3 giugno 2001 – Capitolo
alla comunità di Scourmont
La violenza e la pace del
chiostro
Leggendo la prima
lettura della messa di oggi per preparare l’omelia, la mia attenzione è stata
trattenuta e sollecitata dalla menzione del « violento colpo di vento”
(subito venne dal cielo un rombo simile a un violento colpo di vento –
At 2,2). Questa espressione mi ha sorpreso perché mi sembrava andare nella
direzione opposta di un altro testo biblico che mi piace molto, il capitolo
19 del primo libro dei Re, che descrive l’incontro del profeta Elia con Dio
sul monte Oreb. Questo incontro ci è presentato in un grande affresco dove
appare un vento violento, ma Dio non era nel vento violento;
poi un terremoto, ma Dio non era nel terremoto, infine una brezza leggera…e
Dio era lì, in questa brezza leggera. Senza attardarci ad uno studio di vocabolario
– che potrebbe dare risultati interessanti – si può dire che la scena degli
Atti non comprende di fatto alcuna violenza, ma tutto il contrario, cioè una
capacità nuova di comunione e di comprensione. Ma ciò non mi ha impedito di
proseguire la mia riflessione sulla violenza; infatti, tra i doni dello
Spirito Santo vi è ben la forza, ma non la violenza. (Del resto, negli Atti
è questione di un vento molto forte, e non di violenza).
Dai tempi di Caino e Abele,
la violenza fa parte dell’esistenza umana. Ma vi sono sempre tempi e luoghi dell’universo in cui essa assume
delle forme per così dire endemiche e particolarmente aberranti. In questi ultimi giorni la spirale di violenza in Israele e nei Territori occupati
da Israele ha assunto proporzioni assolutamente demenziali. In Algeria, La
Kabilia si è infiammata e questo movimento rischia di estendersi a tutto il
paese, già sottoposto, da più di dieci anni, allo scontro di opposte violenze.
Là, come in altri luoghi del pianeta, le persone che sono al potere continuano
a ripetere l’errore sempre ricorrente nella storia dell’umanità, che consiste
nel tentare di vincere la violenza con la violenza. Da che mondo è mondo,
ciò non è mai riuscito. Sono i miti, ha detto Gesù, che possiederanno la terra.
Gesù ha vissuto in una
società sottoposta alla violenza istituzionale. Il suo paese era occupato
da truppe straniere; il popolo subiva la violenza religiosa delle élites;
in esso molti poveri erano oppressi da una minoranza di ricchi. Gesù ha abbondantemente
denunciato tutte queste forme di violenza, talvolta con grande fermezza. Ha
chiamato i farisei “sepolcri imbiancati” e ha dato della volpe a Erode. Ma
ha esortato alla violenza dell’amore, quella dei pacifici, che consiste nell’amare
il nemico e ad offrire l’altra guancia a chi ha colpito.
La scena più eloquente,
da questo punto di vista , è probabilmente quella dell’Orto degli Ulivi, dove
si vede Gesù, calmissimo, in mezzo a due violenze contrapposte. Da una parte
vi sono coloro che vengono ad arrestarlo, armate di spade e bastoni, e, dall’altra
parte, Pietro che vuole difenderlo con la sua spada, e che arriva anche a
tagliare l’orecchio di uno dei servi del Gran Sacerdote. Gesù non ammette
che si risponda alla violenza con la violenza, e guarisce il servo ferito.
In quanto cristiani, e
in modo particolare in quanto monaci, dobbiamo incarnare nel mondo di oggi
il Vangelo, la nostra vita deve essere un messaggio di pace. Come? Prima di
tutto mantenendo o ristabilendo continuamente la pace nel cuore di ciascuno
di noi; pace con noi stessi, con Dio, con i nostri fratelli, con le circostanze
della vita in cui veniamo a trovarci. E’ nel cuore dell’uomo che cominciano
tutte le violenze. Ed è lì prima di tutto che si stabilisce la pace. Noi per
vocazione siamo chiamati ad essere uomini “unificati”, con un cuore non diviso.
Nella misura in cui saremo
unificati, potremo anche essere persone di dialogo, capaci di comunione con
ogni persona, quali che siano le sue convinzioni religiose, politiche o filosofiche
– capaci di essere diversi senza affermare aggressivamente le nostre differenze
e capaci di rispettare la diversità dell’altro senza negare o nascondere la
nostra identità. Capaci, eventualmente, di fare da tramite tra persone o gruppi
che si affrontano. Il nostro monastero, come del resto ogni altro monastero,
deve sempre essere un luogo dove ogni persona che viene, di passaggio o per
un soggiorno, possa sentirsi accettata, rispettata e amata.
E’ questa senza dubbio
la prima e la più fondamentale delle maniere che ci siano date di consentire
allo Spirito di agire attraverso di noi per introdurre più pace in un mondo
ferito.
La vita del chiostro ci
preserva tuttavia da molte delle violenze in cui si dibattono i nostri concittadini;
ma non ci dispensa dal fare violenza a noi stessi per conservare unificato
il nostro cuore [perché è in questo senso che i violenti possederanno
il Regno (Mat 11,12)]. Questo costituisce per noi una esigenza supplementare
di fare della nostra comunità un’oasi di pace, fondata sull’accettazione e
il rispetto di tutte le differenze con cui Dio si compiace di “giocare”, come
diceva Christian de Chergé, per costruire l’unità della sua grande famiglia.
Quando il profeta Elia
si mise in cammino verso il monte Oreb, era un uomo violento, che uccideva
i sacerdoti di Baal in nome di Dio. Il suo incontro con Dio sul monte Oreb
lo trasformò: non ha incontrato Dio negli elementi della natura che simboleggiavano
ciò che egli era stato fino allora: uragano, fuoco, terremoto, ma in ciò che
no era ancora: il dolce mormorio di una brezza leggera, simbolo della pace
di Dio. Questo incontro lo trasformò. Anche noi, soltanto in un incontro personale
con Dio nella preghiera possiamo gradualmente essere liberati da tutto ciò
che in noi è divisione e tensione, per arrivare a questa pace interiore che
siamo chiamati ad irradiare intorno a noi.
Armand VEILLEUX
(traduzione di Anna Bozzo)