L’espansione cistercense nei secoli XII e XIII

Le monache
Dossier preparato da P. Francisco Rafael de Pascual, Viaceli.





 

            Per quanto riguarda le monache cistercensi dei secoli XII e XIII, possediamo oggi più informazioni di qualche anno fa. Perché conosciamo meglio la donna medievale – grazie alle numerose pubblicazioni moderne – e perché il tema cistercense femminile è stato studiato da numerosi specialisti. Anche le pubblicazioni monastiche su questo tema sono attualmente di qualità migliore, soprattutto perché si è fatto maggiormente ricorso alle ricerche documentarie ed è stato pubblicato un certo numero di opere di monache e di religiose dei secoli XII e XIII.

1. Contesto storico:

            La prima cosa che dobbiamo sapere è che non possiamo applicare all’epoca medievale i parametri che abbiamo oggi di ordine, vita religiosa, incorporazione e così pure di monaca o di monastero; ancor meno possiamo proiettare le strutture monastiche attuali sul Medio Evo: per esempio quando si dice che un monastero di monache dipendeva da … o fu fondato da …; sempre parlando di monastero femminile, dobbiamo aver ben presente che la realtà di allora non sempre rifletteva le strutture e l’organizzazione dei monasteri maschili o quella dei monasteri di monache come l’intendiamo attualmente.

             Nel monachesimo la realtà delle monache è sempre esistita parallelamente a quella dei monaci, e il secolo XII non fa eccezione. In realtà, l’effervescenza spirituale della fine del secolo XI e dell’inizio del XII era più intensa da parte femminile che da parte maschile forse perché le monache avevano più bisogno di appoggio, forse perché le loro strutture esterne erano molto più semplici di quelle dei monaci o forse perché l’eco, l’urgenza e la necessità della riforma gregoriana giungevano anche ai monasteri femminili. Per rimediare agli abusi e agli scandali, i riformatori gregoriani del secolo XI e i loro successori del XII, hanno rinforzato la legislazione riguardante le monache. A partire dal Concilio Lateranense II (1139), non è stato più possibile concepire la vita monastica femminile al di fuori di un quadro comunitario, sotto una delle tre grandi Regole: Basilio, Agostino, Benedetto.

    

Conviene fermarsi un momento per considerare lo stato del monachesimo  femminile all’inizio del secolo XII, e cogliere così le cause del suo straordinario sviluppo.

   

 Per far questo si deve tener conto sia della condizione delle donne nella società tra i secoli XI e XII, sia delle diverse forme sotto le quali esse si raggruppavano e si sforzavano a volte di progredire nella vita spirituale, a volte di sopravvivere, a volte di toccare gli estremi della mistica o della perversità, poiché tutto poteva succedere. È da qui che si deve partire per capire l’avversione ben conosciuta dei Cistercensi per l’incorporazione di monasteri femminili. Questa avversione era effetto di prudenza e discernimento di fronte alle conseguenze dell’inclusione nell’ordine di comunità molto diverse per stile di vita e che, con quella incorporazione, cercavano spesso – e con buone intenzioni - di assicurarsi la sopravvivenza e la possibilità di profittare dell’esenzione di cui godevano i monaci.

    

È importante notare che dalla metà del secolo XI e fino all’apparizione degli Ordini Mendicanti, si doveva dar soluzione a un problema economico e sociale particolare. Per lunghi anni infatti le Crociate e altri conflitti fra regioni, privarono le donne dei loro mariti, dei loro figli, dei fidanzati e anche della possibilità di sposarsi, cioè dei loro appoggi naturali e dei loro mezzi di sussistenza. Si cercò allora di rimediare a questa situazione moltiplicando i monasteri femminili. Poiché i fondatori, nobili o vescovi, priori o canonici regolari non desideravano accrescere le difficoltà, vegliavano – secondo le norme ecclesiastiche – al buon andamento di queste comunità e mettevano generalmente alla loro testa persone energiche.

    

Esistevano dunque differenti tipi di comunità, e non ciò che oggi chiamiamo monastero, queste comunità seguivano forme di vita molto diverse:

-                                 Monasteri vicini a monasteri di uomini, con i quali esistevano diversi tipi di relazioni, secondo gli usi dei luoghi e il discernimento degli abati.

