29 giugno 2001 – Solennità dei santi Pietro e Paolo

Atti 12,1-11; 2 Tim 4, 6...18; Mat 16, 13-19

 

Omelia per la solennità dei santi Pietro e Paolo

 

            È difficile trovare due uomini così diversi l’uno dall’altro come Pietro e Paolo. Eppure sono le due colonne della Chiesa, e questa nel proprio culto li ha sempre celebrati insieme. Pietro era un pescatore della Galilea, certamente senza altra cultura di quella che si poteva ricevere dall’ascolto degli insegnamenti impartiti  durante i culti nella sinagoga locale. Paolo, pur essendo ebreo, era anche un cittadino romano; nato a Tarso, aveva ricevuto la migliore formazione intellettuale  che era possibile allora ricevere. Pietro aveva vissuto con Cristo durante tutta la durata del Suo ministero pubblico; Paolo aveva incontrato Cristo soltanto sulla via di Damasco, in una visione, mentre era diretto a perseguitare i Cristiani. Paolo aveva un temperamento focoso  e non era di carattere facile; Pietro, con la sua grande spontaneità che gli faceva fare anche delle gaffes, aveva anche la semplicità che faceva di lui un capo non temibile. Pietro e Paolo ebbero i loro momenti di frizione, seguiti da spiegazioni, e furono capaci ad avere divergenze di opinioni, ma restarono sempre uniti nell’amore dello stesso Cristo che l’uno e l’altro amarono fino ad accettare  la morte da martiri.

 

            La bellezza di Dio (per impiegare un antropomorfismo) gli viene dalla sua semplicità, dalla sua unità, dalla sua assenza di complessità. La bellezza propria alla creazione le viene al contrario dalla sua grande diversità e dalla sinfonia costituita dai suoi molteplici elementi differenti. L’esempio delle prime generazioni cristiane, e particolarmente quello di Pietro e Paolo, è un invito costante fatto alla Chiesa e a ciascuno dei suoi membri, non soltanto a rispettare le differenze  di personalità, di punti di vista, di sensibilità, ma a saper vedere in queste differenze una ricchezza.

 

            Entrambi hanno una lunga carriera. La prima lettura, tratta dal Libro degli Atti, ci mostra, in maniera quasi umoristica, gli inizi da parte di Pietro dell’esercizio della sua autorità sull’insieme degli Apostoli e dei Discepoli, dopo la morte di Gesù. Mentre tutta la comunità primitiva è riunita e prega trincerata dietro a porte sbarrate, Pietro si trova dapprima in prigione, poi ne esce in modo spettacolare, per ritrovarsi solo nella strada. E sappiamo che avrà qualche difficoltà a farsi aprire la porta quando raggiungerà gli altri. Egli è veramente il genere di persona a cui possono accadere simili  cose. Una persona tutta aperta alla grazia, con una semplicità che resterà sempre un po’ infantile. La seconda lettura ci fa ascoltare un Paolo arrivato al traguardo, stanco, un po’ disilluso,  e anche un po’ complessato, che si lamenta di essere stato abbandonato da tutti. Bisogna dire che non era facile vivere con lui. Marco lo ha imparato a sue spese. Eppure la sua fede in Cristo è inattaccabile, e la mostrerà perfino nella sua morte, come del resto Pietro.

 

            Infine il Vangelo ci richiama al momento della prima confessione di fede di  Pietro e della missione che Gesù gli affida di guidare la Chiesa. Gli conferisce il potere di legare e di sciogliere. E’ Pietro che ha legato Paolo a se stesso e l’ha legato alla Chiesa. Ed è lo stesso Pietro che ha sciolto i legami dei primi Cristiani, liberandoli  dalla loro schiavitù nei confronti delle regole rituali uscite dall’Antica Alleanza.

 

            Preghiamo perché la Chiesa di oggi sia fedele nel liberare tutti i suoi figli dalla schiavitù della paura, delle condanne e dei giudizi,  per legarli tutti all’unico Cristo, nella bellezza e nella ricchezza della loro grande diversità.

 

Armand VEILLEUX