Domenica 23 maggio 2004 – Solennità dell'Ascensione "C"

At 1, 1-11; Eb 9,24...10,23; Lc 24, 46-53

 

 

O M E L I A

 

            L’Evangelista Luca è il solo ad averci dato una descrizione dell’Ascensione. Gli altri tre Evangelisti non separano il momento della Resurrezione da quello dell’entrata definitiva di Gesù nella gloria del Padre. Anzi, Luca ci dà due racconti dell’Ascensione, uno alla fine del suo Vangelo, l’altro all’inizio degli Atti degli Apostoli ; racconti che non sono perfettamente concordanti. Sarebbe futile e sbagliato tentare di ricostituire una descrizione storica dei fatti, mettendo insieme i dettagli provenienti da entrambi i racconti. Lo scopo di Luca non è quello di descrivere un evento, ma di dare un insegnamento spirituale e teologico.  Fermiamoci per il momento al testo evangelico che abbiamo appena letto.

 

            Quando i due discepoli di Emmaus ritornano in gran fretta a Gerusalemme, vi trovano gli Undici e tutti i loro compagni e compagne, che erano venuti con Gesù dalla Galilea. Gesù viene a trovarsi improvvisamente in mezzo a loro e rivolge loro le parole  che  formano l‘inizio del  brano evangelico che abbiamo  ascoltato.  Ricorda loro le profezie sulla morte e resurrezione del Messia e li chiama ad esserne testimoni, poi raccomanda loro di restare in città, cioè a Gerusalemme.  Indi, dopo un lasso di tempo indeterminato, li « conduce fuori fino a Betania ».  La traduzione italiana si avvicina di più al testo originale, che è molto più forte della traduzione francese, un po’ insipida. Il testo greco dice infatti che Gesù li fece uscire [da Gerusalemme], cioè li porto’ fuori della « città », per condurli a Betania.  Là li benedisse, e mentre li benediceva « si separo’ da loro » e fu portato verso il cielo.

 

            L’idea centrale di questo racconto di Luca non è la glorificazione di Gesù, ma la separazione dai suoi discepoli.  Un breve spazio è aperto alla speranza affinché i suoi discepoli, privati della presenza fisica di Gesù, approfondiscano il senso della sua morte e resurrezione, e del suo nuovo modo di essere presente in mezzo a loro. Dopo essersi prosternati, se ne ritornarono « pieni di gioia » a Gerusalemme e là stavano sempre nel Tempio a benedire Dio. Malgrado il riferimento alla gioia, il Vangelo di Luca termina cosi’, su una nota che si potrebbe dire negativa, o sulla constatazione, un po’ triste, che i discepoli non hanno ancora capito il messaggio. Se ne tornano precisamente a quella stessa Gerusalemme da cui Gesù li aveva trascinati fuori, aveva voluto farli uscire. Incapaci di comprendere l’avvenire, si rifugiano nel passato. Hanno dimenticato che il velo del Tempio si è squarciato in due al momento della morte di Gesù. L’inizio del libro degli Atti mostrerà come essi si apriranno pienamente al messaggio di Gesù a partire dalla Pentecoste.

 

            Nel racconto degli Atti (la nostra prima lettura), due angeli appaiono ai discepoli per dire loro « Galilei (dunque, non abitanti di Gerusalemme !), perché restate li’ a guardare verso il cielo ? Quel Gesù che vi è stato tolto, ritornerà allo stesso modo in cui l’avete visto andare via.” Non vi è ragione di pensare che si tratti qui di un ritorno trionfale alla fine dei tempi.  Si tratta piuttosto del racconto che Gesù aveva predetto quando aveva detto  « ecco, io sono con voi fino alla fine dei secoli » e « quando due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro. » Una forma di presenza è loro « tolta », e una nuova forma di presenza è data loro in cambio. E’ qui, mi sembra, il cuore del messaggio di Luca. La Parusia non sarà il ritorno trionfale di un Gesù assente, ma la piena manifestazione del fatto che è sempre stato presente alla Comunità dei suoi fedeli.

 

Armand VEILLEUX