20 novembre 2005 – XXXIV  domenica « A » (Cristo Re)

Ez 34,11-12.15-17 ; 1 Co 15,20-26.28 ; Mt 25,31-46

 

Omelia

 

            Le tre letture della messa di oggi sono in un ordine progressivo ammirevole. Dapprima il testo di Ezechiele ci descrive l’attenzione affettuosa di Dio nei confronti del suo popolo. Dio viene paragonato ad un pastore che veglia con molta tenerezza sulle sue pecore, proteggendole da ogni pericolo, le cerca quando sono smarrite nella nebbia o nell’oscurità, le porta a pascolare dove il cibo è abbondante, cura quelle che sono ferite, ecc. Abbiamo già dunque nell’Antico Testamento, alcuni secoli prima di Cristo, una descrizione allegorica di Dio come Buon Pastore. Gesù sarà evidentemente colui che manifesterà non solo nel suo insegnamento, ma anche nella sua vita stessa, questa immagine di un Dio pieno di tenerezza verso i suoi figli.

 

            Nella seconda lettura Paolo ricorda ai suoi lettori, e dunque ricorda anche a noi, che Gesù è il primo nato di una moltitudine di fratelli, il primo nato di coloro che sono morti. Egli è vivo in ciascuno di noi, e soprattutto in coloro che lui chiama i “piccoli”, suoi fratelli.

 

            Il Vangelo ci mostra poi come tutti, senza eccezione, sono chiamati a imitare il  Cristo, e questo invito è talmente radicato nel cuore e nella coscienza di ogni uomo e di ogni donna, che può e deve essere sentito anche da coloro che non hanno mai sentito parlare di Gesù e del suo Vangelo.

 

            Il testo del Vangelo di Matteo che abbiamo letto oggi non parla del “giudizio universale” di tutta l’umanità alla fine dei tempi. Parla soltanto dei pagani che non hanno ricevuto il messaggio di Gesù. In effetti, nei passi che precedono, e che abbiamo letto in queste ultime domeniche, Gesù aveva insegnato ai suoi discepoli – e a tutti coloro che appartenevano a Israele o avevano ricevuto il suo messaggio - come prepararsi al gran giorno del suo. Ora, nel testo che abbiamo letto, parla delle « Nazioni », termine che, nel linguaggio biblico del Nuovo Testamento, significa sempre le nazioni pagane, cioè tutte quelle al di fuori di Israele.

 

            Il messaggio è che, nel giorno del giudizio, ciò che conterà non sarà  se, si o no,  le circostanze hanno fatto sì che  qualcuno sia nato in Israele, o al di fuori di Israele, che abbia ricevuto il messaggio di Cristo e la missione di insegnarlo, o non lo abbia ricevuto. Ciò che conterà sarà come ogni persona si sarà comportata  nei confronti dei suoi fratelli e della sue sorelle. Ciò che conterà sarà soprattutto come ciascuno si sarà comportato  nei confronti dei più piccoli, dei più bisognosi, dei più miseri.

 

            Infatti - ed è là un altro messaggio importante di questo testo che corona in qualche modo  tutto il Vangelo di Matteo – è con quei piccoli che Gesù vuole identificarsi personalmente.  Ciò che voi avrete fatto loro o avrete trascurato di fare loro, è a me che l’avrete fatto, o non lo avrete fatto.

 

            In questo consiste il « Regno » di Dio, il Regno di suo Padre, di cui costantemente parla Gesù, il quale del resto non accetta mai di lasciarsi considerare come « re ».  Le circostanze politiche e sociali in cui questa festa di « Cristo Re » è stata istituita da Pio XI nel 1925 sono da molto tempo superate. Ma il messaggio di questo Vangelo resta. C’era allora senza dubbio (nel 1925) una sorta di intenzione di affermare la regalità non soltanto di Cristo, ma anche della Chiesa sulla società.  Oggi questa festa è un appello ad ogni cristiano a fare come Gesù, cioè ad identificarsi con i più piccoli e i più bisognosi.  È così che  concorriamo a far sì che il Regno del Padre – regno di giustizia e di amore – sia sempre più pienamente realizzato ogni giorno che passa.  Si tratta per noi di una missione che va ben al di là  del richiamo  a vivere la giustizia e l’amore, che noi condividiamo con ogni uomo e ogni donna di tutte le nazioni, chiamati come noi alla salvezza. Noi, che abbiamo ricevuto il messaggio,  saremo giudicati non soltanto sul modo in cui avremo servito Gesù nei piccoli, ma anche sul modo in cui ci saremo identificati a loro, come ha fatto Gesù.

 

Armand Veilleux

 

           

 

 

 

 

 

 

 

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