-                                 Monasteri doppi, nei quali, con modalità diverse, monaci e monache, laici e associati, condividevano la chiesa e un’organizzazione della vita retta da un abate o da un’abbadessa, di solito una persona influente e dotata di capacità organizzative.

-                                 Monasteri multipli in cui potevano essere raggruppati, con costruzioni e un’organizzazione distinti, monaci e monache, vedove, mulieres religiosae e uomini pii (conversi), che cercavano la vita spirituale e un mutuo sostegno. Il caso più celebre è senza dubbio quello di Fontevrault.

-                                 I Monasteri femminili creati specialmente come tali da una famiglia importante e governati da un membro di questa stessa famiglia; questi monasteri comprendevano personale di servizio dei due sessi e uomini pii che aiutavano il monastero.

-                                 Infine monasteri esclusivamente femminili che, generalmente, seguivano una regola ed erano sottomessi ad un abate o a un priore per ciò che riguarda la giurisdizione e la disciplina.  A volte questi monasteri erano al servizio della comunità maschile, assicurando così la propria sussistenza.

             All’epoca carolingia e merovingia, apparvero numerose comunità, dell’uno e dell’altro tipo. Sappiamo poco del genere di vita che vi si conduceva; in genere la vita di preghiera era alimentata dalla recita dell’Ufficio divino e dall’orazione privata; la vita comunitaria dipendeva dall’organizzazione della casa; la clausura non era ovunque stretta e non era applicata in modo uniforme. E anche se a volte l’una o l’altra personalità importante vi si distingueva, la maggioranza cercava realmente di condurre una vita pia e ascetica; dato però che la motivazione originaria delle vocazioni era molto diversa da un caso all’altro, ne derivava spesso una vita religiosa difficilmente controllabile, individualista e soggetta ad esagerazioni di ogni tipo. Ivo di Chartres, S. Bernardo e altri si sono mostrati preoccupati della disciplina di queste comunità. Per questo motivo il Concilio Lateranense II ha dovuto prendere posizione, come abbiamo detto più sopra. Per gli stessi motivi ha dovuto intervenire anche Alessandro III; Idung di Saint-Emmeran ha pubblicato l’Argumentum de quattuor quaestionibus: una delle quali concerneva il fatto di sapere se monaci e monache che professano la Regola di San Benedetto devono avere le stesse norme di clausura…; le altre domande trattavano della predicazione dei monaci e della possibilità di essere contemporaneamente monaco e prete …; infine una domanda riguardo agli stati di vita dei laici.

    

Il secolo XII è l’età d’oro della vita di reclusione nella continenza e numerosi autori hanno indirizzato alle monache le loro esortazioni, trattati e raccomandazioni: Goscelin di Saint Bertin, Liber confortatorius; Aelred de Rievaulx, la Regola della reclusa, ecc.

Possiamo affermare, in linea generale, che le comunità femminili più fiorenti furono quelle poste sotto la protezione di monasteri riformati di uomini e quelle appartenenti all’una o all’altra di queste riforme, sia che fossero di tipo tradizionale che di stile piuttosto riformatore.

             Per quanto riguarda l’attività, le monache imitavano i monaci. Certo il lavoro dei campi non era troppo frequente, ma si conoscono testimonianze sul coraggio di certe monache per questo tipo di lavoro; esse si consacravano alle occupazioni tipicamente femminili di quei tempi; numerosi monasteri femminili s’impegnavano anche nella copia dei manoscritti e di tutto ciò che riguarda la preparazione di libri di coro e di lettura; si sa che alcuni di questi monasteri si distinguevano per il loro scriptorium. Ma l’attività più comune di queste monache del secolo XII fu l’educazione delle giovani. È un fatto assolutamente naturale. Fin dall’Alto Medio Evo e fino al secolo XIII l’educazione dei giovani non si compiva abitualmente nelle loro famiglie, e le scuole pubbliche erano scomparse con l’invasione dei Barbari. Di fatto la Chiesa e i Monasteri avevano il monopolio dell’educazione. È in queste scuole che venivano formate le future novizie indipendentemente dall’autenticità della loro vocazione e dobbiamo dire che era una formazione molto curata, sotto la responsabilità di monache realmente capaci e preparate.

