16 settembre 2001 -- XXIV domenica "C"

Abbazia di Caldey, Caldey Island, Galles

Esodo 32, 7-11. 13-14: 1 Tim 1, 12-17: Lc 15, 1-32

 

O M E L I A

 

            Il  racconto del dialogo tra Dio e Mosé (prima lettura) a proposito del popolo che ha commesso un peccato di idolatria termina con le parole: “Il Signore rinunciò al proposito di fare del male al suo popolo.” Questo testo non parla di conversione, perché non vi si fa cenno di alcuna conversione, almeno fino a questo punto del racconto; non parla neppure direttamente di preghiera, anche se ci insegna qualcosa sulla preghiera. Questo testo tratta essenzialmente di Dio. Ci dice chi è Dio.

 

            Stessa cosa nel Vangelo di oggi.  Come in tutte le sue altre parabole, Gesù  in queste ci dice qualcosa a proposito del Padre suo e del Regno del  Padre. E invece noi siamo talmente concentrati su noi stessi che la maggior parte delle volte troviamo in queste parabole innanzitutto degli insegnamenti  su di noi e sulla nostra condotta morale.

 

            Nel Vangelo di domenica scorsa Gesù enunciava gli impegni radicali che egli proponeva a coloro che volevano seguirlo.  Subito dopo ecco che vediamo i Pubblicani e i peccatori raccogliersi intorno a lui, con grande scandalo dei Farisei e degli scribi che gli rimproveravano di fare una buona accoglienza ai peccatori e di mangiare a tavola con loro. In risposta a queste mormorazioni, Gesù offre loro non una parabola, ma ben tre, e tutte sulla gioia che si fa in cielo quando un peccatore si pente e ritorna a Dio. E’ una gioia simile a quella di un pastore che ha ritrovato la pecora che aveva perduta o ancora quella della donna che ha ritrovato la moneta d’argento che aveva smarrita. Ancor meglio, è come la gioia di un padre  quando suo figlio ritorna a casa. E questa terza parabola è molto più elaborata delle altre due.

 

            “Un uomo aveva due figli…” Questi due figli corrispondono a tutte le persone presenti: il più giovane, che domanda la sua parte di eredità e se ne va, corrisponde ai Pubblicani e ai peccatori; mentre il più anziano, rimasto a casa, corrisponde ai Farisei e agli scribi.

 

            Il primo figlio rifiuta il padre, o in ogni caso si comporta come se suo padre fosse già morto: “Dammi la parte di eredità che mi spetta”, dice.  Ed è soltanto dopo aver speso tutti i suoi averi ed essersi reso schiavo di qualcun altro  che si ricorda di suo padre e ritorna da lui. Quanto al padre, egli non ha mai dimenticato il suo figliolo, e non ha mai cessato di considerarlo come figlio suo, aspettandolo continuamente, e perfino correndogli incontro quando lo vede arrivare. Alla confessione di suo figlio: “ Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te. Non merito più di essere chiamato tuo figlio…”, egli non risponde a parole, ma soltanto con i gesti. Gli si getta al collo e lo copre di baci, e organizza un banchetto per celebrare il suo ritorno.

 

            L’altro figlio, che rappresenta i Farisei e gli scribi, ha cessato di essergli figlio, ancora più del primo. Si è lui stesso costituito servitore e anche schiavo. Dice: “ Da tanti anni sono al tuo servizio, senza aver mai disobbedito ai tuoi ordini…” Ha dimenticato che era suo figlio, e non ha dunque un fratello. Dice a suo padre: “Questo tuo figlio…” e di conseguenza il padre gli risponde: “Questo tuo fratello…”

 

            In opposizione al dio cupo dei farisei, Gesù descrive suo padre come un Dio che danza. Una frase di questo testo mi ha sempre colpito; è la riflessione che fa giustamente il fratello maggiore quando torna dai campi e chiama uno dei servitori per domandargli la ragione di quella musica e delle danze. Ogni volta che noi torniamo a Dio, dopo ciascuna delle nostre sbandate, è per Dio un tempo di musica e di danza.

 

            L’interpretazione di una parabola è come quella di un sogno. Noi ne siamo, in certo qual modo, ciascuno dei personaggi. Ciascuno di noi è contemporaneamente il figliol prodigo e quello rimasto a casa, che si lamenta dell’attenzione che il padre presta al primo quando torna. Ma – più importante ancora – in una parabola noi siamo chiamati a identificarci con uno dei personaggi. E quello a cui in questa parabola siamo invitati ad identificarci, è il Padre. Non tanto nel senso che dobbiamo accogliere colui che ci ha offeso, quando ritorna umilmente, - agendo allora come dei piccoli dei, cosa che amiamo sempre fare – ma piuttosto nel senso che noi siamo invitati a rallegrarci con Dio ogni volta che qualcuno che si è allontanato da Lui, ritorna a Lui.

 

            I Farisei consideravano i Pubblicani e i peccatori come delle classi di persone con cui una persona rispettabile non doveva mescolarsi; ed erano scandalizzati dal fatto che Gesù mangiasse con loro. Con questa parabola Gesù insegna che ciò che è veramente importante non è ciò che queste persone sono, ma ciò che Dio è, poiché, in definitiva, siamo tutti peccatori. Ed è questa anche la lezione  della lettura del  libro dell’Esodo concernente Mosé. Dio ascolta Mosé non perché sarebbe santo  e diverso dal resto del popolo, ma al contrario perché egli è e vuole restare qualcuno del popolo, e nulla, neppure una promessa fatta da Dio può rompere questa  solidarietà che egli ha con i suoi.

 

            Noi leggiamo questo Vangelo qualche giorno dopo i terribili eventi che hanno colpito New York l’11 settembre, e mentre preghiamo per le numerose vittime innocenti di questa tragedia e per le loro famiglie, dobbiamo pregare ugualmente perché l’insegnamento di Gesù riguardo a suo Padre ispiri coloro che dovranno prendere delle decisioni politiche e militari nel corso dei prossimi giorni o delle prossime settimane. Preghiamo perché sappiano resistere alla tentazione di continuare la spirale di violenza, tentando di porre fine alla violenza con una violenza più grande ancora, e di vendicare migliaia di morti con ancoro più morti, e la distruzione materiale con più distruzione. Possano tutti i figli del Padre celeste imparare come disinnescare la violenza, arrivando a stabilire una società giusta in cui tutti e ciascuno siano rispettati come esseri umani e vedano rispettati tutti i loro diritti.

 

Armand VEILLEUX

 

(trad. italiana di Anna Bozzo)