19 febbraio 2006 – VII domenica "B"

Isaia, 43, 18-19. 21-22. 24c-25;  2 Cor. 1, 18-22;  Marco 2, 1-12

 

 

Omelia

 

            Nel nostro tempo, in cui lo sviluppo della tecnica e delle comunicazioni, come pure l’aumento della speranza di vita, ci rendono difficile prendere degli impegni da mantenere per tutta la vita, e che esprimano la verità del nostro essere nella sua totalità, San Paolo, nel testo che abbiamo avuto come seconda lettura, ci ricorda che Gesù, il Figlio di Dio, non è stato contemporaneamente “si” e “no”, ma è stato sempre “si”.

 

            Si potrebbe dire che tutte le letture di oggi ci parlano della coerenza di Dio e specialmente di quella che Egli ha manifestato in Gesù di Nazareth.

 

            Nella prima lettura, il profeta Isaia mette sulla bocca di Dio delle parole di fedeltà nei confronti dell’impegno che ha preso verso il suo Popolo. Dio ha amato il suo Popolo, e non c’è vero amore che non sia coerente, e dunque fedele a se stesso, quali che siano i peccati o la mancanza di reciprocità della persona amata. “Ti perdono le tue rivolte – dice Dio – a causa di me stesso, e non voglio più ricordarmi dei tuoi peccati.” “A causa di me stesso” – ecco la coerenza assoluta, che fa che Dio dimentica anche le offese fatte al suo amore vilipeso.

 

            E Gesù, nel Vangelo, ci appare anche lui come la coerenza in persona. Come abbiamo visto nei passi evangelici delle ultime domeniche, tutti tratti dai primi capitoli del Vangelo di Marco, Gesù, subito dopo il suo Battesimo, torna in Galilea, ai confini tra Israele e le regioni pagane. Dopo la guarigione della suocera di Pietro, a Cafarnao, si mette a predicare nei piccoli villaggi di questa regione di frontiera, dove il suo ministero si estenderà sia alle nazioni non ebraiche che a Israele. Domenica scorsa l’abbiamo visto guarire un lebbroso, toccandolo, e dunque rendendo se stesso impuro, al punto che non poteva più entrare pubblicamente nei villaggi e nelle città. Ma ben presto ritorna a Cafarnao, dove è “a casa sua” – non la casa di Pietro, né la sua – ma semplicemente “a casa”, ciò che, nel linguaggio di Marco, vuol dire la casa di Israele.

 

            Gli portano allora un paralitico, qualcuno che, secondo l’interpretazione dei dottori della legge e degli scribi, è considerato come un peccatore e dunque è impuro. Come tale è escluso dalla “casa”. Non può entrare né dalla porta né dalla finestra. Non importa.  Le persone che l’hanno portato, e che non hanno dunque paura di rendersi “impure” loro stesse trasportandolo, lo portano davanti a Gesù, facendolo passare da un’apertura del tetto.

 

            E poiché, agli occhi del giudaismo ufficiale, questo paralitico è necessariamente un peccatore, Gesù gli dice semplicemente “ I tuoi peccati ti sono rimessi”; e, rispondendo alle reazioni scandalizzate degli scribi, aggiunge che dire questo è altrettanto semplice che dire “prendi la tua barella e cammina”. Dopo questa guarigione e questa liberazione, Gesù non lo invita a seguirlo, a diventare uno dei suoi discepoli. Gli dice semplicemente “vai a casa tua”, cioè, letteralmente: rientra “nella tua casa”, distinguendo questa casa (che significa il mondo pagano) da quella in cui si trova Gesù (che significa la casa di Israele). L’Evangelista Marco vuole esprimere dunque molto chiaramente, benché in modo simbolico, fin dall’ inizio del suo Vangelo, il carattere universale del ministero di Gesù, che non conoscerà limiti di territori o di culture.

 

            Tra tutte le lezioni che questo Vangelo comporta per noi, potremmo ritenerne due. Prima di tutto il richiamo a spalancare i nostri cuori come ha fatto Dio  agli uomini di tutte le culture e di tutte le religioni.  Tutti conoscono le reazioni violente che nel mondo musulmano  ci sono state di fronte alle vignette pubblicate recentemente da dei giornali occidentali. A noi tutti, in Occidente, queste reazioni sembrano sproporzionate alla pubblicazione di alcune vignette. Ma il fatto è che queste vignette non sono state altro che la goccia che ha fatto traboccare il vaso, già molto pieno del disprezzo dell’Occidente  nei confronti di culture e di espressioni religiose che non comprende e non vuole comprendere. La reazione non è stata provocata da qualche vignetta, ma dal nostro disprezzo e dalla nostra oppressione; e la sua violenza non si spiega che per l’enormità  di questo disprezzo e di questa oppressione. Abbiamo tutti un serio esame di coscienza da fare a questo riguardo.

 

            L’altra lezione, che si ricava dai testi della messa, e che in realtà era la prima, è il richiamo alla coerenza, che è un altro modo di dire “fedeltà”. Tutti noi abbiamo fatto, in età adulta, delle scelte. Per alcuni è stata la scelta di un coniuge: per altri è stata la scelta di una forma di vita cristiana, come la vita monastica. La fedeltà non richiede soltanto di non rompere i legami liberamente scelti, ma anche e soprattutto, di vivere, giorno dopo giorno, in maniera totalmente coerente con queste scelte. Non soltanto che il nostro “si” sia veramente “si”, ma che, come il Cristo,  il nostro essere tutto intero sia un “si”– un “si” costantemente ripetuto attraverso tutte le espressioni di una fedeltà al quotidiano.

 

Armand Veilleux