6 gennaio  2006 –Epifania del Signore

Is 60,1-6 ; Ef 3,2-3a.5-6 ; Mt 2,1-12

 

 

Omelia

 

 

       L’immaginazione popolare, nel corso dei secoli, ha sviluppato molta poesia e folklore intorno a coloro che vengono chiamati “Re magi”.  In realtà il Vangelo non li presenta come re, e neppure come personaggi importanti, ma come persone mal viste dal giudaismo ufficiale, sia in quanto stranieri, sia in quanto “magi”, cioè astrologi. 

       Matteo vuole sottolineare il fatto che i primi due – anzi gli unici due – gruppi di persone che vengono a presentare i loro omaggi a Gesù non appartengono ai potenti della terra, ma sono al contrario persone considerate come marginali: i pastori e i magi.

 

       Lo sfondo storico di questo racconto simbolico comporta due aspetti. Vi è innanzitutto l’aggressività del vecchio re Erode, la cui patologia paranoica è ben documentata dalla storia, il quale regiva crudelmente ad ogni sospetto di attacco alla sua “regalità”. Tutti i movimenti “messianici” che si manifestarono durante il suo lungo regno furono vittime della sua persecuzione. Nella prospettiva di Matteo, Gesù, il nuovo liberatore di Israele, è perseguitato da un re nemico, così come lo era stato Mosè.

 

       L’altro aspetto, senza dubbio più importante,è la reazione del Vangelo di Matteo di fronte alla coscienza che i cristiani di origine ebraica di Siria, dove fu scritto questo Vangelo, mostravano di avere della loro superiorità razziale.  Davanti a questo orgoglio e a questo esclusivismo, ereditati dall’Antico Testamento, il Vangelo invita a riconoscere il “re dei Giudei” in un piccolo bambino nudo, deposto in una mangiatoia, e lo fa riconoscere come tale non dai potenti, sia laici che religiosi, di Israele, ma  da “stranieri” che vengono da lontano ed esercitano una professione disprezzata, quella di astrologi.

 

       Nella nostra epoca, in cui di nuovo si generalizza una crescente diffidenza nei confronti dello “straniero” e di chiunque è “diverso”, questo racconto prende un significato del tutto attuale. Ci mostra che quando noi chiudiamo allo straniero e soprattutto quando vogliamo ridurre il mondo entro i confini delle nostre credenze e delle nostre appartenenze, noi riproduciamo sia l’atteggiamento di Erode che quello dei sacerdoti e  degli scribi di Israele. Forse allora non ci accorgiamo di numerose manifestazioni di Dio, di numerose Epifanie che da Dio ci vengono offerte.

 

       Mentre Israele voleva rinchiudere Dio entro la propria esperienza nazionale e religiosa, Il Vangelo ci rivela che, nel suo amore senza limiti, Egli si è manifestato nel cuore di ogni persona di buona volontà. Le Epifanie di Dio sono molte ai nostri giorni. Non cerchiamole tanto nelle grandi manifestazioni, che hanno senza dubbio un valore come manifestazione della “nostra” fede, ma cerchiamole soprattutto là dove Egli vuole manifestarsi, spesso in modo imprevedibile e sconcertante.  Questo Vangelo ci ricorda che egli si manifesta costantemente nel cuore di ogni persona di buona volontà,  anche se essa è straniera a tutte le nostre istituzioni, anche quando è straniera nei nostri confronti sotto tutti i punti di vista. E’ poco probabile che noi abbiamo la reazione crudele di Erode, ma stiamo attenti a non avere la cecità dei sacerdoti e degli scribi.

 

       Spalanchiamo dunque  i nostri occhi e i nostri cuori alle Epifanie di Dio nel cuore e nella vita di tutte le persone di buona volontà, di tutte le razze e di tutte le religioni.

 

 

Armand VEILLEUX

 

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