1° agosto 2004 – XVIII domenica « C·
Qo 1,2 ; 2,21-23 ; Col
3,1-5.9-11 ; Lc 12,13-21
OMELIA
« Vanità delle
vanità, diceva l’Ecclesiaste. Vanità delle vanità, tutto è vanità ! ».
Il libro dell’Ecclesiaste, chiamato anche Qoelet, è sulle prime sconcertante.
Questo bravo Qoelet ci appare per lo meno disincantato. Del resto, in certi
aspetti, ci appare piuttosto moderno. Si può dire che egli è abbastanza
contestatario – un sessantottino del terzo secolo avanti Cristo…a meno di
considerarlo come un post-moderno !
Contrariamente a coloro
che pensano che, per essere credenti, bisogna continuamente parlare di Dio,
questo autore è il miglior rappresentante
della tradizione dell’Antico Testamento che va sotto il nome di scritti
sapienziali. Questi autori sono convinti che la vita umana sia retta da un
insieme di leggi di cui Dio è la causa ultima, poiché è il creatore del mondo.
Piuttosto che essere sempre in cerca di
una nuova “rivelazione divina”, questi “saggi” credono che per vivere
“saggiamente” occorra scrutare il senso
profondo delle cose – un senso quasi sempre nascosto all’insieme degli uomini e delle donne. Questi saggi si interrogano prima di tutto sul senso della VITA; e si
pongono questa domanda in modo molto generale, universalista, senza un particolare
riferimento al popolo di Israele.
Finalmente, quello che sembra un libro molto poco religioso è pieno di
sapienza divina. Noi sappiamo che le persone più religiose non sono
necessariamente quelle che parlano più facilmente e più spesso di Dio, ma
quelle che vivono secondo la volontà di Dio, vivendo il meglio possibile la
vita umana che Dio ha dato loro da vivere.
La vita umana è fatta di
molte cose: il lavoro, la ricchezza, il piacere, il dolore, la povertà, le
gioie, le delusioni, la religione, il tempo ecc. Qual è il senso di tutte
queste cose? In fin dei conti una sola cosa è importante: la vita. Ciò di cui è
piena la vita ha certo la sua importanza;
ma sarebbe stupido cercare tutte queste cose se poi si dimentica la sola
cosa che conta: la vita. E’ del resto
questa l’esperienza di Giobbe, uno dei migliori rappresentanti di questa grande tradizione sapienziale:
Giobbe fa questa scoperta straordinaria : dopo aver perduto tutto ciò che
riempiva la sua vita: ricchezze, amici, famiglia, salute, egli vive ancora; e
può allora ritrovare tutte queste realtà, e goderne veramente, liberamente, per
la prima volta.
Questa sapienza tutta
umana dell’Ecclesiaste è realmente una eccellente introduzione alla sapienza
che ci offre Gesù nel Vangelo di oggi. Il ricco agricoltore di questa parabola,
che era preoccupato soltanto di accrescere e conservare le sue ricchezze, dimenticava di vivere – dimenticava
questa sola realtà che continua ad esistere dopo la nostra esistenza quaggiù.
Dimenticare questo valore
supremo della nostra vita conduce al non rispetto della vita dell’altro.
L’avidità conduce ai litigi – anche tra
fratelli, come nel caso di quest’uomo, che domanda a Gesù di risolvere il suo
problema di eredità - essa conduce anche
all’oppressione, all’ingiustizia e alle guerre.
Donde l’importanza della raccomandazione di San Paolo ai Colossesi, di
centrare il senso della loro esistenza, non tanto su tutte le cose deperibili –
che egli chiama l’uomo vecchio – ma sulla realtà della Vita nuova ricevuta in
pienezza nel battesimo. Allora, tutto ciò che può separarci perde tutta la sua
importanza: non vi è più Greco o Ebreo,
Cristiani o Musulmani, orientali o occidentali, gente barbara o
civilizzata. Non vi è che Cristo, che in
ciascuno è pienezza di Vita.
Noi Cristiani troppo
facilmente ci sciacquiamo la bocca con belle formule. In un certo modo parliamo troppo facilmente
di Dio e delle cose spirituali. La
saggezza tutta terra-terra di Qoelet, ripresa da Gesù e da san Paolo, ci
ricorda che è prima di tutto vivendo e vivendo pienamente la vita
umana, tale quale è stata voluta e creata da Dio, che non solo raggiungeremo la
nostra felicità quaggiù e nell’aldilà, ma contribuiremo a stabilire il Regno di
Dio.
Armand VEILLEUX