25 mai 2006 -- Solennità dell'Ascensione, "B"
At 1,1-11; Ef 4, 1-13; Mc
16,15-20
Omelia
Alla messa del giorno di
Pasqua leggevamo un testo di san Paolo ai Colossesi che ci diceva :
« Poiché siete risuscitati col Cristo, cercate le cose di
lassù, là dove il Cristo è assiso alla
destra di Dio ». Questo
messaggio si può intendere in diversi modi. Spesso è stato compreso come un
appello ad una spiritualità disincarnata, tutta centrata sulla vita futura,
come se la vita presente non fosse altro che una
penosa ma inevitabile anticamera di questa vita futura. Questa visione è in
contraddizione con tutto il messaggio di Gesù nel Vangelo ; ora, egli ci
chiama a vivere fin da quaggiù il Regno di Dio, che, come dice lui, è in mezzo
a noi, e anche dentro ciascuno di noi.
Dei quattro Evangelisti,
Luca è il solo a menzionare una ascensione, cioè un
movimento fisico per cui il Cristo è sottratto alla presenza e alla vista degli
Apostoli. (il testo di Marco che abbiamo come Vangelo
di oggi, è una aggiunta fatta più tardi al suo Vangelo, e presa da Luca). Gli
altri Evangelisti menzionano semplicemente che vi fu, dopo la Resurrezione, una apparizione di Gesù ai suoi discepoli, che fu l’ultima.
Con questo artificio
letterario (che è di natura simile alle parabole utilizzate da Gesù per
impartire il suo insegnamento), Luca vuole rispondere a delle questioni che si
ponevano i primi Cristiani, i quali, dopo aver atteso un ritorno imminente del
Cristo,si rendevano conto che non sarebbe ritornato nell’immediato. Il
messaggio trasmesso è che non bisogna semplicemente guardare lassù e aspettare
il suo ritorno, ma bisogna rimboccarsi le maniche e realizzare la missione che
ci ha lasciata, di costruire il Regno, annunciando la
buona notizia a tutta la creazione.
Tra i segni che garantiscono che
la buona notizia è stata realmente trasmessa e ricevuta, ve n’è uno molto
importante, e che assume un’importanza tutta particolare ai nostri
giorni : « parleranno delle nuove lingue ». Non si tratta qui di
glossolalia o di emissioni di suoni esoterici (come in
certe sedute di preghiera di gruppi detti carismatici), né si tratta
semplicemente di parlare un « linguaggio nuovo », come traduce
erroneamente il nostro lezionario liturgico. Si tratta piuttosto di portare il
Vangelo a tutte le culture di tutti i tempi,
rispettando i loro modi propri di pensare e di esprimersi. Ciò è tutt’altro che
un « linguaggio nuovo », che diventerebbe la norma imposta a tutti.
Questo atteggiamento di rispetto
dei diversi linguaggi culturali è sempre più importante oggi, là dove sforzi
diabolici sono costantemente messi in opera per creare un fossato sempre più profondo tra due
blocchi di nazioni, di culture e di religioni, e dove una certa lotta detta
« antiterrorista » ha preso a
livello mondiale la forma di una marcia autista che distrugge tutto sul suo
passaggio (generando e nutrendo il terrorismo che pretende di sterminare).
In questi giorni celebriamo il
decimo anniversario del martirio dei nostri fratelli di
Tibhirine . Non bisognerebbe che il chiasso di tutte le celebrazioni e
pubblicazioni fatte in questa occasione facesse
dimenticare ce una parte essenziale del
loro messaggio è precisamente che un dialogo con l’Islam, a livello dell’esperienza spirituale, è possibile – un
dialogo che è tutt’altra cosa che uno scambio di punti di vista sulle idee che
abbiamo su Dio, o la cooperazione(del resto necessaria) nei progetti umanitari.
Preghiamo perché l’ultima frase
del Vangelo che abbiamo letto questa mattina, possa
applicarsi ai Cristiani di oggi, che siamo noi : « Il Signore
lavorava con loro e confermava la Parola con i segni che
l’accompagnavano ».
Abbaye de Scourmont
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