21 marzo 2004 – IV domenica di Quaresima "C"

Gs 5,10-12; 2 Co 5,17-21; Lc 15,1-3. 11-32

 

 

O M E L I A

 

Gesù si trova preso, una volta di più, tra due gruppi di persone. Da una parte ci sono i pubblicani e i peccatori che vengono ad ascoltarlo, e spesso il loro cuore è toccato dal suo atteggiamento almeno quanto dalle sue parole ; dall’altra  ci sono i farisei e gli scribi, che non approvano affatto il suo comportamento. Lo accusano non solo di accogliere benevolmente i miscredenti, ma anche di mangiare con loro.

 

La parabola che Gesù allora propone loro comporta tre personaggi principali : « Un uomo aveva due figli ». Il personaggio  centrale non è il figlio minore, quello che spesso viene  chiamato il figliol prodigo, benché  non si tratti affatto di un figlio piccolo.  E’ piuttosto il padre. Il figlio minore, che domanda la sua parte di eredità e che  va  a dilapidarla, rappresenta i pubblicani e i peccatori che vengono ad ascoltare Gesù, con cui egli mangia e che spesso si convertono  al suo contatto. Il figlio maggiore, che rifiuta di partecipare alla gioia del padre e di mettersi a tavola con suo fratello peccatore, rappresenta i farisei e gli scribi.

 

La prima cosa da fare, ascoltando questa parabola, è di comparare l’immagine che noi abbiamo di Dio con quella che Gesù ci dà di suo Padre. Il primo scopo della parabola è in effetti di insegnarci chi è Dio.  E poi, non stiamo a domandarci se noi siamo il figliol prodigo oppure il primogenito rimasto saggiamente a casa. In realtà, noi siamo l’uno  e l’altro, secondo le circostanze.

 

Più di una volta abbiamo fatto l’esperienza  della misericordia di Dio, quando siamo ritornati a Lui, dopo ciascuna delle nostre scappatelle, piccole e grandi. Ma non ci è spesso accaduto di scandalizzarci  del modo in cui Dio accoglie  coloro che noi invece consideriamo « peccatori » ?

 

Consideriamo un po’ più da vicino  ciò che questa parabola  ci dice di ciascuno dei due figli. Il figliol prodigo è un figlio adulto, che tuttavia non ha mai smesso di considerare suo padre come tale. Quando vuole andarsene, gli dice : « Padre, dammi la parte di eredità che mi spetta ». Dopo essere andato a spendere la sua eredità in un paese lontano dal padre, dove non vi era né giustizia né bontà e dopo essere diventato schiavo in un paese straniero, decide di tornare da suo padre. Anche se non si sente più degno di essere chiamato figlio, continua a dire « padre » : « Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te. »

 

Quanto al figlio maggiore,  mai, in nessun momento, utilizza la parola « padre », non si considera neppure figlio, ma servo : « Da tanti anni sono al tuo servizio, senza mai aver disobbedito ai tuoi ordini ». Non essendo veramente figlio, non può capire l’atteggiamento di un padre. Per lui, la sola risposta al peccato, è la punizione, la sola risposta alla fuga  è la negazione di una possibilità di ritorno.

 

Anche se l’umanità ha sempre conosciuto la violenza, sembra che, ai nostri giorni, essa sia entrata in una corsa più che mai folle di risposta alla violenza con una violenza più grande, sulla base di ogni sorta di ideologie, spesso religiose.

 

Solo la rivelazione di Gesù Cristo, prodigo in misericordia, può aiutare la nostra povera umanità a rompere questo ciclo diabolico della violenza. Facciamoci messaggeri di questa rivelazione, incarnandola nella nostra vita di ogni giorno.

 

Armand VEILLEUX

Traduzione di Anna BOZZO

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Omelia per la stessa domenica nel 2001 : en français / in italiano