Omelia
per la XI domenica del Tempo Ordinario « A »
Esodo
19, 2-6 ; Romani 5, 6-11 ; Matteo 9, 36-10, 8
O M E L I A
Il
racconto che abbiamo letto nella prima lettura si
riferisce ad un fatto accaduto appena tre mesi dopo che il popolo d’Israele fu
uscito dall’Egitto, e fu arrivato di fronte al monte Sinai, dove avrebbe avuto
luogo l’incontro tra Mosé e Dio. Mosé intraprende l’ascesa verso Dio e Dio lo chiama dall’alto della montagna. Il messaggio ricevuto
non è tuttavia per Mosé solo ; è per tutto il popolo con cui Dio vuole fare un’Alleanza, e a cui confida una missione
collettiva : « voi sarete per me un regno di sacerdoti, una nazione
santa ».
Quarant’anni più tardi, poco
prima di entrare nella terra promessa, Mosé sa che la sua morte è prossima, e
supplica Dio di dargli un successore « affinché il popolo non sia come
pecore senza pastore » (Numeri 27,17). E’ questa stessa espressione
che Matteo riprende all’inizio del Vangelo di oggi, quando dice che Gesù manda i
suoi discepoli alle folle, a causa della compassione che egli prova per queste
folle « stanche e abbattute come pecore senza pastore ». Tra questi due testi è tutta la vita di Mosè che è evocata,
il che getta una luce molto viva sia sulla missione di Gesù che su quella della
sua Chiesa.
I
rabbini del tempo di Gesù si circondavano di alcuni
discepoli con cui vivevano in una scuola o alle porte di una città. Gesù ha
scelto uno stile tutto diverso. E’ un rabbino itinerante, che non aspetta che i
discepoli vadano a lui, ma piuttosto va loro incontro.
Non forma i suoi discepoli con lunghi discorsi, ma li associa semplicemente ai
suoi circuiti missionari e manda anche loro in missione. Non si pone affatto
nella categoria dei sacerdoti del suo tempo (la cui preoccupazione erano i
sacrifici e il denaro del popolo) e ancor meno in quella dei Farisei (elite
altera e sprezzante), ma piuttosto in quella dei grandi profeti, e al di là di
loro, si situa nella sequela di Mosè
stesso.
L’evangelista
Matteo non descrive l’istituzione dei Dodici. Nel suo Vangelo, al posto di questa istituzione, si trovano le « beatitudini »
in cui Gesù stabilisce la Legge della Nuova Alleanza e per mezzo delle quali
fonda di conseguenza la sua Chiesa, il nuovo Israele. Il testo parla dapprima
dei « dodici discepoli », che qui sono menzionati per la prima
volta : sono la figura del popolo di Israele nel
suo insieme, composto da dodici tribù. A quel popolo, rappresentato dai dodici,
dà il potere di fare tutto ciò che lui stesso ha fatto : scacciare gli
spiriti maligni e guarire da ogni malattia e da ogni
infermità. Poi il testo continua, dando il nome di
apostoli a quei dodici discepoli. La missione di cui qui si parla è dunque una
missione affidata all’insieme del suo popolo nuovo, alla sua
Chiesa, a noi tutti. Tutti sono chiamati ad avere come lui la stessa
compassione.
Questi dodici discepoli – o dodici apostoli
– che Gesù ha scelto per mandarli in missione, sono un gruppo che più eterogeneo
non si può ! Vi è in primo luogo Simone, chiamato Pietro, e suo fratello
Andrea, poi Giacomo e il fratello
di lui Giovanni. Dei sette altri non sappiamo quasi
nulla (se escludiamo ciò che raccontano I Vangeli apocrifi, o altri racconti
tardivi dello stesso genere). E la lista si conclude
con colui che lo tradirà.
Se noi fossimo stati al posto di Gesù, avremmo scelto senza
dubbio dei collaboratori meglio preparati e ci saremmo assicurati che essi
avevano con loro tutto il necessario per svolgere un compito difficile come
quello di cacciare gli spiriti maligni ! Gesù ha scelto un gruppo
variegato, ha scelto tutti noi, sapendo benissimo che, come Mosè con il suo
popolo, avrebbe avuto molte difficoltà a far comprendere ai suoi discepoli
immediati e ancor più a tutti noi, il senso della sua missione, che affonda le
sue radici nella compassione per coloro che soffrono e
mancano di una guida.
Conosciamo
i nostri limiti e le nostre debolezze ; ma la missione che ci è affidata è più grande di noi. Colui
che ce l’ha affidata è sempre là per confortarci e nutrirci, come lo
farà in questa Eucarestia.
E
non dimentichiamo l’ultima piccola frase del nostro Vangelo che ci ricorda che
tutto ciò che siamo e che abbiamo ricevuto, lo abbiamo
ricevuto gratuitamente. E’ dunque gratuitamente che dobbiamo portare avanti la
nostra missione di Cristiani, sapendo che questa vocazione al Vangelo non è un
privilegio che dovremmo preservare, ma una grazia da condividere.
Armand VEILLEUX