17 giugno 2001, Festa del Corpus Domini "C"

Gn 14, 18-20; 1 Co 11, 23-26; Lc 9, 11-17

 

Omelia

 

            Al centro della storia dell’umanità si trova il mistero pasquale, il fatto che Gesù ha amato suo Padre e ci ha amati, fino a morire per noi. Questo dono della sua vita per noi, Gesù lo aveva già espresso simbolicamente qualche giorno prima della sua morte, quando, durante l’ultima cena con i suoi discepoli, nell’offrire loro il pane e il vino, aveva detto: “Questo è il mio corpo offerto per voi” e “Questo è il mio sangue”. Questo stesso mistero era stato espresso profeticamente, molte generazioni prima, dal re Melchisedech, il quale, benché non appartenesse al popolo ebraico, aveva offerto a Dio un sacrificio di pane e vino. (cfr. la prima lettura). Infine, dalla morte e resurrezione di Gesù,  noi continuiamo a fare memoria di lui, ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, come ci  ricorda Paolo nella sua lettera ai Corinzi (seconda lettura).

 

Quello che celebriamo oggi, nella festa del Corpo e del Sangue di Cristo, è il mistero della vita, del trionfo della vita sulla morte.  Ed è bene ricordarcelo ogni volta in cui, in un modo o nell’altro, il mistero della morte ci tocca da vicino, sia quando una persona che ci è vicina viene a mancare, sia quando facciamo l’esperienza dei nostri propri limiti.

 

            Nei primi capitoli del suo Vangelo, san Luca ci mostrava simbolicamente Maria offrirci suo figlio come cibo, deponendolo in una “mangiatoia”, già avvolto in fasce, come per una sepoltura. E nel Vangelo di oggi, lo stesso evangelista Luca ci mostra Gesù in piena attività missionaria: parla al popolo del Regno di Dio, guarisce i malati e dà da mangiare alla folla.  Per san Luca questo racconto non è prima di tutto la descrizione di una “moltiplicazione miracolosa” di pani, bensì soprattutto la descrizione del ministero di Gesù, al quale egli fa partecipare i suoi discepoli. Gesù risponde a tutti i bisogni della folla. Prima parla alla gente del Regno di Dio, poi guarisce i malati; infine nutre gli affamati, invitando quelli che hanno qualcosa a condividerlo con tutti gli altri.  E il vero miracolo che avviene è che quando osiamo dividere  con gli altri quello che abbiamo, ce n’è sempre molto più del necessario, per noi e per loro.

 

            Tutto questo ci insegna che, quando Gesù dice “Fate questo in memoria di me”, non ci invita semplicemente ad imitare un gesto rituale compiuto nell’ultima Cena. Gesù ci chiama a condividere con i nostri fratelli e le nostre sorelle – a mettere in comune la Parola ricevuta da Lui, a contribuire lavorando come Lui alla guarigione di tutte le ferite, e infine a spartire il nostro pane con gli affamati, sia sul piano spirituale che materiale.

 

            Non possiamo intendere l’Eucaristia come un rito isolato. Non ci avviciniamo ad essa come se andassimo al distributore di benzina a fare il pieno  prima di continuare il viaggio. Non si tratta soltanto di un rito con il quale vogliamo riprendere forza, acquistare energia e coraggio per fare ancora un po’ di strada.

 

            Quando celebriamo l’Eucaristia, noi non facciamo semplicemente la commemorazione dell’ultima Cena. Noi riceviamo il dono della vita, per poterla condividere, questa vita, nella stessa maniera  in cui Gesù ha dato se stesso – attraverso la sua predicazione, attraverso le guarigioni che operava, e infine con la sua morte accettata per amore.  Domandiamogli la forza di amare anche noi fino all’estremo limite.

 

Armand VEILLEUX

 

(traduzione di Anna Bozzo)