12 aprile 2001 – Giovedì Santo

Es 12, 1...14;  1 Co 11, 23-26; Gv 13, 1-15

 

 

O M E L I A

 

 

Nel Prologo con cui Giovanni apre solennemente il suo Vangelo, parla della venuta del Verbo in questo mondo. Alla fine dello stesso Vangelo, nel testo che abbiamo letto, Giovanni parla del ritorno del Verbo al Padre. Tutto,  tra questa venuta e questa dipartita, è una lunga storia d’amore – un amore spesso tradito, ma sempre fedele.

 

“ E’ venuto in mezzo ai suoi, dice Giovanni nel suo prologo, ma i suoi non lo riconobbero. Eppure, ci dice nel Vangelo di oggi, avendo amato i suoi, li amò fino alla fine. E allora ecco Giovanni raccontarci una espressione di questo amore.

 

Il vero amore si esprime attraverso tanti piccoli fatti della vita quotidiana. Non ha bisogno di “dichiararsi” continuamente. (Se un amore sente troppo il bisogno di dichiararsi, è forse perché dubita di se stesso). Eppure deve “dichiararsi” esplicitamente, in certi momenti privilegiati, oppure con parole o gesti simbolici. L’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli è uno di questi gesti altamente simbolici.

 

Non è un pasto rituale. E’ un pasto ordinario. “Durante una cena (deípnou ginoménou), dice semplicemente Giovanni. Ma questo pasto ordinario acquista il valore di un simbolo estremamente forte, per tutto ciò che Gesù vi mette dentro. Alla fine del pasto ci saranno le lunghe confidenze di Gesù ai suoi discepoli e amici, e la preghiera al padre in loro presenza. Ma la parte del racconto che ci viene proposta oggi ci riferisce semplicemente un gesto simbolico compiuto da Gesù.

 

Così come aveva assunto la nostra vita, che ben presto avrebbe lasciato, per riprenderla in seguito, Gesù si alza da tavola, per sedervisi di nuovo un po’ più tardi. Si leva la tunica, per poi rimettersela. All’interno di queste parentesi, che si aprono e si richiudono, vi è un frutto, un concentrato di significato, racchiuso nel racconto della lavanda dei piedi. In questo racconto Gesù riassume tutto l’amore che ha provato nel corso della sua vita, per i suoi, - che non lo hanno accolto, ma che egli ama fino alla fine. Questo gesto non  è soltanto didascalico (una lezione per immagini). Ha un senso, perché esprime sotto forma simbolo ciò che Gesù aveva vissuto e praticato nel corso della sua vita, e che avrebbe  vissuto in modo drammatico nelle ore successive.

 

Lavare i piedi è prima di tutto un gesto di rispetto. Gesù ricorda ai suoi discepoli che ai suoi occhi ogni persona è degna di rispetto, sia che essa accolga Lui oppure no. Lava i piedi di Pietro, che lo tradirà in un momento di debolezza, e così pure quelli di Giovanni, il discepolo amato, che gli era fedele, e laverà anche i piedi di Giuda, che partecipa anche lui a questa cena, prima di venderlo, per un calcolo meschino.

 

Lavare i piedi è anche un gesto di ospitalità  e di servizio, con il quale colui che accoglie si fa servitore di colui che viene accolto. Questo gesto è talmente “eloquente” di per  se stesso, che non ha bisogno di commenti. Gesù non tenta di spiegarlo, o di dedurne delle lezioni. Le cose sono molto più semplici: “ Vi ho dato l’esempio, perché anche voi facciate la  stessa cosa che ho fatto per voi.”

 

Per Gesù si tratta di “fare”,  molto più che di dire. L’autenticità di una comunità cristiana si misura con la sua capacità di servizio, molto più che con l’entusiasmo con cui essa può proclamare o cantare la sua comunione.

 

Amiamoci gli uni gli altri. Esprimiamo questo amore fraterno con le nostre celebrazioni eucaristiche e altri gesti simbolici. Esprimiamolo soprattutto con le mille e una attenzione, tanti piccoli gesti di servizio vicendevole, di cui noi tutti abbiamo costantemente bisogno nel corso della nostra esistenza quotidiana.

 

Armand VEILLEUX

 

(traduzione di Anna Bozzo)