26 maggio 2002 – Festa della Santissima Trinità (anno « A »)

Es 34, 4...9 ; 2 Co 13, 11-13 ; Gv 3, 16-18

 

 

O M E L I A

 

            Dio è immensamente più grande di tutto quanto possiamo pensare e dire di lui, e altra cosa rispetto a  tutte le esperienze che possiamo fare di lui e tutte le immagini con cui possiamo rappresentarcelo. Eppure non possiamo parlare di lui senza utilizzare un  linguaggio umano ; non possiamo rappresentarcelo se non attraverso immagini ; e tutte le esperienze che possiamo avere di lui, anche le più mistiche ,  implicano i concetti che noi abbiamo di Lui.  Non c’è niente di strano a utilizzare immagini, simboli e concetti per tentare di formulare la nostra intuizione di Dio, ma a condizione di non dimenticare mai che Dio è tutt’altro, infinitamente più grande, più ricco e più bello.

 

            Nel Vangelo Gesù ci ha parlato di Dio come di suo padre, che egli chiama « abba ».  Al battesimo di Gesù e sulla montagna della Trasfigurazione la voce di Dio si è fatta sentire, dicendo di Gesù : « Questi è il mio Figlio diletto ».  E Gesù ha spesso parlato dello Spirito di amore che lo unisce a suo Padre.  Tutte queste rivelazioni su Dio  che formano un insieme, la tradizione cristiana ha tentato bene o male di formularle  sotto il nome di « Trinità ».  Più i teologi hanno tentato di formulare il contenuto di questo mistero,  più il loro linguaggio è diventato complicato e spesso incomprensibile ai comuni mortali. E tuttavia, una volta che si è detto tutto su di lui, anche dopo aver scritto grossi libri sulla Trinità, non si è detto altro che quello che  rivela il Vangelo: Dio è Padre, Dio è Figlio, e Dio è Amore.

 

            Questa freschezza della rivelazione evangelica noi la troviamo già nella rivelazione di Dio a Mosé sul monte Sinai. Dopo un primo incontro con Dio, durante il quale aveva ricevuto la sua missione, Mosé aveva condotto gli Ebrei fuori dall’Egitto, nel deserto.  Mosé deve ora fare una nazione di questa orda che brontola continuamente. Sul Sinai – la stessa montagna dove ha avuto il suo primo incontro con Dio -  fa una esperienza personale molto forte di ciò che Dio è.  Fa l’esperienza di Yahvé come di qualcuno che è « tenero e misericordioso, lento all’ira e pieno di amore e di fedeltà »

 

            Può esservi una rivelazione più profonda su Dio ? E’ la stessa che Gesù trasmette a Nicodemo, che viene a trovarlo di notte : « Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo unico Figlio ».

 

            A prima vista le letture della messa di oggi ci parlano del Padre e del Figlio, ma non dicono niente dello Spirito (se non nella formula di benedizione alla fine della lettura di Paolo).  In realtà ci parlano molto - e soprattutto – dello Spirito, che è l’Amore che unisce il Padre e il Figlio. La tenerezza e la misericordia di cui parla la Rivelazione a Mosè  non è altro che lo Spirito. L’amore che Dio ha avuto per il mondo al punto di dargli il suo Figlio, e di cui Gesù parla a Nicodemo, non è altro che lo Spirito. E il « Dio di amore e di pace » di cui parla Paolo ai Corinti, invitandoli a vivere nella pace e nell’amicizia, è forse altra cosa che lo Spirito Santo ?

 

            Dio ha fatto l’essere umano a sua immagine, e dunque ciò che la Scrittura ci dice di Dio, ci rivela quello che siamo noi, e ancora di più quello che siamo chiamati a diventare. E’ per questo che Paolo parla in modo cosi’ giusto quando si fonda sul fatto che  Dio  è un Dio di amore e di pace, per invitare i cristiani a vivere nell’amicizia ; ed è a ciascuno di noi che viene rivolto questo invito.                                  

 

 

Armand VEILLEUX   

 

Traduzione di Anna BOZZO