11 agosto 2002 –XIX domenica del
Tempo Ordinario "A"
1 Re 19,9a,11-13a; Rom. 9,1-5;
Matt. 14,22-33
OMELIA
Tutte le letture della messa
di oggi ci parlano di incontri con Dio. Ma sono veramente incontri sconcertanti
e inattesi. Elia era un profeta ardente, che perseguiva i nemici di Dio, disposto,
per questo, a mettere sotto sopra
cielo e terra. E tuttavia, quando si ritrova sulla montagna di Dio, l’Oreb,
il Signore non gli manifesta la sua presenza
né nell’uragano violento che spacca le montagne e spezza le rocce,
né nel terremoto, né nel fuoco, ma in una brezza leggera .
Quando Paolo, nella seconda lettura, esprime a che punto è combattuto tra l’amore per il suo popolo,
il popolo ebraico, e la sua missione
di apostolo di Cristo, pensa senza dubbio a quell’incontro inatteso e drammatico sulla via di Damasco che gli ha
cambiato la vita. E infine Gesù, camminando sulle acque in modo piuttosto
singolare si manifesterà come Dio ai suoi discepoli impauriti.
Fermiamoci un attimo su quest’ultimo
incontro e cerchiamo di capire quale messaggio vuole trasmetterci l’Evangelista
Matteo. Notiamo come prima cosa che Matteo, in tutto il suo Vangelo, menziona
due sole volte la preghiera solitaria di Gesù : in questa occasione e
nell’Orto degli Ulivi, dunque in momenti particolarmente tragici.
Qui Gesù, dopo avere appreso la morte di Giovanni Battista, parte in
barca con i suoi discepoli verso un luogo tranquillo e solitario. Le folle
se ne accorgono e lo precedono. Gesù ha compassione di quella povera gente,
e le dà da mangiare, dopo averne guarito i malati. Poi obbliga (la
parola è forte) i suoi discepoli a recarsi sull’altra riva. L‘altra riva non
è più in Israele. È il mondo dei pagani, verso i quali loro dovranno ugualmente
andare. Lui vuole certamente anche proteggerli dal pericolo di lasciarsi travolgere
dalla folla in un movimento che vorrebbe trasformare Gesù in Messia politico. Da solo congeda la folla e
da solo va sulla montagna a pregare suo Padre. Come conseguenza di questo
incontro con Dio, la sua umanità acquista una delle caratteristiche che l’Antico
Testamento riconosceva come prerogativa
di Dio, quella di camminare sulle acque (cfr. Giobbe 9,8 ; 38,16).
Il mondo in cui viviamo appare
spesso come una barca sbattuta dal vento su un mare in tempesta. Guardiamo
cio’ che accade in tanti paesi in guerra, in Palestina e in Israele, per esempio,
o ancora, in Pakistan e in India, o in Afghanistan o ancora in Congo.
Oppure pensiamo alle oscillazioni
della borsa e alle tensioni politiche vicine o lontane. Se Gesù si
presentasse, camminando tranquillamente su questo mare agitato, noi penseremmo
certamente come gli apostoli, che si tratta di un fantasma. Eppure egli ci
viene incontro continuamente, non già nelle grandi manifestazioni eclatanti,
ma nella brezza leggera. E se noi
avremo il coraggio – o la temerità – di lanciare a Lui la stessa sfida che
gli lancio’ Pietro : « Se sei tu, ordina che io venga verso
di te », ci dirà certamente : « Vieni ! ». Il « si »
di Pietro – questa capacità di riconoscere e di assumere il suo dubbio - è altrettanto coraggioso che il suo « ordina »
- la sua disposizione ad obbedire a
qualunque costo. Possiamo allora anche
noi avere il coraggio di camminare su
questo mare agitato senza paura e arrivare all’incontro con Gesù, ancor prima
che egli ricompaia sulla barca. Tutti quelli che stavano nella barca riconobbero
Gesù, una volta che il vento fu cessato. Anche Elia aveva riconosciuto Dio nella brezza leggera. La sfida che Dio lancia a noi, donne e uomini
di oggi, come fece con Pietro, è di
incontrarlo nel cuore stesso della tempesta.
Non aspettiamo che tutti
i conflitti sulla scena internazionale, o anche nella Chiesa, si siano calmati,
per sperare la grazia di un incontro intimo con Gesù. I tempi attuali sono
fatti per i caratteri forti e temerari
ad un tempo, come quello di Pietro.
In un mondo in cui Dio si manifesta in modi cosi’ sconcertanti, abbiamo l’audacia di dirgli : « Se sei tu,
ordina che io venga incontro a te, camminando su questo caos che è
il nostro ». Ci dirà certamente : « Vieni ». Preghiamo
per avere allora il coraggio di andare avanti, con gli occhi fissi su Gesù,
e non sulla tempesta che ci circonda. Ma anche se la tempesta ci ripropone
le nostre paure, non fa niente. Lui ci prenderà per mano e ci farà salire
sulla barca …senza dimenticare che questa barca si sta dirigendo verso l’altra
riva, verso il mondo delle « nazioni », verso la missione universale.
Armand VEILLEUX