituale, che i loro sette confratelli erano stati rapiti, e dopo aver cercato invano di avvisare la polizia, si recarono in Chiesa per celebrare la Veglia, quindi le Lodi e l'Eucaristia.

Il monastero di Tibhirine era diventato, nel corso degli anni, un luogo di dialogo fra cristiani e musulmani. Ciò fu il frutto di un'evoluzione naturale e non di qualcosa di programmato. e monastero è un luogo di preghiera, e i monaci sono sempre stati rispettosi verso la popolazione, la cultura e la religione locali. Un gruppo di musulmani profondamente religiosi iniziò pian piano a frequentare il monastero. Si costituì un gruppo di dialogo fra cristiani e musulmani, il Ribat (parola araba che significa "legame"), gruppo che si riuniva regolarmente nel monastero per pregare e scambiare opinioni (tre degli undici missionari assassinati in questi ultimi anni erano membri di questo gruppo). La notte di Natale del 1995 sei musulmani dei dintorni festeggiarono insieme ai monaci. Tutti naturalmente ricollegarono questo fatto alla visita dei sei "fratelli della montagna>> avvenuta due anni prima.

La Chiesa ad Algeri, così colpita nel corso degli ultimi anni dagli attentati sopra menzionati e dalla partenza di numerosi suoi fedeli, algerini e francesi per la Francia è unita intorno al suo Vescovo, Padre Henri Teissier. Questi cristiani che hanno deciso di rimanere e di continuare la loro testimonianza del Vangelo sembrano avere tutti ricevuto la stessa grazia della serenità e dell'umile coraggio di cui ho parlato precedentemente a proposito dei monaci di Tibhirine. Questa Chiesa è stata profondamente colpita dal rapimento dei monaci. Nel corso della Settimana Santa che ho avuto la gioia di celebrare ad Algeri, ho potuto rendermi conto di quanto il monastero sia importante per tutti questi cristiani. -Importante per il semplice fatto di essere ciò che qualsiasi monastero contemplativo è: un luogo di preghiera e di Dace dove tutti Possono recarsi di tanto in tanto per pregare e dove tutti vengono accolti come fratelli e sorelle. Anche in questi ultimi anni in cui i religiosi, le religiose e i sacerdoti hanno dovuto rifugiarsi quasi tutti ad Algeri e in cui è diventato quasi impossibile andare al monastero, essendo la strada troppo pericolosa, la comunità di Tibhirine ha continuato ad essere considerata uno dei polmoni della Diocesi.

I frati del monastero erano unanimi nel loro impegno, nel loro coraggio e nella loro volontà di restare a Tibhirine. Erano tutti molto amati dalla popolazione e dai cristiani della Diocesi. Bisogna tuttavia rendere una testimonianza particolare a Padre Christian, il loro superiore da dodici anni. Egli aveva scelto l'Algeria e il monastero di Nostra Signora dell'Atlante. Se fece il suo noviziato a Aiguebelle, in Francia, fu per l'Atlante, e fu per questo monastero che fece la sua professione di fede. Qualche anno dopo andò a Roma per effettuare due anni di studio intensivo della lingua e della cultura arabe presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi. Parlava l'arabo correntemente e conosceva molto bene il Corano e la tradizione religiosa musulmana. Nutriva un rispetto profondo per il luogo e per le persone fra le quali aveva scelto di vivere. Questo rispetto era tangibile e spiega il fatto che il monastero sia pian piano divenuto un luogo di incontro fra musulmani e cristiani, semplicemente perché tutti si sentivano accolti come fratelli e sorelle e rispettati nella loro diversità.

Un altro membro della comunità la cui presenza e la cui personalità hanno segnato la storia della comunità è frate Luc, medico di professione, di 82 anni al momento del rapimento, lui che era già stato rapito e tenuto per un periodo in ostaggio dal FLN, durante la guerra d'indipendenza dell'Algeria. Presente nel monastero di Tibhirine dal 1946 è diventato una vera leggenda nella regione. Senza abbracciare mai alcuna causa politica, senza fare mai compromessi con nessuno e senza recarsi mai a curare i feriti di qualsiasi fazione al di fuori del monastero, egli non si è mai rifiutato di curare i malati che si sono presentanti alle porte del monastero, vedendo in ognuno un essere umano bisognoso, un'icona di Cristo.

Al momento in cui scrivo questo articolo i sette frati di Nostra Signora delI'Atlante sono scomparsi da due settimane e noi non abbiamo ancora ricevuto notizie. Continuiamo a sperare che torneranno tutti vivi. Non è assolutamente pensabile che, nelle circostanze attuali essi possano ritornare al loro monastero.

La comunità che due postulanti si preparano a raggiungere vivrà per un certo periodo in diaspora e si spera che si potrà ristabilire a Tibhirine in tempi migliori. Se i monaci avessero deciso di lasciare Tibhirine nel corso degli ultimi anni ciò sarebbe stato un duro colpo per la popolazione locale, per la Chiesa di Algeri e per il suo Pastore. Ma essi si sono rifiutati di farlo, con coraggio e con lucidità. Ora che devono andar via per forza, questa prova è vissuta da tutti con lo stesso dolore ma anche con la stessa serenità mostrata nelle privazioni negli ultimi anni.