1° novembre 2001 – Festa di Tutti i Santi

Ap 7,2-4.9-14 ; 1 Gv 3,1-3 ; Mt 5,1-12a

 

 

OMELIA

 

 

            Ogni essere umano cerca la felicità. Non vi è certamente desiderio più profondamente radicato nel cuore di ogni persona. E’ di questo che ci parla il Vangelo di oggi. Gesù in esso risponde a due domande  fondamentali: “In che consiste la felicità” e “come possiamo raggiungerla?” Il messaggio di Gesù è sconcertante, perché ci obbliga a cercare la felicità a un livello molto diverso da quello a cui siamo abituati a cercarla.

 

            Gli Ebrei dell’Antico Testamento avevano il loro concetto di felicità. Un uomo felice, nella Bibbia, era uno ricco e potente, con molti figli e figlie, con grandi proprietà, fedele alla legge divina e al servizio del suo prossimo. Gli Ebrei erano convinti che la felicità venisse da Dio ed erano dunque scandalizzati quando un uomo giusto soffriva la povertà e l’abbandono e non aveva ricevuto da Dio il dono della felicità.

 

            E’ a persone come queste, con una simile concezione della felicità, che Gesù predicò il messaggio sconcertante delle Beatitudini: Beati i poveri, gli afflitti, coloro che hanno fame e sete, i puri di cuore, i pacifici, ecc.

 

            In realtà, ricevere un tale messaggio non è per noi più facile che per gli Ebrei del tempo di Gesù. Anche noi abbiamo la tentazione di considerare che siamo felici quando incontriamo il successo in quello che facciamo, quando siamo rispettati, quando gli altri ci apprezzano, quando abbiamo compiti che sembrano corrispondere  ai nostri talenti, e quando possiamo fare quello che ci piace . La maggior parte delle persone cerca la felicità al di fuori della propria vita concreta: i poveri sognano la felicità dei ricchi, le persone solitarie vedono la felicità nella vita di coloro che sono circondati da amici.

 

            Gesù ci insegna che siamo felici se siamo poveri, affamati, soli, oppressi, perché è per gente come questa che egli  è venuto, ed è in  tali situazioni che egli arriva a noi. E’ venuto perché avessimo la vita, e l’avessimo in abbondanza – in questo mondo e nell’altro – una pienezza di vita prima della morte, e non soltanto dopo la morte. Non ci ha forse detto che ci rivelava tutto quanto egli aveva inteso dal Padre suo “perché la nostra felicità fosse perfetta”?

 

            Di conseguenza, non bisogna interpretare le beatitudini come una sorta di anestetico spirituale che ci permetta di sopportare le difficoltà della vita presente nell’attesa della felicità eterna. Come se Gesù dicesse: Beati siete voi, se morite di fame in questo mondo, perché sarete saziati nell’altro mondo; beati, se piangete in questo mondo, perché sarete felici nell’altro. No. Gesù dichiara che i poveri, gli afflitti, i perseguitati, gli affamati, sono felici proprio perché egli è venuto a liberarli. Ricordiamoci di quella volta in cui ha fatto rispondere a Giovanni il Battista,che gli aveva mandato i suoi discepoli per domandargli se egli fosse il Messia: “Andate a dire a Giuovanni quello che avete visto: gli zoppi camminano, i sordi odono, ai poveri  è annunciata la Buona Novella.

 

            Queste Beatitudini sono dunque in realtà una missione – la missione data da Gesù ai suoi discepoli di completare ciò che egli ha cominciato. Quando i Cristiani, cioè tutti noi, sull’esempio dei santi che oggi celebriamo, avremo vissuto secondo questi principi e l’avremo fatto in maniera contagiosa, allora non vi saranno più poveri, affamati, sofferenti. Il Regno di Dio sarà pienamente realizzato, vi sarà felicità piena sulla terra. – questa felicità che è già l’inizio della felicità eterna. E’ la missione che ci dà il Vangelo di oggi.

 

Armand VEILLEUX

 

(traduzione italiana di Anna Bozzo)