Si 3,2-6.12-14 ; Col 3,12-21 ; Mt 2,13-15.19-23
In tutto l’Antico Testamento, ma soprattutto nei profeti
- Osea in particolare – l’amore coniugale è presentato come l’immagine per eccellenza delle relazioni
tra Dio e il suo popolo e come il modello di ogni forma di comunione tra persone.
Nel Nuovo Testamento questo stesso amore coniugale diventa l’immagine
della relazione tra Cristo e la sua Chiesa e il modello di ogni forma di comunione
in seno alla Chiesa. Del resto, creando l’uomo e la donna a propria immagine,
Dio ne aveva fatto degli esseri comunicativi, e quando la loro unione porta
frutto nella venuta al mondo di un bambino, essi riproducono sulla terra il
mistero della Trinità, dove lo Spirito scaturisca dall’amore che unisce il
Padre e il Figlio.
Nel corso degli altri due anni liturgici
(anni B e C) leggiamo nella giornata di oggi due racconti di Luca che raccontano
entrambi la salita di Gesù a Gerusalemme con i suoi genitori – la presentazione
di Gesù al Tempio da parte dei suoi genitori in un caso; il pellegrinaggio
di Gesù a Gerusalemme, sempre con i suoi genitori, quando aveva dodici anni,
nell’altro caso. Quest’anno leggiamo il vangelo di Matteo, che ci racconta un avvenimento più drammatico: la fuga forzata
in Egitto.
Una volta che due persone che si amano
hanno unito i loro destini con il legame del matrimonio, tutto ciò che accade
all’uno coinvolge l’altro e tutte le decisioni di ciascuno devono prendere
in considerazione l’altro. È questo il modello di ogni relazione umana, ivi
comprese le relazioni in seno a una comunità. A partire dal momento in cui
noi siamo legati gli uni agli altri con i legami della comunione in una comunità,
tutto ciò che accade a ciascuno di noi tocca tutti gli altri e ognuna delle
nostre decisioni personali, anche la più intima, deve prendere in considerazione
tutti i nostri fratelli.
Maria e Giuseppe erano fidanzati al
momento dell’Annunciazione. Seguendo la raccomandazione di Dio che gli fu
comunicata in sogno, Giuseppe prese con sé Maria come sua sposa. A partire
da quel momento, la vita dell’uno e dell’altra cambiò radicalmente. Insieme
salirono verso Betlemme per iscriversi, quando ci fu il censimento; e la nascita
di Gesù trasformò la loro vita in maniera imprevista.
La cellula familiare, che comprendeva
fino ad allora due persone, ne comprende ora tre, ed è la sorte della più
debole che condiziona la vita delle altre due. Per proteggere la vita del
loro bambino, essi devono fuggire in Egitto. Dopo alcuni anni di esilio, ritornano in Israele e si stabiliscono,
non in Giudea, per paura di Archelao figlio di Erode, bensì in Galilea.
Fin dalla sua nascita, Gesù conosce
nel suo corpo le difficoltà e le prove dei poveri e degli oppressi, con i
quali si identificherà sempre. Quante famiglie a nostri giorni, come nei secoli
passati, sono dislocate dalla guerra, dagli spostamenti forzati di popolazioni,
dall’esilio. De resto, tutti i personaggi che appaiono in questo secondo capitolo
del Vangelo di Matteo, sono figure emblematiche, ancor più che personaggi
storici. I “Magi” rappresentano una umanità inquieta, alla ricerca della salvezza,
capace di riconoscere Dio nella storia e disposta ad uscire da se stessa e
dalla sua sicurezza, per andare incontro a Dio. Erode e suo figlio Archelao
rappresentano invece il potere sfruttatore ed oppressore, che è geloso della
sua autonomia e teme di perderla, pronto ad ogni crudeltà per difendere i suoi privilegi. In un certo
senso, i soli personaggi «veri» sono Maria, Giuseppe e il Bambino.
Il Bambino e sua madre sono inseparabili.
Gesù in qualche modo non è ancora totalmente separato dalla madre. L’espressione
«il bambino e sua madre» ricorre tre volte in questo breve testo. Dopo la
partenza dei Magi l’angelo disse a Giuseppe: «prendi il bambino e sua madre
e fuggi in Egitto». Allora, di notte, Giuseppe prese il bambino e la madre
e si mise in fuga. Alcuni anni dopo, l’angelo gli disse di nuovo: «prendi
il bambino e sua madre e ritorna nel paese di Israele». Giuseppe ha la responsabilità
di vegliare sui due e di proteggerli.
Questa famiglia di Maria, Giuseppe
e Gesù, nella sua esistenza movimentata, resta un modello molto concreto per
ogni famiglia umana. Il testo di Paolo nella sua Lettera ai Colossesi (la
nostra seconda lettura), descrive l’atteggiamento che rende armoniosa una
vita famigliare. Le sue raccomandazioni pratiche, alla fine del testo, in
particolare là dove parla della «sottomissione» delle mogli ai loro mariti,
appartengono ad un contesto culturale diverso dal nostro (e non rendono questo
testo particolarmente popolare tra molte donne di oggi). Ma tutta la prima
parte del testo, che è molto bella, descrive l’atteggiamento richiesto a tutte
le persone nell’ambito di una famiglia, come nell’ambito di una comunità.
Poiché siamo tutti i preferiti di Dio, dobbiamo, dice, rivestire i nostri
cuori di tenerezza e di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza, sopportandoci
a vicenda e anche perdonandoci, quando abbiamo qualcosa da rimproverarci,
ricordandoci che siamo stati noi stessi perdonati dal Signore.
Ecco un modello che vale per ciascuno
di noi: giovani coppie con o senza bambini, coppie mature, i cui figli sono
già adulti, oppure celibi o nubili che vivono in comunità religiose come la
nostra o in ogni altra forma di comunità.
Armand VEILLEUX