Site du Père Abbé
Armand Veilleux

10 dicembre 2000
Capitolo alla Comunità di Scourmont


Un nuovo approccio del martirio

Il 5 dicembre scorso ho partecipato a Roma ad un simposio sui martiri dell'Africa e dell'Asia. La mattina era consacrata all'Africa e il pomeriggio all'Asia. Nel corso della mattinata vi sono state tre comunicazioni e un certo numero di testimonianze, che rivelavano una grande unità nella maniera di percepire il martirio, anche se non vi era stata alcuna concertazione tra le persone che hanno fatto questi interventi.

La prima conferenza era dell'abate Paul Buetubela Balembo, il rettore delle Facoltà Cattoliche di Kinshasa, in Congo, il quale ha presentato una riflessione propriamente teologica sui Martiri Africani, intendendo dimostrare questa visione teologica nei primi martiri dell'Africa, in particolare quelli dell'Uganda. E' seguita poi una comunicazione di Padre Nazareno Contran, un religioso Comboniano operante lui pure a Kinshasa, il quale ha pubblicato delle liste complete dei religiosi e religiose uccisi in Africa nel corso del loro ministero, negli scorsi decenni (sono parecchie centinaia). A me personalmente era stato chiesto di presentare i martiri dell'Algeria, con particolare riguardo ai sette monaci di Tibhirine.

Il Santo Padre ha creato diversi anni fa una Commissione incaricata di stabilire la lista dei martiri del XX secolo, e una delle grandi celebrazioni del Giubileo è stata loro consacrata nel mese di maggio. Nel pensiero del Santo Padre e in tutti i suoi discorsi, siu percepisce una concezione del martirio diversa e più ampia di quella che si aveva fino ad ora, e che è ancora quella della Congregazione delle Cause dei Santi. Secondo le norme che reggono i processi di canonizzazione, per stabilire che qualcuno è martire nel pieno senso della parola, bisogna dimostrare che è stato ucciso "in odio alla fede". Ora, spesso questa definizione non corrisponde più molto alla realtà.

Agli inizi del Cristianesimo, l'Impero romano aveva una religione di stato. Chiunque si affermava cristiano rifiutava questa religione ed era considerato come "pagano" dai responsabili della religione ufficiale. Questi moriva per difendere la sua fede in Gesù Cristo e perché rifiutava di rinnegare questa fede. La stessa cosa si è verificata lungo tutta la storia delle missioni, fino alla nostra epoca. I missionari portavano la fede cristiana a popoli che avevano altre credenze religiose ed erano mandati a morte esplicitamente a causa di queste nuove credenze di cui erano portatori, e che spesso destabilizzavano le strutture sociali legate alla religione ufficiale.

Ora, un gran numero di martiri della nostra epoca sono vittime di poteri totalitari o di dittature, che il più delle volte non hanno alcuna preoccupazione religiosa. Muoiono perché disturbano e disturbano perché incarnano nella loro vita i valori cristiani fondamentali di giustizia e di pace in contesti di violenza e di oppressione. Si allunga continuamente la lista di religiose e religiosi, e anche di laici cristiani, che vengono eliminati perché difendono i diritti fondamentali della persona umana, perché solidarizzano con le vittime dell'ingiustizia e dell'oppressione.

Da una parte, la concezione più netta che noi oggi abbiamo di questi diritti fondamentali della persona è un puro frutto del Vangelo; e d'altra parte, non vi è nulla di più evangelico che l'essere solidali con i piccoli, i poveri, gli affamati, i prigionieri, i perseguitati. I poteri totalitari che eliminano queste persone scomode possono non avere alcuna motivazione religiosa e non avere che dei motivi di interesse politico. Non è meno vero che coloro che muoiono, muoiono per aver vissuto autenticamente il Vangelo. Essi sono dei testimoni della fede, dunque dei "martiri" nel senso più pieno.

Vi è, ai giorni nostri, unb altro tipo di martiri: coloro che accettano di rischiare la propria vita per curare gli altri. Vi è attualmente una terribile epidemia del morbo di Ebola nel nord dell'Uganda (come ve ne è stata una alcuni anni fa in Congo). E' una malattia terribile, alla quale quasi nessuno sopravvive dopo averla contratta. Non si contano più i laici, le religiose, i religiosi che sono morti nel corso degli ultimi mesi curando volontariamente le vittime di questa epidemia. Il giorno stesso del nostro simposio a Roma, abbiamo appreso la morte di un giovane medico quella mattina stessa in Uganda. Precedentemente, nel corso di quest'anno, aveva raccolto il denaro necessario per venire a fare il suo giubileo a Roma e vaeva già comprato il biglietto, quando è scoppiata l'epidemia. Questo giovane ha rinunciato al suo pellegrinaggio per andare a curare i malati e ha contratto il morbo. E' certamente un martire della carità cristiana.

