27 novembre 2005 - I domenica di Avvento "B"
Is 63, 16...64,7; 1 Co 1, 3-9;
Mc 13, 33-37
Omelia
La prima frase del testo
che abbiamo letto oggi
al Vangelo, e che in realtà non fa parte del testo evangelico ma
è stata aggiunta dai traduttori dell’attuale lezionario in lingua francese, può
indurci un po’ in errore sul senso di questo testo. Questa frase dice: “Gesù
parlava ai suoi discepoli della sua venuta”. Ora,
nelle sue parabole – e qui si tratta proprio di una parabola – Gesù non parla
di se stesso, ma del Padre. E dunque, quando Gesù dice
“È come uno che è partito per un viaggio…”, non parla precisamente della sua morte e del suo ritorno alla fine dei
tempi. Parla di suo Padre e della
situazione dell’umanità nel tempo. E’ una visuale molto più
allargata.
Dio
ha creato il tempo e lo spazio – Lui che è eterno e trascende ogni tempo e ogni spazio – e, nell’ultimo giorno della creazione, per
utilizzare l’immagine della Genesi, ha creato l’essere umano, l’uomo e la
donna, e ha dato loro ogni potere sulla natura e sugli altri esseri.
Rileggiamo, in questo contesto e in questa
prospettiva, la frase centrale della nostra parabola: “È come uno
che è partito per un viaggio: lasciando la propria casa, ha dato ogni potere ai
servi, ha fissato a ciascuno il suo compito, e ha raccomandato al custode di
vigilare”.
Tutto
l’universo è la casa di Dio. Una casa che Egli si è fatta tutta bella, e che ha
colmato di ogni sorta di ricchezze: la terra e
l’acqua, il mondo vegetale e il mondo animale, senza dimenticare l’uomo. All’essere umano Egli ha dato la
responsabilità di vegliare su questo insieme. “Vegliare” non vuol dire qui
sforzarsi di restare semplicemente svegli, aspettando che accada qualcosa.
Vegliare vuol dire essere attivamente attenti – come nell’espressione “vegliare
sulla propria salute”, o su quella di persone che ci sono care o che ci sono
state affidate, o ancora vegliare sul buon andamento di una società, di una industria, di una comunità o di un paese.
A ciascuno Dio ha “fissato il suo lavoro”. Nella società e
nella Chiesa ciascuno di noi ha un compito che gli è stato affidato – il che si
concretizza in
tutte le responsabilità, in apparenza piccole o grandi, che possiamo avere
nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nella Chiesa o nella società civile.
Non solo ogni autorità (questa è una traduzione migliore di “ogni potere”) ci è stata data nei limiti di ciascuno di questi compiti; ma
ne abbiamo la piena responsabilità. È a noi che Dio ha affidato la piena
responsabilità di prendere tutte le decisioni riguardanti il
modo di andare di questo mondo in cui viviamo. La preghiera è importante, ma
non deve mai consistere nello scaricare su Dio le responsabilità che Egli ha
dato a noi. Non dobbiamo, nella nostra preghiera, domandargli di fare Lui ciò
che ha dato da fare a noi, ma dobbiamo invece
chiedergli la purezza di cuore e il coraggio che ci permettono di assumere le
nostre responsabilità.
In questa parabola c’è un personaggio interessante; è il portiere, potremmo dire il custode. Il testo dice: “ Ha raccomandato al custode di vegliare”. Poi Gesù aggiunge, all’attenzione di tutti i suoi uditori: “Vegliate dunque”. Il che vuol dire che ci ha costituiti tutti in qualche modo custodi ! Nella cultura del tempo di Gesù, il custode di una proprietà era colui che vegliava su tutti coloro che uscivano dalla proprietà e vi entravano. Quando il padrone della proprietà partiva per un viaggio, era l’ultimo a vederlo partire, e quando il padrone ritornava, era il primo a vederlo arrivare. Era sempre lui a gestire l’andare e venire dei diversi messaggeri che mantenevano il contatto tra il padrone assente e la sua proprietà. Gesù ci ricorda dunque con questa parabola che è responsabilità nostra mantenere vivo il contatto tra questo mondo in cui viviamo e Dio.
In un’altra circostanza Gesù diceva agli scribi e ai dottori della Legge: “Il Padre mio lavora sempre, e io faccio lo stesso”. E’ in questo senso che dice anche che il padrone partito in viaggio ha affidato a ciascuno il suo lavoro e che raccomanda ai servi di “vegliare”.
Noi forse troppo spesso abbiamo letto questo passo evangelico ed altri similari come esortazioni ad “attendere” nel timore la fine del mondo e il giorno del giudizio. “Attendere” e “vegliare” sono due atteggiamenti molto differenti. Gesù, in tutti questi testi, non si interessa alla fine del mondo ma a tutto ciò che noi dobbiamo essere e fare nel frattempo. E ci invita ad una vigilanza attiva e costante. Da questa costante vigilanza attiva di ciascuno di noi dipende la qualità della vita nel nostro ambiente immediato, nella nostra Chiesa, nella nostra società e nel mondo.
Armand VEILLEUX
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