25 dicembre 2005 – Omelia per la Messa di Mezzanotte

Is 9, 1-6;  Tt 2, 11-14; Lc 2, 1-14

 

 

O m e l i a

 

Cari fratelli e sorelle,

       Sembra che quest’anno, molto di più che negli anni precedenti, le cartoline di auguri che riceviamo in questo periodo festivo, soprattutto quelle che vengono da gruppi professionali o politici, o dal mondo dei affari, non comportano più alcuna  allusione al Natale, ancora meno alla nascita di Cristo. Non si parla più di auguri di Natale, ma di « auguri di stagione ». Invece di dire « albero di Natale » si dice « albero augurale », ecc. Si può deplorare questa evoluzione come una tappa di più sulla via della « scristianizzazione ». Ma forse bisognerebbe vedervi anche una evoluzione in positivo. Positivo nel senso che scompare, o almeno diminuisce così una confusione tra la celebrazione del mistero liturgico della Natività di Cristo e tutto l’aspetto folcloristico che vi si è aggiunto col  tempo.

 

       Anche per noi, per i quali Natale è sempre stato essenzialmente una festa autenticamente cristiana, cioè la celebrazione del fatto che Dio è diventato uno di noi, tutto il nostro immaginario di Natale è pieno forse soprattutto di ricordi dei Natali della nostra infanzia – soprattutto per quelli e quelle che, come me, hanno una certa età ! – con le loro belle riunioni di famiglia, le veglie e soprattutto i regali ricevuti da Babbo Natale o da San Nicola (a seconda delle tradizioni). Tutto ciò è bello e buono, tanto più che Natale è anche la festa dell’Umanità di Dio ; ma questo può anche distoglierci dal mistero più profondo.

 

       E il mistero più profondo è che, quando il Figlio di Dio si è incarnato, il cammino della storia e dell’umanità è stato profondamente modificato. La creazione tutta intera che, secondo le parole di San Paolo, geme tutta intera nelle doglie del parto, attendendo la piena manifestazione dei figli di Dio, ha allora conosciuto questa piena manifestazione nella persona di Gesù. La fine dei tempi è allora cominciata. Il secondo versante della storia è raggiunto.

 

       Un altro aspetto molto importante di questo mistero è che Gesù è il «Primogenito di una moltitudine di fratelli e sorelle ». Ciò che è iniziato in lui deve gradualmente realizzarsi in tutti, in tutte e in tutto. E questo fa sì che le profezie riguardanti  Cristo si trasformino allora in missioni  rivolte ai suoi discepoli che gli sono fratelli e sorelle.

 

       La profezia di Isaia, che avevamo come prima lettura, ci annunciava la venuta di un Messia che sarebbe il « Principe della Pace » e la sua venuta significherebbe la fine di tutte le guerre e di tutta la violenza, nell’universo trasformato in « regno di giustizia e di pace ». Se intendiamo questa profezia come semplice « annuncio » di ciò che il Messia doveva realizzare, è piuttosto deludente e scoraggiante, quando si legge questo testo nel quadro attuale di tutte le guerre che sconvolgono il pianeta, di tutta la violenza dell’uomo contro l’uomo, di tutte le occupazioni da parte di eserciti stranieri e della riduzione di una larga parte dell’umanità in schiavitù economica.

 

       Allora bisogna piuttosto leggere questo testo e i testi simili di Isaia e degli altri profeti, come un appello – o piuttosto un richiamo della responsabilità che abbiamo ricevuto in quanto discepoli di Gesù, di continuare la sua missione lavorando alla realizzazione di questo ideale. Ciascuno di noi ha in effetti la missione di stabilire la pace, prima nel suo cuore, tra opposte tendenze, poi tra se stesso e Dio, poi tra se stesso e gli altri, e finalmente con tutta l’umanità e tutto l’universo materiale.

 

       Possa ciascuno di noi, in ognuno dei nostri ambienti di vita o di lavoro, nel corso dell’anno che viene, essere un operatore di Pace.

 

      

 

Armand VEILLEUX

 

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