29 luglio 2001, XVII domenica "C"
Gen 18, 20-32; Col 2, 12.14; Lc 11, 1-13
Monastero di Kibungo, Rwanda
O M E L I A
"Signore, insegnami a pregare !”
Ciascuno di noi ha probabilmente presentato più volte questa supplica
al Signore. Se lo abbiamo fatto, e se la risposta che abbiamo inteso veniva veramente
da Dio, sappiamo che non vi è risposta facile a questa domanda.
Nel testo evangelico che abbiamo ascoltato,
Gesù non dà una risposta facile. In realtà, non risponde direttamente alla
domanda. Non dice: “La preghiera è questo e quest’altro.” Non dice nemmeno:
“La preghiera consiste nel recitare questa o quella formula.” Dice piuttosto:
quando pregate, dite…” Vale a dire, quando siete in uno stato di preghiera,
o quando nel vostro cuore vi è una preghiera, e volete esprimerla in parole,
potete, per esempio, utilizzare le seguenti parole: “ Padre nostro, sia santificato
il tuo nome, ecc.”
Se Gesù non risponde direttamente alla
domanda, la ragione probabilmente è che ciò che per Lui è più importante non
è il fatto che noi impariamo a pregare, ma piuttosto che noi impariamo a trasformare
tutta la nostra vita in preghiera. Non colui che dice “Signore, Signore!”
entrerà nel Regno di Dio, ma colui che fa la volontà del Padre mio…”
Non bisogna concepire la preghiera
come una situazione in cui vi è da una parte colui che supplica e, dall’altra
parte, qualcuno a cui domandiamo di fare questa o quella cosa. Se prendiamo
il messaggio biblico nella sua totalità,
Dio non ci appare come qualcuno assiso sul suo trono là in alto, in cielo,
mentre ascolta le preghiere che gli vengono dai suoi sudditi quaggiù sulla
terra. Al contrario, si manifesta come un Padre. Non come un padre con i suoi
bambini, ma piuttosto come un Padre con i suoi figli e le sue figlie adulti,
che sono diventati i suoi amici e ai quali apre Egli stesso il suo cuore.
La storia del Libro della Genesi, che
abbiamo ascoltato come prima lettura, ne è un bel esempio. Abramo ha appena
ricevuto la visita di Dio sotto forma di tre uomini (vedere il Vangelo di
domenica scorsa). Abramo lo ha ricevuto secondo le regole dell’ospitalità
tradizionale del deserto, alla sua mensa. Partendo da quel luogo, Dio – secondo
questo modo di parlare antropomorfico – deve recarsi a Sodoma e a Gomorra,
perché ha sentito dire cose abominevoli sul conto degli abitanti di quelle
città. Vuole andare sui luoghi a verificare di persona; e se ciò che ha sentito
dire è vero, distruggerà queste città. Ma prima di lasciare la tenda di Abramo, Dio pensa tra sé e sé: “Non posso
nascondere al mio amico Abramo quello che sto per fare.” E Abramo comincia
a contrattare con Lui. Vi sono forse dei giusti in quelle città… Veramente
sterminerai il giusto con l’empio?…Sarebbe contro la tua natura…In realtà
Abramo vorrebbe salvare non soltanto i giusti, ma anche i peccatori. In ogni modo, sa di essere uno di loro. Abramo
manifesta due forme di solidarietà
e questo gli dà una grande forza per negoziare: la solidarietà con Dio, di cui è l’amico, e
la solidarietà con l’umanità colpevole, alla quale egli appartiene.
Nella breve preghiera che Gesù ha insegnato
ai suoi discepoli, noi troviamo questi due poli: il primo è “sia santificato
il tuo nome, venga il tuo regno...”. E il secondo è: “dacci oggi il nostro
pane quotidiano, perdonaci i nostri peccati, non indurci in tentazione…”
Vi sono dei momenti nella nostra vita
in cui la preghiera sgorga dalle profondità del nostro cuore come la lava
da un vulcano – sia che abbiamo fatto una viva esperienza dell’amore di Dio,
sia che siamo diventati profondamente coscienti della nostra condizione di
peccatori e di miseri. Ma è probabile che, la maggior parte delle volte, la
nostra preghiera sia quella del Pubblicano: “Abbi pietà di me peccatore”.
Questa preghiera è sempre ascoltata, perché è la preghiera del povero. Quando
noi ci riconosciamo come uno di questi poveri, possiamo dire con gli Apostoli:
“Signore, insegnami a pregare…” La risposta sarà ogni volta nuova e sempre
esigente.
Armand VEILLEUX