15 febbraio 2004 -- VI domenica "C"
Gr
17,5-8; 1 Co 15, 12...20; Lc 6, 17...26
O M E L I A
La questione della
felicità e del male è antica quanto il mondo. Dall’inizio della Genesi appare
la disgrazia, frutto del peccato, che viene a privare della felicità l’uomo e
la donna creati ad immagine di Dio, per condividere la sua felicità eterna.
Maledetto è il serpente che li ha ingannati ; maledetto è il suolo su cui
striscia e che
essi dovranno coltivare per procurarsi il cibo ; maledetto è Caino, che ha
ucciso suo fratello e infine, più tardi, maledetti saranno coloro che se la
prendono con il popolo che Dio si è scelto. (Tutto l’antico Testamento è
percorso da tali “maledizioni”).
Tra i profeti, Geremia è
quello che mette meglio il dito sulla fonte del male, e per il fatto stesso, su
quella della felicità. Geremia vive in
un’epoca in cui il popolo di Israele conosce grandi sofferenze e la sua stessa
vita personale ne è profondamente marcata. Per lui è
chiaro : la fonte di ogni male è il fatto di non mettere la propria fiducia nel Signore,
ma di affidarsi a un essere mortale, di carne, chiunque sia, fino al punto di
discostarsi dal Signore. Geremia giustappone tutta una serie di immagine
eloquenti per descrivere questo essere disgraziato che non ha messo tutta la sua fiducia
in Dio : è come « un arbusto in terra arida ». Egli resta
« nei luoghi aridi del deserto », o ancora
su « una terra riarsa dal sale e inabitabile ».
E’ logico per Geremia che
l’uomo benedetto o felice (benedictus) è colui che ripone la propria
fiducia nel Signore, da cui egli attende tutto. Costui è « come un albero
piantato ai bordi delle acque », le cui radici non seccano mai, neppure
durante gli anni di siccità.
Gesù fa proprio questo insegnamento
di Geremia e degli altri profeti, fin dall’inizio della sua predicazione.
Questo messaggio è cosi’ importante per Luca, che egli, con l’arte letteraria
che gli conosciamo, delinea con attenzione il
contesto, descrivendo i luoghi, i gesti, gli uditori e le parole. Vi è un
movimento di discesa e
una sosta; vi è la montagna e la pianura. Vi sono i dodici e un gran numero di
discepoli, senza contare tutta la folla di gente venuta da tutta la Giudea, da
Gerusalemme (il centro del culto di Israele) e dal
litorale di Tiro e Sidone, in terra pagana. Levando gli occhi sui suoi
discepoli, dice loro : « Beati voi poveri… » ; e, dopo una
lunga serie di benedizioni, si rivolge ai ricchi, senza identificarli :
« maledetti voi ricchi… ».
Attraverso queste parole
vediamo che i discepoli, a cui Gesù dice, guardandoli : « Beati
siete voi », erano poveri, avevano fame, piangevano, erano già odiati e
respinti a causa del suo nome. D’altra parte vediamo che i loro persecutori
sono ricchi e ben pasciuti e ridono. « Maledetti siete voi » dice
loro Gesù. Perché avete messo la vostra fiducia in queste realtà effimere,
avete già la vostra ricompensa – effimera anch’essa - ; non ne avrete altra.
Questo bel Vangelo delle
beatitudini, che leggiamo più volte durante l’anno liturgico, è ogni volta per
noi l’occasione di domandarci in che cosa, o piuttosto in quale persona abbiamo
riposto la nostra fiducia e le nostre aspettative.
Cristo è disceso
dalla montagna fin nella pianura prima di pronunciare queste parole. Questa
discesa simbolica ricorda quella che San Paolo descrive nella sua lettera ai
Filippesi e a cui allude in un passo della lettera ai Corinti di cui abbiamo letto un brano : Lui, il Figlio di Dio che era
uguale al Padre, si è abbassato, è disceso fino a noi, diventando simile
a noi, e facendosi obbediente fino alla morte di Croce. Per questo il Padre lo
ha fatto « risalire » ; lo ha
risuscitato, gli ha dato il Nome e lo ha fatto sedere alla sua destra.
Ciascuna delle beatitudini, specialmente nella loro versione lucana, descrivono un tale movimento discendente. Ogni volta che
osiamo avventurarci in questo movimento di discesa, il Padre ci risuscita ad
una vita nuova, fonte di felicità : « Beati » allora siamo
noi .
Maledetti sono invece
coloro che pensano di poter fare a meno, con mezzi umani, di questo movimento
di discesa. Sono maledetti, perché non potranno mai conoscere la gioia della
« salita », quella di essere « risuscitati » dal Padre.
Essi hanno già la ricompensa che a loro basta.
Se
Cristo non è risuscitato, vana è la nostra fede. Se
non siamo risuscitati, perché abbiamo omesso di « morire » alle
nostre false speranze, maledetti siamo noi.
Ci siamo lasciati sfuggire la vera felicità. Possa ciò non accadere a nessuno di noi.
Armand VEILLEUX
Traduzione di Anna Bozzo
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