25 luglio 2004, XVII domenica "C"
Omelia
Dio è più grande e ben
diverso da tutte le immagini che ci possiamo fare di lui. Eppure non possiamo parlare di lui o pensare
a lui se non utilizzando delle immagini. La Bibbia, sia l’Antico che il Nuovo
Testamento, è piena di immagini che ci permettono di arrivare a una certa
comprensione di chi è Dio. Nel racconto dell’incontro di Abramo con Dio a
Mambre, nel brano del Libro della Genesi
che avevamo come prima lettura domenica scorsa e di cui oggi leggiamo il
seguito, Dio si manifesta ad Abramo sotto le sembianze di tre uomini, poi di
uno solo, con cui Abramo
“patteggia” per tentare di
salvare le città di Sodoma e Gomorra dalla punizione divina. Nei profeti
non è raro che l’immagine per descrivere Dio nella sua relazione con il
suo popolo sia quella della sposa o dello sposo, dell’amante o ancora quella
della madre che nutre il suo bambino. Nel Vangelo di oggi Gesù stesso utilizza
l’immagine del padre, come in altri momenti usa quella del pastore o dell’agricoltore.
Tutte queste immagini, per quanto
importanti e belle siano, compresa quella di “padre”, non sono che
approssimazioni, nel nostro linguaggio umano limitato. Dio è infinitamente più
di tutto questo.
In ogni tempo, in tutte le
religioni, l’essere umano sente il bisogno e il desiderio di entrare in
comunione con Dio. Questa comunione può esprimersi in molti modi, sia
nell’intercessione, o anche nella supplica, sia nell’adorazione silenziosa.
Questa comunione è l’essenza e l’anima della preghiera. La preghiera non è
qualcosa che l’essere umano utilizza; è un atteggiamento, o uno stato di
comunione. Non appena si parla di “dire
le preghiere”, o di “fare le preghiere”, si ha già una visione cosificata della
preghiera.
Giovanni Battista, come
gli altri maestri spirituali del suo tempo,
compresi i Farisei, i Sadducei e i dottori della Legge, insegnava ai
suoi discepoli dei metodi, dei gesti e
delle formule di preghiera. E anche i
discepoli di Gesù, alcuni dei quali erano stati
discepoli di Giovanni, gli domandarono un giorno di insegnare loro a
pregare “ come Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. Essi erano certamente
incuriositi dal fatto che vedevano spesso Gesù ritirarsi, soprattutto di notte,
a pregare in segreto, ma senza insegnare loro né metodo né formula. La risposta di Gesù, riassunta in ciò che noi
chiamiamo il “Padre Nostro”, non è una
“formula di preghiera” che egli invita a ripetere, ma un insegnamento molto
ricco sulla preghiera.
Il primo insegnamento si trova
nella parola “padre”, e implica che di fronte a Dio bisogna assumere
un’atteggiamento filiale, pieno di affetto, di fiducia e di una sorta di
“complicità”. Questo atteggiamento si esprime prima di tutto
nell’espressione del desiderio che
questo nome di “padre” dato a Dio sia onorato dovunque e che dovunque quaggiù sulla terra sia
stabilito il suo regno di pace, di giustizia e di amore. (Viene ammesso
generalmente dagli esegeti che questa versione del Pater, in Luca, più breve di
quella di Matteo, sia la più originale). Viene poi la domanda del pane
quotidiano, che è un modo di riconoscere che tutto ciò che abbiamo è un dono di
Dio, seguita dalla domanda del perdono dei peccati, e da quella di non essere
sottomessi alla tentazione.
E’ là, in poche frasi
molto brevi, la descrizione dell’atteggiamento di chi prega. Gesù utilizza poi
una parabola, per farci comprendere l’atteggiamento di Dio, a cui questa preghiera viene rivolta. E’ uno di quei testi in cui si percepisce il
senso dell’humour di cui talora era
disseminato l’insegnamento di Gesù. Egli descrive l’atteggiamento di un
uomo disturbato a un’ora inopportuna da
un amico sconsiderato, e che alla fine gli dà ciò che domanda, se non per
amicizia, almeno per sbarazzarsene. Gesù
non vuole dire evidentemente che è così che si comporta suo Padre nei nostri
confronti. Vuole dire piuttosto che se
noi diamo in questo modo, il Padre suo – e Padre nostro - dà in tutt’altro modo. Il fulcro della parabola e di tutto questo
racconto è nell’ultima frase: “Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare
delle cose buone ai vostri bambini, quanto più il Padre celeste darà lo Spirito
Santo a coloro che glielo domandano ?”
Gesù non dice qui “Il
Padre vi darà tutto quanto avrete domandato”, ma dice che “darà lo Spirito
Santo a coloro che glielo chiedono”. Ci insegna così che ciò che conviene
domandare non sono le mille e una bagattella
destinate a colmare i nostri
bisogni o i nostri desideri, Ma lo Spirito Santo, cioè l’Amore che unisce il
Padre e il Figlio, e che è la comunione
che può unirci a Dio e può unire gli uni agli altri – questo Spirito di cui
parla Paolo, quando dice che egli prega
in noi con gemiti inesprimibili, mentre noi non sappiamo come pregare.
Non comportiamoci dunque come bambini egoisti, mettendoci a
supplicare il Dio dei nostri sogni di soddisfare tutti i nostri capricci. Siamo
piuttosto dei figli e delle figlie, presi dal desiderio di ricevere lo Spirito
che ci trasformerà in preghiera vivente e continua.
Armand Veilleux