30 maggio 2004 – Solennità di Pentecoste
At 2, 1-11; Rm 8, 8-17; Gv 14,
15...26
O M E L I A
Dietro il racconto della
Pentecoste, cosi’ come ce lo descrive
Luca nel Libro degli Atti, si
profila in filigrana la storia della torre di Babele e l’origine della
molteplicità delle lingue. Tuttavia,
volendo percepire correttamente il legame che intercorre tra i due
racconti, non bisogna fare del racconto di Babele una lettura di tipo
« coloniale », dove l’unicità della lingua appare come un ideale e la
moltiplicazione delle lingue come un castigo divino. In realtà il senso del racconto è
tutt’altro. Si trattava di una critica
della pretesa di Babilonia alla dominazione universale. La moltiplicazione
delle lingue mise fine a questa pretesa. Con questa affermazione della loro
differenza, gli uomini si sono liberati da quella egemonia. La costruzione
della torre che pretendeva di elevarsi fino al cielo fu fermata, e ogni popolo
poté scoprire e affermare la sua propria identità.
Ciò che si è prodotto nel giorno
di Pentecoste non è un miracolo, volto a trasformare gli Apostoli (e tutti i
discepoli presenti, in numero di 120 – cfr. Atti 1,15), in altrettanti
poliglotti in grado di parlare tutte le lingue.
Il miracolo si produce piuttosto negli uditori. Ciascuno intende il
messaggio nella sua propria lingua. E Luca si compiace nello stabilire una
lunga lista dei popoli da cui provengono tutti coloro che ricevono il messaggio : sono Parti, Medi,
Elamiti, ecc.
Non posso qui fare a meno di pensare
a quell’ammirevole passo del « Testamento » di Christian de Chergé,
che egli scrisse poco prima di essere assassinato in Algeria, otto anni fa.
Egli parla della sua « lancinante curiosità » di vedere i suoi
fratelli dell’Islam attraverso gli occhi di Dio, tutti illuminati dalla gloria
di Cristo, [e] …investiti del Dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà
sempre quella di stabilire la comunione e ristabilire la somiglianza, giocando
con le differenze.
Dio ci ha fatti tutti diversi gli
uni dagli altri. Questa differenza, che
è una delle caratteristiche della nostra bellezza come creature, è molto
importante agli occhi di Dio, che la rispetta e se ne compiace. Se noi ci
guardiamo reciprocamente con gli occhi di Dio,
saremo ammirati da questa differenza e la rispetteremo. Questo vale per le persone. Ma vale anche per
i popoli e le nazioni.
Questo messaggio vale per tutti i
tempi. E assume un significato e
un’importanza tutta nuova nel nostro tempo.
Noi vediamo ai nostri giorni come il rifiuto della differenza dell’altro,
che conduce a voler imporre con la forza a dei paesi molto diversi dalle nostre
società occidentali delle forme di governo elaborate da Occidentali per degli Occidentali, arriva rapidamente a delle impasse e produce
catastrofi. Più positivamente, noi dobbiamo vedere nel messaggio della
Pentecoste una luce che può guidare l’integrazione di un numero sempre più
grande di paesi e culture nel progetto europeo.
La sfida – ed è una sfida evangelica
prima di essere una sfida politica – è di far nascere una Europa in cui ogni
nazione si senta, non soltanto rispettata, ma affermata nella sua differenza,
che questa sia di ordine linguistico, culturale o religioso. L’opposto sarebbe
una nuova Babilonia – la Babilonia di prima che Dio intervenisse – che si costruirebbe
come un enorme impero neocoloniale,
intenzionato ad innalzare, sfidando Dio, la sua torre fino al cielo.
La Chiesa di oggi si trova di fronte alla medesima sfida. Negli anni che sono seguiti alla Riforma
Protestante e alla Controriforma, fino al Concilio Vaticano II, diverse cause
hanno provocato una tendenza ad
uniformare, cancellando le differenze.
Il Concilio Vaticano II ha riaffermato l’importanza di annunciare il messaggio
in maniera tale che ogni popolo e ogni cultura lo riceva nella sua lingua, cioè
nel rispetto di tutto ciò che fa la sua differenza culturale. Dopo il Concilio
si è molto parlato dell’opzione preferenziale per i poveri ; oggi bisogna
forse preoccuparsi dell’opzione preferenziale per la differenza. La Chiesa nata
il giorno di Pentecoste, deve essere una presenza umile e rispettosa in seno ad
ogni popolo e all’interno di ogni gruppo umano, e non il braccio religioso di
una qualsivoglia forma di egemonia.
Gesù ce ne svela il segreto nel suo
discorso dell’ultima Cena. Nel momento stesso in cui esprime la sua
preoccupazione per l’unità della comunità dei suoi fedeli (« Che tutti
siano uno, Padre, come tu ed io siamo uno »), afferma anche la sua
volontà, e quella del Padre, di venire a fare la sua « dimora » in
ciascuno di noi.
Lasciamoci invadere dallo Spirito di
Dio, per vivere in maniera tale che tutti coloro che ci vedono vivere, di
qualsivoglia popolo, nazione o religione, percepiscano il messaggio del
Vangelo, ciascuno nella sua « propria lingua ».
Armand VEILLEUX
traduzione di Anna BOZZO