    

Non è necessario dare esempi di questi numerosi monasteri per dimostrare quanto abbiamo detto; tutti gli autori citati lo fanno in modo esauriente e provano così, non solo la diversità esistente, ma anche il loro intenso desiderio di vivere una vita riformata.

   

Un autore spagnolo, Padre García M. Colombas, sviluppa il caso del Monastero di Marcigny e riprende le lodi di Pietro il Venerabile a suo riguardo, (De miraculis, 1,22, p. 874). L’evoluzione di questo monastero è simile a quella di numerosi altri: alla fine del secolo XII, la vitalità che esisteva alla metà del secolo precedente era scomparsa, le vocazioni erano meno numerose; l’influenza esercitata dai monaci sui monasteri femminili era meno importante, essi stessi, del resto, incominciavano a sentire gli effetti sociali dei tempi nuovi. All’inizio del secolo XIII infatti, il monachesimo medievale  raggiunge l’apice della sua espansione, della sua influenza sociale e dell’emancipazione dei laici. Le idee che hanno influenzato maggiormente le nuove correnti spirituali sono state diffuse dai francescani e dai domenicani: il loro messaggio aveva un carattere nuovo, più attraente e comprensibile. Abbandonando lo schema dei tre stati, non si credeva più che l’eroismo di qualche perfetto potesse assumere il peso del peccato del mondo. Tutti gli uomini e non solo gli oranti, erano chiamati a pregare e a condurre una vita in accordo con la legge di Dio e della Chiesa. Ciascuno era responsabile della propria salvezza; la salvezza non si poteva acquistare nei monasteri né essere ottenuta con la mediazione di reliquie o di altri tipi di pratica spirituale. I monaci cominciarono allora a non essere più considerati necessari. Perciò chi desiderava divenire monaco o monaca non poteva più contare sulle facilitazioni che esistevano in passato.

   

I primi Cistercensi cercavano la semplicità e semplificarono tutto. Non lavoravano per arricchirsi, ma per vivere. Il loro ideale era la rettitudine della Regola. Ma verso la fine del secolo XIII, l’ammirevole entusiasmo delle prime generazioni si era gradualmente indebolito, cadendo nella trappola della ricchezza e dell’amministrazione dei beni, i monaci godettero sempre più di un’economia basata sul profitto, dando così un’immagine negativa alla gente semplice. La divisione fra un piccolo numero di ricchi e la folla dei poveri era sempre più netta.

  

I monasteri femminili seguirono la stessa tendenza, ma con notevoli eccezioni; ed è vero che in numerosi casi i monasteri di monache, più semplici di quelli di monaci, come vedremo, riuscirono a mantenere al loro giusto posto la spiritualità cistercense e la mistica.

2. Le monache nel solco dei monasteri maschili:

Tutti gli autori citati nella bibliografia, ed altri, concordano su un dato fondamentale: l’incorporazione delle monache ai cistercensi è un fatto storico nebuloso. Questa entrata nell’Ordine non ha seguito un modello uniforme corrispondente all’organizzazione propriamente cistercense e si è prodotta in modo talmente massiccio e intenso che i monasteri di monaci, in certi casi, si sono visti sopraffatti. Il Capitolo generale ne è rimasto sorpreso e numerosi abati hanno agito in assoluta buona fede, meglio che potevano, tenuto conto delle circostanze.

             Le condizioni di incorporazione esigevano che le comunità femminili osservassero la clausura, disponessero di un padre immediato e fossero economicamente indipendenti. Il libro degli Usi di Cîteaux fu adattato alle monache e ci si sforzò di dare loro dei cappellani per istruirle ed assicurare la liturgia, la celebrazione dell’Eucaristia e l’aiuto spirituale. Questo causò molti problemi ai monasteri che si vedevano privati dei monaci e dei preti più anziani, come nel caso di Villers celebre per la disciplina di vita e l’importanza delle risorse umane.

             Un fatto che ha creato una certa confusione nei Capitoli dei monaci – e per conseguenza fra gli storici – è che numerosi monasteri femminili hanno adottato spontaneamente, senza consenso formale dell’Ordine, le usanze di Cîteaux e si sono dati autonomamente il titolo di Cistercensi.

