13 aprile 2006 –Giovedì Santo

Es 12, 1...14;  1 Co 11, 23-26; Gv 13, 1-15

 

 

O m e l i a

 

 

 

Il Libro dell’Antico Testamento chiamato Deuteronomio  termina con il racconto della morte di Mosè, subito prima che il popolo di Israele entrasse nella terra promessa, dove Mosè stesso non sarebbe mai entrato. Prima di morire, Mosè recita un lungo cantico di azione di grazie e pronuncia una lunga benedizione sulle dodici tribù di Israele. Ma prima redige tutto il testo della Legge, che sarà depositato presso l’Arca dell’Alleanza del Signore, la quale accompagnerà il popolo nella terra promessa. E il testo dice che egli redasse quegli articoli della Legge «fino in fondo», o «fino alla fine».

 

            Dato che il racconto dell’ultima Cena che Gesù consumò con i suoi discepoli si ispira visibilmente a diversi punti di questo racconto degli ultimi istanti di Mosè, si può certamente mettere in parallelo quel testo in cui è detto che Mosè redasse gli articoli della Legge « fino alla fine », con la prima frase del testo di Giovanni che abbiamo ascoltato: « sapendo che era giunta l’ora per lui di passare da questo mondo al Padre, Gesù, avendo amato i suoi…li amò fino alla fine.»  Questo amore sarà la nuova Scrittura, la nuova Legge, che Gesù sostituirà all’antica.

 

            Sappiamo quanto San Giovanni, che è un grande mistico, ama sottolineare gli aspetti apparentemente opposti ma complementari di una stessa realtà.  Per lui il mondo è il mondo che Dio ama e al quale ha mandato il Figlio, e nello stesso tempo il mondo da cui il Figlio è stato respinto.  Gesù dice ai suoi discepoli che devono essere nel mondo e al servizio del mondo, ma non del mondo. Il Vangelo di Giovanni comincia con l’affermazione che il Verbo si è fatto carne, che è venuto tra i suoi e che i suoi non l’hanno accolto. Questo stesso Vangelo termina con l’affermazione che Gesù al momento di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.  I suoi che egli ama fino alla fine sono precisamente coloro che non l’hanno accolto.  Questo è simboleggiato dal fatto che, tra i discepoli privilegiati con cui egli celebra questa cena d’addio  non vi sono soltanto gli undici che gli sono – o che in ogni modo vorrebbero essergli – fedeli, ma anche colui che lo tradirà. É à tutti loro che Gesù lava i piedi e tutti loro riceve alla sua tavola.

 

Noi abbiamo già qui la rivelazione dell’aspetto più profondamente nuovo e sconvolgente dell’amore cristiano. E’ un amore che si estende – che deve estendersi – anche ai nemici; se no, non è cristiano e non è vero amore.

 

Nelle nostre celebrazioni liturgiche, come pure nella nostra vita, tendiamo a dare grande importanza ai gesti simbolici, tentando anche di scoprire o di inventare nuovi simboli, quando quelli tradizionali non dicono più nulla.  Ora, Gesù nel Vangelo non fa mai gesti simbolici;  ma fa sempre gesti reali e concreti, che hanno un’immensa forza simbolica. La morte di Gesù non è stata un sacrificio rituale. Egli è stato semplicemente giustiziato. L’ultima Cena non è stata un gesto rituale. Fu una vera cena di addio. La lavanda dei piedi non è stata per Gesù un simbolo. Lavarsi, o farsi lavare i piedi da un servitore, prima di avvicinarsi alla tavola di un banchetto, era, nella Palestina del tempo di Gesù, un gesto concreto e necessario, quando ognuno aveva camminato nella polvere e nel fango.

 

Per Gesù non ci sono classi, di superiori e di inferiori nella comunità dei discepoli.  Vi è semplicemente una varietà di compiti. Pietro del resto non sembra essere il primo a cui Gesù lava i piedi, poiché il testo dice: «Quando arrivò a Pietro…». Quando lui, Gesù, che svolge il servizio di Maestro, si libera del mantello, si cinge di un grembiule e si china davanti ai piedi dei suoi discepoli per lavarli; e quando dice loro: «anche voi fate lo stesso », insegna a loro che chiunque presta un servizio nei confronti dei suoi fratelli, deve essere disposto a mettere le mani e perfino il naso nella polvere e nel fango della vita quotidiana in cui tutti camminiamo. La superiorità non sta nel titolo, o nella funzione, ma nel servizio. In questo Vangelo Gesù ci invita a metterci a servizio di tutti i nostri fratelli e sorelle, cioè di tutti gli esseri umani.

 

 

 

Armand VEILLEUX

 

*****

  Retour