20 febbraio 2000
Capitolo alla Comunità di Scourmont
Il Capitolo della
Regola di san Benedetto sull'ubbidienza (RB 5)
Il capitolo che Benedetto, fin
dall’inizio della sua Regola, consacra in modo specifico all’ubbidienza, è
relativamente breve; questo non solo perché ritornerà sul tema verso la fine
della Regola, per parlare dell’ubbidienza reciproca, ma perché è questa una
esigenza della vita del monaco di cui, nell’esporre la Regola, dovrà
sottolineare l’importanza. Qui, nel capitolo quinto, intende assicurarne le
basi spirituali e teologiche.
All’inizio del Prologo, Benedetto indirizzava la sua Regola a
chiunque si fosse distolto da Dio per la via della disubbidienza e volesse
ritornare a lui per quella dell’ubbidienza (Prol. 3). Nella visione cristologica
e cosmica di Benedetto il monaco ritorna a Dio rendendosi conforme a Cristo, il
grande Ubbidiente, colui che si è fatto ubbidiente fino alla morte di croce.
Gesù non ha altra regola di condotta
che la volontà del Padre. Il che non vuol dire che egli obbedisce a degli “ordini” ricevuti da suo Padre. Ciò vuol
dire piuttosto che egli è con il Padre una sola volontà, in modo che il suo
volere più personale è identico a quello del Padre. La sua stessa missione è
identica al suo essere, e il suo essere è uno con il Padre. Egli è dunque radicalmente ubbidiente, poiché egli è
ubbidiente alla radice stessa del suo essere. Egli è l’umano in cui
la liberazione nei confronti di ogni legge o di ogni volontà esteriore è stata totalmente realizzata.
E la grandezza e bellezza di questo mistero risiede nel fatto che Gesù di
Nazareth ha vissuto questa ubbidienza all’interno di una esperienza di crescita
umana normale. Egli ha avuto da fare costantemente delle scelte umane,
servendosi degli stessi mezzi di discernimento di ogni altro essere umano.
E’ questo che rende l’ubbidienza non
già una forma di alienazione, ma un cammino verso la libertà interiore. Il monaco, non più di ogni altro essere
umano, non può rinunciare alla libertà, che Dio gli ha dato come un riflesso di
Se stesso e come un cammino verso di Lui nella pienezza dell’amore, che è
l’espressione autentica di questa libertà. Solo Dio può esigere una ubbidienza
che libera. Tutte le espressioni dell’ubbidienza, se sono autentiche, devono
scaturire da questa realtà fondamentale.
Quanto alle mediazioni
dell’ubbidienza, non si giustificano se non quando esprimono questa dimensione
primordiale e fondamentale dell’ubbidienza stessa, che è la conformità della
volontà dell’uomo alla volontà di Dio nell’amore. Per questo Benedetto, già nel secondo versetto di questo
capitolo, dice che l’ubbidienza è propria di coloro che non ritengono di
avere nulla di più prezioso che il Cristo.
Benedetto vuole decisamente
un’ubbidienza responsabile e adulta, e non un’ubbidienza cieca e
infantile. Soli possono viverla dei
monaci umanamente e spiritualmente maturi. Essa è l’opposto dell’infantilismo
che è lo sfruttamento dei superiori da parte dei loro sottoposti, così come lo sfruttamento da parte dei
superiori di chi è loro sottoposto.
Il primo principio sottolineato da
Benedetto è il seguente: è sempre Dio colui al quale noi ubbidiamo. Dio ha
creato l’uomo libero. L’ha messo nel mondo e lo ha stabilito padrone del
creato. Gli ha affidato la responsabilità di costruire e il mondo, e la sua propria vita e di
scegliere i mezzi di favorire e di orientare la loro crescita. Libero e
responsabile, l’uomo deve rispondere di ogni sua scelta. Nessuno, fosse anche
Dio stesso, farà queste scelte al posto suo e ne risponderà.
L’uomo, che ha la piena
responsabilità delle sue azioni davanti a Dio, non può rendere subalterna la
sua volontà a quella di un altro uomo. Una tale sottomissione non sarebbe
morale. Egli non può sottomettere la sua volontà se non a Dio. Ma l’uomo non
può scoprire nel quotidiano la volontà di Dio su di lui se non attraverso un
discernimento costante, per cui c’è
bisogno di mediazioni.
Gesù
era interamente sotto l’azione dello Spirito. Il resto degli uomini hanno nel
loro cuore non soltanto lo Spirito di Dio, ma anche dei semi di disintegrazione
e di morte, ivi deposti dal maligno. Ed è loro spesso difficile esercitare a
loro riguardo un giusto discernimento. E’ questa la ragione per cui
l’esperienza mostra che chiunque
desidera proseguire un serio cammino spirituale ha bisogno di una guida, cioè
di una persona dotata di esperienza, che gli impedisca di sbagliare.
Quando i primi monaci cristiani si
ritirarono nel deserto per vivere questa esperienza di cammino solitario, alla
ricerca del loro cuore e di Dio, scoprirono rapidamente i pericoli e gli scogli
di questa lotta solitaria con le forze del male in loro e quindi sentirono il
bisogno di una guida spirituale. Si posero dunque sotto la guida di anziani, cioè di persone che avevano
fatto la stessa esperienza e che erano ormai sotto l’azione dello Spirito.
Quando si raggrupparono in comunità, con una regola e sotto l’autorità di un
abate, cercarono e trovarono in questa
forma di vita comunitaria la stessa istanza di discernimento e di mediazione.