            I cistercensi non potevano sottrarsi alle relazioni con i monasteri femminili – era divenuto un fatto normale – e le monache esercitavano forti pressioni. Esiste un’altra ragione importante di carattere pratico che è stata messa poco in luce: solo le grandi abbazie potevano permettersi il lusso di occuparsi dell’organizzazione della vita materiale e spirituale delle monache per mantenere la disciplina monastica e compiere i precetti della riforma. Un monastero femminile era costoso; supponeva doni importanti e le persone che lo abitavano dovevano avere uno spirito buono. All’inizio del secolo XII pochi monasteri cistercensi potevano permettersi questo lusso.

             Le tre fondazioni più conosciute e studiate dagli storici sono Jully, Tart e Las Huelgas. Rappresentano – e questo è interessante anche per il nostro studio - tre modi diversi di affrontare il problema delle monache, e tre momenti distinti della storia dell’incorporazione all’Ordine maschile.

-  Jully era una fondazione che apparteneva a Molesme. Un gruppo di donne viveva attorno all’Abbazia; nel 1114, l’abate successore di Roberto le riunì nel castello di Jully. Nel 1118 fu concessa l’approvazione dal Vescovo di Langres, e nel 1145 dal Papa cistercense Eugenio III. Per motivi di famiglia, sembra che S. Bernardo, la sua famiglia, e, più tardi, qualche abate cistercense, abbiano contribuito al mantenimento e all’organizzazione di questa abbazia, e abbiano dato un’assistenza spirituale.

    

È così che, fin dal 1120, certe religiose di questo monastero desideravano una nuova avventura: abbracciare pienamente l’osservanza cistercense. Cîteaux e Clairvaux erano in buone relazioni con loro, ma non erano molto favorevoli a quest’idea. La cognata e la sorella di Bernardo sono entrate a Jully e non a Tart, e sembra che nessun documento di Tart parli di Bernardo. È sicuro che c’erano motivi pro e contro e che vi fu un trasferimento di monache da un monastero all’altro. Prima del 1170 Jully contava già nove priorati. La sua organizzazione era molto simile a quella di Cluny.

   

 L’abate di Molesme esercitava piena giurisdizione sulle monache sia a livello spirituale che materiale. Era lui che ammetteva le postulanti a ricevere l’abito e le novizie alla professione. Per esercitare questi poteri in loco, in ogni monastero era delegato un priore, che era inoltre responsabile di una piccola comunità di monaci destinati ad amministrare il patrimonio delle monache e a provvedere alla cura delle loro anime. Ogni Priore rappresentava il proprio monastero femminile al Capitolo generale celebrato a Molesme. Questa forma di relazione e di governo si ritrovava quasi ovunque.

-  Tart è nato verso il 1125 sotto la diretta responsabilità dell’abate di Cîteaux, Stefano Harding. Verso la fine del secolo XII questa casa fu riunita all’Ordine. In seguito ogni anno l’abate di Cîteaux, per la festa di S. Michele, si riuniva in capitolo con le abbadesse di Tart e delle sue case figlie.

            Tutto questo rimaneva però a livello ufficioso e perciò il Capitolo generale dei monaci non interveniva in nulla nella vita delle monache.

 -  Las Huelgas è una fondazione cistercense, ma con un processus di incorporazione all’Ordine lungo e conflittuale, processus che, in realtà, ha fatto cambiare la mentalità del Capitolo generale di Cîteaux, in modo tale che esso ha incorporato all’Ordine non un solo monastero, ma anche tutti quelli che dipendevano da lui.

            Guy abate di Cîteaux, nel 1199 si trovava in Spagna; il Re Alfonso VIII re di Castiglia e di Leon e la sua sposa Eleonora d’Inghilterra non lasciarono passare l’occasione per ottenere ciò che desideravano da lungo tempo ed era stato per loro causa di tanti pensieri: un nuovo Cîteaux in Spagna, anche se femminile e spagnolo. Si trattava però di prevenire l’ostacolo della mancanza di autorità di Cîteaux sulle monache fuori dalla sua giurisdizione; niente di meglio che donare il monastero di Las Huelgas a Cîteaux. L’abate non seppe sottrarsi al desiderio del Re.

