11 marzo 2001 - II domenica di Quaresima "C"
Gen 15, 5...18; Fil 3, 17-4, 1; Lc 9, 28-36

Omelia

Ciascuna delle tre letture che abbiamo ascoltato parla di una forma di trasformazione radicale. Il Vangelo parla della trasformazione radicale che hanno vissuto i tre discepoli che si trovarono con Gesù sulla montagna e che li rese capaci di percepire un bagliore o di scorgere, in una rapida percezione, la sua divinità. La prima lettura parlava della trasformazione di Abramo dalla condizione di colono, quale già era, a quella di nomade alla ricerca di una terra promessa, e dallo stato di pagano, quale egli era ancora, allo stato di adoratore del vero Dio. Infine, la lettera di Paolo ai Filippesi parla della trasformazione da una vita di peccato a una vita di virtù. Tutte queste trasformazioni potrebbero essere chiamate in modo molto appropriato con il nome che hanno nella tradizione cristiana: sono infatti delle conversioni.

I discepoli che si trovavano con Gesù sulla montagna furono trasformati, perché ricevettero una illuminazione. Nel Vangelo, illuminazione e conversione vanno di pari passo. Gesù, riferendosi all'occhio del cuore, dice: la luce del corpo è l'occhio. Se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Tutte le grandi tradizioni spirituali del mondo ( induismo, buddismo ecc.) cercano l'illuminazione, impiegando a questo scopo diversi metodi. Nel Vangelo vi si arriva per mezzo della conversione dl cuore.

Quando Paolo parla di conversione, sa per esperienza di cosa parla. Quando ricevette sulla via di Damasco la luce che lo accecò, fu preso d'amore per Cristo in una maniera così assoluta che per lui la vita era il Cristo e la morte un guadagno. I suoi valori si trovarono rovesciati in modo tale che ciò che prima considerava importante era diventato per lui come spazzatura, in confronto a quella grande grazia di conoscere Gesù Cristo, il suo Signore.

Lo psicanalista Karl Jung (che non è certo un Padre della Chiesa, ma che conosceva molto bene l'animo umano) identifica quattro crocevia, o periodi di crisi (nel senso etimologico di krisis) o di crescita, nella vita di un essere umano normale. Il primo è quando un bambino esce dal seno di sua madre per entrare nella vita. Il secondo si situa al momento della pubertà, quando l'adolescente entra nella vita adulta come persona indipendente e responsabile. La terza nascita si verifica quando una persona, avendo acquisito un certo grado di vita spirituale, esce dai conflitti che caratterizzano la metà della vita per scoprire il suo vero "ego". E la fase ultima è evidentemente quella in cui lascia il mondo presente per entrare nell'eternità.

Jung pensa che la maggioranza delle persone non passano con successo attraverso queste crisi, e quindi non sono mai nate completamente. E crede che la ragione principale di ciò sia la paura della morte che precede necessariamente ciascuna di queste nascite. Così, come il bambino non lascia facilmente il seno materno, si rifiutano facilmente la sofferenza e il dolore che implica ogni nascere di nuovo, e così non si passa alle tappe successive di crescita.

Il Vangelo di oggi ci racconta come Gesù sia passato attraverso la crisi dell'età media della vita. In effetti Gesù era allora più o meno a metà della sua vita pubblica. Dopo un inizio che aveva avuto un successo sorprendente, si trovava ora in difficoltà. Le folle a poco a poco lo lasciavano, perché non era il tipo di Messia che attendevano. E i capi del popolo volevano farlo morire. Doveva dunque scegliere lucidamente chi voleva essere e non adattarsi alle aspirazioni della folla nei suoi riguardi. Doveva accettare la morte piuttosto che fare compromessi a proposito della sua missione. E ciò lo condusse a una notte di preghiera intensa sulla montagna, durante la quale egli parlò della sua morte prossima con Elia e Mosé. Questa trasformazione in lui provocò una trasformazione nei discepoli che lo accompagnavano. Essi divennero allora capaci di percepire un po' di quello che lui era.

La Quaresima deve essere per noi non soltanto una breve parentesi penitenziale, bensì un tempo di conversione autentica e profonda, un tempo di trasfigurazione. Deve essere un tempo in cui smettiamo di essere il personaggio che ci piace mostrare agli altri, l'immagine che ci siamo costruita noi di noi stessi e che vogliamo veder ammirata dagli altri, per accettare la sfida di essere semplicemente davanti agli altri quello che siamo davanti al Dio vivente.

Una tale trasformazione richiederà lunghe ore di preghiera solitaria sulla montagna. Come tappa di questo processo di trasformazione, continuiamo la nostra celebrazione dell'Eucaristia, nel corso della quale osiamo avvicinarci a Dio con tutte le nostre necessità, per essere nutriti e confortati mangiando e bevendo il suo corpo e il suo sangue, e anche con il nutrimento rappresentato dal nostro stare insieme da fratelli.

Armand VEILLEUX

(traduzione di Anna Bozzo)