22 settembre 2002 – Capitolo Generale OCSO a Roma

Is 55,6-9; Fil 1,20c-24,27; Mt 20,1-16a

 

Omelia per la XXV domenica del tempo ordinario, anno "A"

 

 Questo passo del Vangelo non è un trattato i giustizia sociale. Non parla del giusto salario da corrispondere a dei lavoratori salariati, ma concerne i pagani che riceveranno la Buona Notizia ed entreranno per primi nel Regno, mentre i Giudei, per la maggior parte, rifiuteranno questa Buona Notizia. I Padri della Chiesa vi hanno trovato una quantità di applicazioni allegoriche,  e certamente  è consentito anche a noi di applicarlo  allegoricamente alla nostra situazione attuale.

 

L’insegnamento principale di questo testo è che Dio è buono, generoso e misericordioso e che tutto cio’ che noi riceviamo da lui è puro dono, e gratuito.  Ogni volta che noi pensiamo di meritare qualcosa o di aver acquisito certi diritti, siamo fuori strada. Cio’ è vero nelle nostre relazioni con Dio,  nelle relazioni che abbiamo con i nostri fratelli o sorelle in seno alle nostre comunità ; ed è vero ugualmente  nelle relazioni tra le comunità in seno ad un Ordine monastico e certamente anche nelle relazioni tra Capitolanti nel corso di un Capitolo Generale.

 

Nel momento in cui ciascuno di noi incontrerà il Creatore,  quando saremo sbarcati sull’altra Riva, il fatto che noi lo avremo servito fedelmente nella vita monastica per cinquant’anni o dieci anni, o dieci giorni,  non farà in sé alcuna differenza. Tutto cio’ che conterà allora sarà l’intensità del nostro amore in quel momento.  Poco importeranno ugualmente gli errori e perfino le stupidaggini che avremo potuto fare nel corso di questa vita, come pure i servizi umili o illustri che avremo potuto rendere alle nostre comunità o all’Ordine. Per ciascuno di noi, l’invito ad entrare nella Gioia del Padre sarà pura gratuità. Cio’ non ci deve indurre alla noncuranza o all’indifferenza, ma anzi, a fare tutto, consapevolmente, con gratuità totale, per amore, e non per acquisire meriti, e ancor meno allo scopo di evitare i castighi.

 

In virtù della nostra vocazione monastica cenobitica, le nostre comunità sono chiamate ad essere dei luoghi della presenza di Dio, dei segni del suo amore gratuito verso tutti i suoi figli e figlie. Che noi siamo  tre, trenta o trecento in comunità, è lo stesso amore di Dio che ci ha riuniti, lo stesso amore di Dio che vuole manifestarsi attraverso la nostra vita quotidiana, lo stesso amore di Dio che vuole trasformare l’universo, trasformandoci gradualmente a sua immagine. Questa testimonianza è la stessa,  sia che la nostra comunità abbia un anno, dieci, cento o mille anni di esistenza. Tutto il resto è vanità delle vanità, come direbbe  l’Ecclesiaste.

 

La nostra seconda lettura di quest’oggi è tratta dalla lettera di Paolo ai Filippesi, una lettera di grande bellezza ed anche  in certo modo piena di freschezza. Filippi era stata la prima città d’Europa a ricevere il messaggio cristiano, durante il terzo viaggio missionario di Paolo. Era una piccolissima comunità cristiana, con la quale Paolo, l’apostolo dei Cristiani dell’ultima ora, mantenne una bellissima relazione, simile a quella di Gesù con Marta, Maria e Lazzaro (altra piccola comunità, la cui grande precarietà si rivelo’ alla morte di Lazzaro). Nella sua lettera, scritta mentre era in prigione, Paolo parla  con accenti personali e perfino intimi.  Benché si trovi prigioniero, è un uomo felice.

 

Nel momento in cui scriveva, Paolo era già comparso davanti al tribunale,   ma non aveva ancora ricevuto la sentenza. Questa sentenza poteva essere benissimo la sua liberazione, come la sua esecuzione. Generalmente si amette che si trattasse della prigionia di Paolo ad Efeso, e non della sua ultima prigionia a Roma. Non era dunque un uomo anziano, ma piuttosto nel fior degli anni, verso la fine dei quaranta, o al più all’inizio dei cinquanta. Era un uomo che, col passare degli anni,  e attraverso la sofferenza e le lotte, aveva acquisito una buona dose di conoscenza di se stesso, ed era capace di riconoscere i diversi desideri, talvolta contraddittori, del suo cuore.

 

Era traboccante di gioia al pensiero dell’amore di Cristo per lui . Desiderava dunque morire ed essere con Cristo per sempre. Ma sapeva anche che Cristo era la sua vita, anche quaggiù. Desiderava continuare a predicarlo, e restare vicino ai suoi amici, specialmente ai Filippesi. Non sapeva se preferire di morire, per essere  con Cristo, oppure vivere per annunciarlo. Ma sapeva che, in un modo o nell’altro, Cristo sarebbe esaltato in lui.

 

Paolo è un uomo felice perché è libero – libero dalla paura, libero dalle ambizioni personali, libero da tutto cio’ che non è il Cristo. Se vogliamo che la nostra vita personale,  come pure la vita delle nostre comunità, siano riempite da questa medesima gioia e  manifestino la presenza di Cristo, dobbiamo  chiedere la grazia di questa grande libertà interiore, come quella di Paolo, che ci renda  assolutamente disposti,  sia a scomparire, per essere uniti a Lui, sia a continuare ad operare, per renderlo presente nel nostro mondo di oggi.

 

Nulla è merito, e nulla è tragedia. Tutto è grazia.

 

 

Armand VEILLEUX

Traduzione di Anna BOZZO