At 1, 1-11; Eb 9,24...10,23; Lc 24, 46-53
O M E L I A
L’Evangelista
Luca è il solo ad averci dato una descrizione dell’Ascensione. Gli altri tre
Evangelisti non separano il momento della Resurrezione da quello dell’entrata
definitiva di Gesù nella gloria del Padre. Anzi, Luca ci dà due racconti
dell’Ascensione, uno alla fine del suo Vangelo, l’altro all’inizio degli Atti
degli Apostoli ; racconti che non sono perfettamente concordanti. Sarebbe
futile e sbagliato tentare di ricostituire una descrizione storica dei fatti,
mettendo insieme i dettagli provenienti da entrambi i racconti. Lo scopo di
Luca non è quello di descrivere un evento, ma di dare un insegnamento
spirituale e teologico. Fermiamoci per
il momento al testo evangelico che abbiamo appena letto.
Quando
i due discepoli di Emmaus ritornano in gran fretta a Gerusalemme, vi trovano
gli Undici e tutti i loro compagni e compagne, che erano venuti con Gesù dalla
Galilea. Gesù viene a trovarsi improvvisamente in mezzo a loro e rivolge loro
le parole che formano l‘inizio del brano evangelico che abbiamo ascoltato.
Ricorda loro le profezie sulla morte e resurrezione del Messia e li
chiama ad esserne testimoni, poi raccomanda loro di restare in città, cioè a
Gerusalemme. Indi, dopo un lasso di
tempo indeterminato, li « conduce fuori fino a Betania ». La traduzione italiana si avvicina di più al
testo originale, che è molto più forte della traduzione francese, un po’
insipida. Il testo greco dice infatti che Gesù li fece uscire [da
Gerusalemme], cioè li porto’ fuori della « città », per condurli a
Betania. Là li benedisse, e mentre li
benediceva « si separo’ da loro » e fu portato verso il cielo.
L’idea
centrale di questo racconto di Luca non è la glorificazione di Gesù, ma la
separazione dai suoi discepoli. Un
breve spazio è aperto alla speranza affinché i suoi discepoli, privati della presenza
fisica di Gesù, approfondiscano il senso della sua morte e resurrezione, e del
suo nuovo modo di essere presente in mezzo a loro. Dopo essersi prosternati, se
ne ritornarono « pieni di gioia » a Gerusalemme e là stavano sempre
nel Tempio a benedire Dio. Malgrado il riferimento alla gioia, il Vangelo di
Luca termina cosi’, su una nota che si potrebbe dire negativa, o sulla
constatazione, un po’ triste, che i discepoli non hanno ancora capito il
messaggio. Se ne tornano precisamente a quella stessa Gerusalemme da cui Gesù
li aveva trascinati fuori, aveva voluto farli uscire. Incapaci di comprendere
l’avvenire, si rifugiano nel passato. Hanno dimenticato che il velo del Tempio
si è squarciato in due al momento della morte di Gesù. L’inizio del libro degli
Atti mostrerà come essi si apriranno pienamente al messaggio di Gesù a partire
dalla Pentecoste.
Nel
racconto degli Atti (la nostra prima lettura), due angeli appaiono ai discepoli
per dire loro « Galilei (dunque, non abitanti di Gerusalemme !),
perché restate li’ a guardare verso il cielo ? Quel Gesù che vi è stato
tolto, ritornerà allo stesso modo in cui l’avete visto andare via.” Non vi è
ragione di pensare che si tratti qui di un ritorno trionfale alla fine dei
tempi. Si tratta piuttosto del racconto
che Gesù aveva predetto quando aveva detto « ecco, io sono con voi
fino alla fine dei secoli » e « quando due o tre sono riuniti nel mio
nome, io sono in mezzo a loro. » Una forma di presenza è loro
« tolta », e una nuova forma di presenza è data loro in cambio. E’
qui, mi sembra, il cuore del messaggio di Luca. La Parusia non sarà il ritorno
trionfale di un Gesù assente, ma la piena manifestazione del fatto che è
sempre stato presente alla Comunità dei suoi fedeli.
Armand VEILLEUX