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giugno 2001 – Solennità dei santi Pietro e Paolo
Atti 12,1-11; 2 Tim 4, 6...18;
Mat 16, 13-19
Omelia per la solennità dei
santi Pietro e Paolo
È difficile trovare due uomini così diversi l’uno dall’altro
come Pietro e Paolo. Eppure sono le due colonne della Chiesa, e questa nel
proprio culto li ha sempre celebrati insieme. Pietro era un pescatore della
Galilea, certamente senza altra cultura di quella che si poteva ricevere dall’ascolto
degli insegnamenti impartiti durante i culti nella sinagoga locale. Paolo, pur essendo ebreo,
era anche un cittadino romano; nato a Tarso, aveva ricevuto la migliore formazione
intellettuale che era possibile allora
ricevere. Pietro aveva vissuto con Cristo durante tutta la durata del Suo
ministero pubblico; Paolo aveva incontrato Cristo soltanto sulla via di Damasco,
in una visione, mentre era diretto a perseguitare i Cristiani. Paolo aveva
un temperamento focoso e non era di
carattere facile; Pietro, con la sua grande spontaneità che gli faceva fare
anche delle gaffes, aveva anche la semplicità che faceva di lui un capo non
temibile. Pietro e Paolo ebbero i loro momenti di frizione, seguiti da spiegazioni,
e furono capaci ad avere divergenze di opinioni, ma restarono sempre uniti
nell’amore dello stesso Cristo che l’uno e l’altro amarono fino ad accettare
la morte da martiri.
La bellezza di Dio (per impiegare un antropomorfismo) gli
viene dalla sua semplicità, dalla sua unità, dalla sua assenza di complessità.
La bellezza propria alla creazione le viene al contrario dalla sua grande
diversità e dalla sinfonia costituita dai suoi molteplici elementi differenti.
L’esempio delle prime generazioni cristiane, e particolarmente quello di Pietro
e Paolo, è un invito costante fatto alla Chiesa e a ciascuno dei suoi membri,
non soltanto a rispettare le differenze di
personalità, di punti di vista, di sensibilità, ma a saper vedere in queste
differenze una ricchezza.
Entrambi hanno una lunga carriera. La prima lettura, tratta
dal Libro degli Atti, ci mostra, in maniera quasi umoristica, gli inizi da
parte di Pietro dell’esercizio della sua autorità sull’insieme degli Apostoli
e dei Discepoli, dopo la morte di Gesù. Mentre tutta la comunità primitiva
è riunita e prega trincerata dietro a porte sbarrate, Pietro si trova dapprima
in prigione, poi ne esce in modo spettacolare, per ritrovarsi solo nella strada.
E sappiamo che avrà qualche difficoltà a farsi aprire la porta quando raggiungerà
gli altri. Egli è veramente il genere di persona a cui possono accadere simili
cose. Una persona tutta aperta alla grazia, con una semplicità che
resterà sempre un po’ infantile. La seconda lettura ci fa ascoltare un Paolo
arrivato al traguardo, stanco, un po’ disilluso,
e anche un po’ complessato, che si lamenta di essere stato abbandonato
da tutti. Bisogna dire che non era facile vivere con lui. Marco lo ha imparato
a sue spese. Eppure la sua fede in Cristo è inattaccabile, e la mostrerà perfino
nella sua morte, come del resto Pietro.
Infine il Vangelo ci richiama al momento della prima confessione
di fede di Pietro e della missione
che Gesù gli affida di guidare la Chiesa. Gli conferisce il potere di legare
e di sciogliere. E’ Pietro che ha legato Paolo a se stesso e l’ha legato alla
Chiesa. Ed è lo stesso Pietro che ha sciolto i legami dei primi Cristiani,
liberandoli dalla loro schiavitù nei
confronti delle regole rituali uscite dall’Antica Alleanza.
Preghiamo perché la Chiesa di oggi sia fedele nel liberare
tutti i suoi figli dalla schiavitù della paura, delle condanne e dei giudizi,
per legarli tutti all’unico Cristo, nella bellezza e nella ricchezza
della loro grande diversità.
Armand VEILLEUX