D'altra parta non bisogna neppure pensare che i Cristiani hanno il monopolio del martirio. Numerose persone di altra fede, o anche che non si considerano religiose, muoiono ogni giorno di morte violenta, per aver difeso gli stessi valori che sono alla base della fede cristiana. Anche loro sono martiri. Tra le circa duecentomila vittime della violenza che affligge l'Algeria da più di dieci anni, si possono contare numerosi imams musulmani che sono stati assassinati per aver rifiutato e condannato la violenza.

La riflessione sulle nuove forme di martirio che si verificano nella nostra epoca ci conduce ad una riflessione ulteriore. E' che ogni volta che qualcuno subisce il martirio, qualcun altro commette un crimine contro l'umanità, contro l'immagine di Dio iscritta in ogni persona umana. E questi crimini non devono essere dimenticati in tutte le nostre belle cerimonie intorno alla memoria dei nostri martiri. Non bisogna soprattutto dare l'impressione ai carnefici e ai torturatori che essi possono continuare ad agire impunemente.

E' normale per dei Cristiani perdonare; e bisogna perdonare. Ma questo perdono non dispensa nessuno dal cercare la verità sull'identità degli autori di ciascuno di questi crimini e di deferirli alla giustizia. Al Simposio sono state citate le parole della madre di Steve Biko (un cittadino dell'Africa del Sud morto sotto le torture della polizia circa quindici anni fa). Questa madre diceva che era pronta a perdonare a coloro che avevano torturato a morte suo figlio, ma che voleva prima sapere a chi doveva perdonare.

Ero felice che tutte queste idee fossero espresse chiaramente e con forza nelle comunicazioni che precedevano la mia, perché, se avevo accettato di parlare dei nostri monaci di Tibhirine è perché trovavo che il tempo era venuto di dire qualcosa di simile.

Volevo prima di tutto mettre la testimonianza dei nostri sette fratelli di Tibhirine in relazione con quella degli altri undici religiosi e religiose che sono stati assassinati prima di loro nella diocesi di Algeri, e con quella del vescovo di Orano Pierre Clavarie. Un punto in comune di tutti questi martiri è che, pur essendo stranieri e cristiani, avevano stabilitoi dei legami di fraternità e di amicizia con il popolo in mezo al quale vivevano. Sono stati tutti uccisi nel luogo stesso in cui vivevano e operavano, tanto che il messaggio dei loro assassini era fin troppo chiaro: era precisamente questa comunione (la realtà cristiana per eccellenza) che si voleva far cessare.

Mi sembrava importante sottolineare con forza come i nostri fratelli sono stati testimoni (martiri) del Vangelo, prima di tutto attraverso la loro vita, prima e ancor più che attraverso la loro morte. Voler basarsi su poche righe ambigue di un messaggio la cui provenienza e i cui autori restano circondati di mistero, per considerare i nostri fratelli come autentici martiri sarebbe come muoversi su un terreno molto instabile. Ciò che è certo è che essi erano diventati scomodi a causa dei valori evangelici che incarnavano; poco importa l'identità precisa dei loro assassini.

Senza fare alcuna ipotesi, e soprattutto senza formulare alcuna accusa, mi sembrava importante sottolineare il fatto che nessuna inchiesta giudiziaria ha chiarito tutto il mistero che circonda il rapimento, la prigionia, e la morte dei nostri fratelli, come pure la sorte riservata ai loro cadaveri. Ciò mi sembrava tanto più importante in quanto, da qualche mese a questa parte, si moltiplicano gli appelli, a cominciare da quello di Amnesty International, per domandare un'inchiesta internazionale su questi massacri. Sarebbe normale che noi Cristiani, siamo i soli a non volere che venga fatta luce? Senza conoscere ancora la frase della madre di Steve Biko (citata più sopra), io avevo scritto nel mio testo una frase molto simile. Ricordando le parole sublimi di Padre Christian, che perdonava in anticipo il suo carnefice e vedeva l'immagine di Dio nel volto di colui che lo avrebbe ucciso, dicevo che volevo anch'io perdonare gli assassini dei miei fratelli, ma volevo prima sapere su quali volti ben precisi avrei dovuto discernere l'immagine di Dio.

In simili penose circostanze si dice spesso che bisogna saper voltare pagina e proseguire la propria strada. Personalmente sono d'accordo con una espressione letta recentemente sotto la penna di un giornalista algerino: " Voglio sì girare la pagina, ma voglio leggerla prima di girarla."


Armand VEILLEUX, ocso

(Traduzione di Anna BOZZO)