Site du Père Abbé
Armand Veilleux

28 gennaio 2001 - IV domenica "C"
Gr 1, 4...19; 1 Co 12, 31-13,13; Lc 4,21-30


O M E L I A


Dopo essere stato battezzato da Giovanni, Gesù trascorse 40 giorni nel deserto, dopodiché decise di non cominciare il suo ministero a Gerusalemme, che era il centro del giudaismo, ma nella lontana provincia di Galilea, da dove proveniva. Si mise dunque a predicare nella sinagoga della città principale di questa provincia, Cafarnao. Dopo una prima giornata di predicazione e di guarigioni piena di successi, si ritirò di nuovo nel deserto per una notte di preghiera, nel corso della quale prese la decisione di lasciare la città di Cafarnao e di andare a predicare nelle piccole città e villaggi della campagna di Galilea. Questo lo condusse alla sua città natale di Nazareth. Lì si recò alla sinagoga, dove gli fu presentato il rotolo delle scritture, ed egli lesse il testo di Isaia: "io ti ho inviato". Fu allora che disse: "Oggi queste parole della Scrittura si compiono alla vostra presenza".

Con queste decisioni prese successivamente, Gesù ci insegna prima di tutto che la conversione alla quale ci chiama consiste in un riaggiustamento continuo e ripetuto delle nostre priorità.

Nel film di Steven Spielberg Schindler's List, Oskar Schindler dice al suo amico Amon Goeth che siamo in presenza di un vero potere non quando qualcuno utilizza la forza contro qualcun altro per ucciderlo, ma quando chi è stato offeso si mostra capace di perdonare.

Nel Vangelo di oggi abbiamo una bella espressione di una simile forza, pacata e serena, che si oppone al potere distruttivo. La gente di Nazareth, la cittadina di Gesù, è talmente scioccata dalle sue parole, che vorrebbero già ucciderlo. Lo cacciano via dall'abitato, conducendolo ad una scarpata della collina su cui è costruita la città, per gettarlo giù. Che accade allora? Niente violenza, né alcuna resistenza da parte di Gesù. Lui si fa strada semplicemente in mezzo a loro e prosegue il suo cammino. Non rifiuta la morte, ma la sua ora non è ancora venuta. E' ancora il momento di manifestare l'amore, semplicemente non rispondendo alla violenza con la violenza. Più tardi dovrà manifestare lo stesso amore accettando la morte. In ogni situazione è Gesù che esercita il vero potere - il potere dell'amore.

L'amore, come la conversione, ci richiede un riaggiustamento costante delle nostre priorità. Paolo ce lo insegna nella sua prima lettera ai Corinti. Dopo aver insistito sulla grande diversità dei doni che fanno una comunità, ci dice che dobbiamo aspirare a doni ben più alti. E il più grande di tutti è l'amore. Io posso parlare le lingue, dice Paolo; posso avere il dono della profezia e comprendere tutti i misteri; posso dare tutto ciò che ho ai poveri; ma se non ho l'amore, è tutto inutile.

Paolo descrive poi le qualità dell'amore vero: è paziente, amabile, non è geloso né permaloso. Non si smentisce mai. Le profezie cesseranno; tutto il resto passerà ; ma resterà l'amore.

Profezia è una parola che ritorna in ciascuna delle tre letture di oggi e che le unifica in un solo messaggio. Ad ognuno di noi, come a Geremia, il Signore dice: "Anche prima di formarti nel seno materno, io ti conoscevo…ti ho stabilito profeta delle nazioni." Noi siamo chiamati a essere profeti, perché siamo tutti chiamati a continuare la missione di Gesù, che si è identificato ai Profeti dell'Antico Testamento - a Isaia, di cui cita le parole, ma anche a Elia e a Eliseo che furono inviati alle nazioni in un'epoca in cui Israele era convinto di possedere in esclusiva l'amore di Dio… Il messaggio di Gesù è che la sua missione, come l'amore di Dio, non ha limiti né frontiere. Essa è rivolta a tutti.

Estendere a tutti questo amore, in maniera incondizionata, è il modo in cui noi siamo chiamati ad essere profeti.

Armand VEILLEUX

(traduzione di Anna Bozzo)