2 dicembre 2001 – Capitolo alla Comunità di Scourmont

 

 

Silenzio : luogo dove è ricevuta e germina la Parola 

 

(in occasione dell’ammissione di fratello Dimitri al noviziato)

 

 

Caro Dimitri,

 

Il capitolo della Regola che hai scelto per la  tua presa d’abito è il capitolo 6, intitolato in latino De taciturnitate. Non bisogna certamente tradurre taciturnitas con « taciturnité », che in francese – come del resto in italiano - ha un senso tutto diverso. La traduzione più corrente oggi, e senza dubbio la più giusta di questo titolo sarebbe: « Dell’amore del silenzio ». 

 

Vi è una relazione evidente tra il silenzio e la parola. L’amore per il silenzio presuppone un grande rispetto per la parola – sia nei confronti della parola ricevuta che della parola data. Se leggiamo il capitolo della RB indipendentemente dal resto della Regola, abbiamo facilmente l’impressione che la sola cosa che importa a Benedetto è assicurasi, con una legislazione serrata, che i monaci si astengano  il più possibile dal pronunciare parola, e vivano in un silenzio continuo, abbastanza simile al mutismo. In realtà, non solo Benedetto sottolinea costantemente l’obbligo per chiunque eserciti un servizio in comunità, di saper mettere una buona parola, ma prevede che i monaci abbiano abbastanza spesso l’occasione di parlarsi fra loro.

 

Esistono in latino, per parlare del silenzio, molti sostantivi e verbi, che Benedetto utilizza in contesti differenti.Qui non utilizza il verbo silere e il sostantivo che ne deriva, bensì il verbo tacere, che implica una relazione interpersonale e che si riferisce all’atteggiamento di colui che ascolta nei confronti di colui che parla.

 

Chi parla, nella Regola, è soprattutto Dio, e la taciturnitas  è il clima di silenzio in cui la sua voce si fa sentire. Dio ci parla nella Scrittura, che sentiamo proclamare nella liturgia, e che leggiamo per conto nostro, per poi ruminarla durante il giorno. Egli parla anche a ciascuno di noi nel cuore. Non si tratta necessariamente di rivelazioni mistiche; è possibile che si tratti semplicemente di rivelarci, in situazioni molto concrete, e perfino materiali, in cui una decisione comunitaria deve essere presa, ciò che è meglio per la comunità (vedi il capitolo 3 sulla convocazione dei fratelli in consiglio). Ci parla attraverso i nostri fratelli, in particolare coloro che hanno dei compiti specifici in comunità, ma anche attraverso tutti gli altri, come ci dicono i capitoli 71, sull’obbedienza reciproca, e 72 sul buon zelo. Il silenzio  non è semplicemente un’assenza di rumore e di parola, che ci permette di intendere questa parola, ma è anche una attitudine interiore di ricettività.

 

Allo stesso modo di Maria, la quale non solo ha ricevuto la parola che l’Angelo le trasmetteva da parte di Dio, ma anche – e soprattutto – ha ricevuto nella sua carne la Parola, il Verbo di Dio, che in lei ha preso corpo ed è nata da lei. Analogamente, dobbiamo anche ricevere costantemente nel segreto e nel silenzio del nostro cuore e di tutto il nostro essere, la Parola che ci configura sempre di più come simili al Cristo.

 

Dandoci il suo verbo, Dio ci ha anche « dato la sua parola », nel senso in cui intendiamo questa espressione  quando diciamo a qualcuno « ti do la mia parola », cioè, sarò fedele al mio impegno.  Dio è sempre fedele al suo amore. E’ nel silenzio che anche noi possiamo  dargli la nostra parola – rispondere alla sua Parola scaturita nel silenzio, tramite la nostra parola nata nel silenzio.

 

E’ facile produrre parole in abbondanza, che sono altrettanti rumori convenzionali, che veicolano altrettanti sentimenti superficiali e che consentono a diversi individui di ridere insieme e insieme piangere, reagendo agli stessi fatti, reali o immaginari, comici o tristi. Sono « parole », di cui Benedetto ci invita a limitare il più possibile il numero.  E’ più difficile produrre – di fronte a Dio, ma anche di fronte ai nostri fratelli e sorelle – una « parola » che riveli la nostra identità, i nostri sentimenti più profondi, la nostra verità. Una tale parola non può che scaturire dal silenzio, dove viene ricevuta la Parola che ci fa nascere alla Vita.

 

Quando noi pronunciamo una tale parola, non soltanto la pronunciamo, ma la « doniamo ».  Essa implica una onestà totale, che rende possibile la fedeltà, tanto ai nostri fratelli che a Dio, perché è a loro come a Lui che noi dobbiamo « dare la nostra parola », impegnandoci in una comunità, nello stesso modo in cui due persone che si impegnano nella vita matrimoniale, si danno vicendevolmente la loro parola.

Benedetto prevede questo duplice movimento durante il noviziato. Egli attende dal novizio un atteggiamento di ricettività, di taciturnitas, di silenzio, in cui egli ascolta la Parola di Dio ricevuta nell’Opus Dei, nell’obbedienza e nelle difficoltà della vita di tutti i giorni; ma attende anche che il novizio sia capace di « dare la sua parola », promettendo la sua stabilitas ogni volta che gli viene letta la Regola.

 

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Mio caro Dimitri, sei pronto a coltivare nel corso del tuo noviziato che vuoi iniziare oggi, questo spazio di silenzio interiore in cui tu potrai ricevere la Parola di Dio e in cui potrà nascere la parola che tu stesso darai a Dio e ai tuoi fratelli?

 

Armand VEILLEUX