6 gennaio 2002 – Epifania del Signore
Is 60,1-6 ;Ef 3,2-3a.5-6 ;
Mt 2,1-12
Omelia
Nel momento in cui nacque Gesù, il
vecchio re Erode (detto il Grande) era negli ultimi anni del suo lungo regno,
ed era ben noto per la sua abilità politica, certo, ma anche per la sua crudeltà
paranoica. Aveva fatto uccidere suo genero e due dei suoi figli, Aristobulo
e Alessandro, e aveva sgozzato pure sua moglie Mariamme. Alcuni anni più tardi,
cinque giorni prima della sua morte, darà ordine che suo figlio maggiore Antipater
venga assassinato e darà anche disposizioni perché dopo la sua morte si facciano
morire tutti i notabili di Gerico, in modo che vi siano lacrime ai suoi funerali
(Sapeva bene che nessuno avrebbe avuto lacrime per lui!). In questo contesto,
lo sterminio di alcuni bambini di Betlemme che potevano avere meno di due
anni, non aveva niente di sorprendente, eppure Erode sapeva anche darsi arie
di “religioso”, come fanno spesso i ditattori, (aveva infatti intrapreso la
ricostruzione del Tempio di Gerusalemme).
Più sorprendente e più sconcertante
ancora è il fatto che i capi dei sacerdoti e gli scribi di Israele, che non
ignoravano certo con chi avevano a che fare – poiché Erode, geloso della sua
regalità illegittima, aveva anche perseguitato i movimenti a carattere messianico
– abbiano accettato di farsi in qualche modo suoi complici, dicendogli dove
doveva nascere il Messia, secondo le Scritture.
Tuttavia, ciò che è al centro del messaggio
dell’Evangelista Matteo in questo racconto, è il carattere universalista della
salvezza portata da Gesù. Per Matteo, sia i capi dei sacerdoti e gli scribi,
sia Erode – messi tutti insieme sullo stesso piano – rappresentano un mondo
ebraico chiuso su se stesso, fiero dei suoi privilegi e sdegnoso nei confronti
di chi è straniero. Matteo contrappone loro i tre saggi venuti da fuori, aperti
“ingenuamente” alla vita nuova dovunque essa fosse apparsa, e desiderosi di
offrire doni e rendere omaggio ad ogni nuovo re della cui nascita avessero
avuto notizia.
Questo messaggio di Matteo è simile
a quello di Isaia che abbiamo sentito nella prima lettura, e nel quale si
può cogliere una certa punta di ironia. All’epoca
in cui gli ebrei, da poco tornati dall’esilio e forti più che mai del senso
della loro identità nazionale, si davano da fare a ricostruire la Città Santa,
Isaia mostra loro tutte le nazioni pagane che si aprono alla sua luce.
E’ l’occasione di domandarci: che ne
è della nostra apertura all’altro? Dopo alcuni decenni caratterizzati da uno
sviluppo considerevole del dialogo tra i popoli , le culture e le religioni,
assistiamo attualmente un po’ dovunque in Occidente a un movimento di regressione
e di chiusura all’altro – a colui che viene da altri paesi e da altre culture,
che ha altre abitudini e altre tradizioni religiose. Un vento di xenofobia
è percettibile un po’ dovunque. In questo contesto il Vangelo fa un obbligo
particolare a noi in quanto Cristiani, non
solo a tenere aperti i nostri cuori alla grandezza del cuore di Dio, ma anche
a lavorare in maniera concreta per mantenere o ristabilire il dialogo a tutti
i livelli. E’ troppo facile farsi complici, con la migliore coscienza di questo
mondo, di ingiustizie flagranti ad opera dei sistemi politici in atto, proprio
come i capi dei sacerdoti e gli scribi di Israele, che consegnarono religiosamente
i bambini di Betlemme nelle mani del boia Erode.
Chiediamo a Dio di aprirci all’altro
– all’altro con cui viviamo, che incontriamo, che viene incontro a noi – poiché
senza questa apertura sarebbe illusorio pensare di aprirci all’Altro (con
la A maiuscola) nella preghiera.
Armand VEILLEUX
Traduzione di Anna Bozzo