In effetti la Regola da una parte, e
l’autorità dell’Abate e di coloro che lo assistono dall’altra, sono mediazioni
attraverso le quali si scopre la volontà di Dio su di sé. Questa nozione di
“mediazione” è molto importante per comprendere bene il senso dell’ubbidienza
cristiana e monastica.
La Scrittura riferisce l’ubbidienza
sempre direttamente a Dio. Essa è la conformità del volere umano al volere
divino ( e non soltanto la conformità dell’azione ad una regola esteriore). Da
nessuna parte sta scritto che la sottomissione di un uomo ad un altro uomo sia
virtuosa in se stessa, e da nessuna parte è detto che, nella sua ricerca della
volontà di Dio, per l’uomo sia più virtuoso sottomettersi alle decisioni di
un’altra persona, che prendere egli stesso le proprie decisioni, secondo il suo
discernimento personale. L’ubbidienza ad ogni autorità umana, ad un padre
spirituale o ad una regola, è una questione di logica e di consequenzialità con
sé stessi nell’utilizzo dei mezzi scelti per discernere la volontà di Dio.
La legge di Dio, la
volontà di Dio su ogni persona è iscritta nel suo cuore. Il cammino verso Dio
passa per il cuore dell’uomo. Per scoprire la volontà di dio, l’uomo deve
dapprima scoprire il proprio cuore, diventare cosciente del suo vero essere,
del suo “io” profondo (ben al di là dei suoi desideri superficiali e dei suoi
capricci). Ciò richiede un lungo sforzo di purificazione e di distacco nei
confronti di tutto ciò che costituisce
un “falso io”. Essere ubbidiente consiste, per l’uomo, nello scoprire la
sua propria vocazione o missione, cioè
nel diventare cosciente del suo modo personale e inalienabile di
relazione al Padre, e nell’accettare le conseguenze di questa presa di
coscienza, con le lacerazioni e le morti che essa può richiedere.
In questo processo di purificazione
e di crescita, di ricerca e di realizzazione della volontà di Dio, l’uomo deve
scegliere i mezzi, di cui alcuni saranno per lui più adatti di altri. Questa
scelta dei mezzi è la responsabilità dell’uomo. E benché questa sia una libera
scelta, certo, è largamente condizionata dal contesto storico-culturale in cui
ciascuno si trova.
Quando raggiunge l’età adulta e un
certo grado di maturità, l’uomo deve scegliere dapprima il suo tipo di
relazione con la società civile e l’istituzione religiosa. Si sposerà o resterà
celibe; sceglierà un cammino spirituale solitario, lasciandosi eventualmente
guidare da un maestro spirituale, oppure si unirà ad una comunità per fare un
cammino comune. Se sceglie di dedicarsi ad un determinato tipo di servizio,
potrà dedicarvisi da solo, in modo autonomo, o potrà unirsi ad un gruppo che
assume e organizza un servizio di questo tipo; o ancora potrà domandare ad un
vescovo di integrarlo, con l’ordinazione sacerdote, nel servizio pastorale
della Chiesa istituzionale, ecc. Una volta che una tale scelta è stata fatta,
liberamente e consapevolmente, la fedeltà a se stesso, come alle altre persone
coinvolte nella sua scelta, esige che sia loro fedele e che ne accetti tutte le
implicazioni e le conseguenze.
Per ogni cristiano esistono
mediazioni che sono essenziali e necessarie; ma nessuno è obbligato a farsi
monaco. Tuttavia, se uno ha liberamente
scelto di vivere la vita monastica secondo il modello benedettino, ha adottato
la Regola e il servizio dell’abate come mediazioni per scoprire la volontà di
Dio su di lui. Queste mediazioni non possono portare frutti, se non quando sono
pienamente assunte e in modo costante. Benedetto vi ritorna con molta
insistenza nel capitolo sull’accoglienza ai fratelli. Al nuovo venuto viene
letta la Regola per intero per tre volte nel corso dell’anno di noviziato. E
ogni volta gli viene ricordato, a lui candidato alla vita monastica, che è
libero di partire o di restare. Soltanto dopo la terza lettura, alla fine del
noviziato, egli è chiamato ad impegnarsi solennemente e definitivamente a
cercare Dio secondo questa Regola di vita, con una comunità di fratelli e sotto
la direzione di un abate. Per questa sua scelta, ben meditata, la sua
ubbidienza a Dio diventa ormai indissociabile dalla sua fedeltà alla mediazione
che ha scelto per scoprire giorno dopo giorno questa volontà e acquisire una
libertà interiore sempre più grande.
E’ per questo che Benedetto, in
questo quinto capitolo della sua Regola, dopo aver enunciato il senso teologico
dell’ubbidienza, come imitazione di Cristo, può mostrarsi molto esigente e
domandare un’ubbidienza immediata e rapida. E’ interessante constatare che
l’obbedienza che interessa Benedetto non è quella di un “cieco” o di un
“cadavere” (come vorrà una spiritualità molto più tarda), ma quella di una
persona aperta, agile e gioiosa. Egli descrive il movimento rapido della
persona che ubbidisce come un passo di danza: vicino oboediente pede – a pié levato, cioè leggero, senza calcolo,
rapidamente. Si tratta non già della conformità dell’azione ad una regola o ad
un comando esteriore, ma della conformità delle volontà nell’amore. L’ubbidienza è una forma di amore di Dio.
Armand
VEILLEUX
(traduzione di Anna
Bozzo)