            Possiamo trarre un gran profitto dalla considerazione dei diversi capitoli di questa storia nella quale intervengono aspetti politici, di anzianità dei monasteri, di osservanze e di diplomazia di fronte al Capitolo generale di Cîteaux. Alcuni anni or sono al momento dell’incorporazione all’OCSO della Congregazione cistercense di S. Bernardo di Spagna, si è potuto constatare che le cose sono e sono state simili a quelle di allora: problemi di giurisdizione, di aiuto spirituale alle monache e problemi dell’incorporazione massiccia di monasteri al Capitolo generale, anche se monasteri come Las Huelgas, Cañas o Gradefes conducono vita cistercense da otto secoli senza interruzione…

   

La storia dettagliata di questi tre monasteri ci fa dunque conoscere non solo la realtà di una data situazione, ma anche la modalità con cui nascevano i monasteri, le simpatie e le antipatie di cui certe comunità erano l’oggetto, le iniziative degli abati, la forza delle monache per aderire all’ideale cistercense; alla fine le reazioni del Capitolo generale per evitare di lasciarsi sopraffare da un fenomeno che, pur essendo abituale nella tradizione monastica, rischiava tuttavia di sommergerlo e di nuocere alla vita e alla disciplina delle comunità maschili.

            È stato allora, nel 1147, che il Capitolo generale ha dovuto affrontare il problema delle Congregazioni di Obazine e di Savigny. Il monastero di Obazine formava praticamente un monastero doppio con quello contiguo delle monache di Coyroux; inoltre possedeva un altro monastero femminile, quello di Fountmourlhes. Quanto alla Congregazione di Savigny, comprendeva anch’essa tre monasteri femminili. Ma questa realtà non sollevò alcuna obiezione; i monasteri femminili rimasero nella stessa situazione, sostenuti dagli stessi abati e dagli stessi monaci, benché fossero divenuti cistercensi.

      Lo studio degli archivi locali, realizzato con cura  da numerosi ricercatori negli ultimi tempi, dimostra che le relazioni di abati e di abbazie  cistercensi con monasteri di monache e altri gruppi di mulieres religiosae sono stati molto più frequenti di quanto si potesse supporre.

     Questa sarebbe quindi la sintesi della situazione. Ad alcuni potrà forse sembrare eccessiva, ma il presente lavoro non permette di entrare maggiormente nei dettagli.

     Fino a pochi anni or sono, ciò che era conosciuto circa le origini e la fondazione di questi monasteri proveniva da  A. Manrique e da C. Henriquez; ma se questi ultimi hanno studiato molto le monache cistercensi, lo hanno tuttavia fatto partendo soprattutto  da un punto di vista agiografico e senza ricorrere a una documentazione storica pertinente, fatto che, molto spesso, invece di dare una prospettiva oggettiva, ha contribuito a creare pregiudizi e false informazioni circa l’origine delle monache nell’Ordine.

     Come si è già detto, l’espansione e lo sviluppo delle comunità femminili in tutta l’Europa di quei tempi sono state considerevoli. Sarebbe troppo lungo citare qui le liste dei monasteri, anche solo dei più importanti. Diciamo semplicemente che, pressappoco, il medesimo fenomeno si è prodotto in tutti i paesi d’Europa con la medesima problematica.

3. La vita spirituale delle monache:

     Sebbene s’incontri sempre la stessa difficoltà della mancanza di documenti, si può dedurre dalle fonti e dagli scritti che sono giunti fino a noi che, in genere, la vita delle monache è stata fervente fin dagli inizi. Prima di tutto perché il terreno era preparato; infatti, a causa delle comunità di beghine e di mulieres religiosae  e delle frequenti misure prese dalla gerarchia ecclesiastica per controllare e regolare questi centri, era stata stabilita una forma di vita seguendo la quale la salvezza eterna era assicurata. Inoltre le finalità delle diverse comunità, nonostante inevitabili eccezioni, furono sempre quelle di un dono sincero a Dio e di un continuo progresso nella vita spirituale.

     Le osservanze delle monache non erano le stesse nelle diverse regioni, pur avendo mantenuto una grande uniformità: liturgia, lavoro manuale, lettura spirituale, devozione eucaristica, vita penitente. Nel nord Europa si coltivava di più la vita spirituale; i monasteri che avevano scuole di giovani e scriptoria o che vivevano nelle vicinanze di monaci e di uomini spirituali, predicatori e confessori, godevano di una maggiore cultura e non era difficile trovarvi donne di grande valore umano e spirituale. Pur essendoci state sicuramente delle vocazioni forzate, Jacques de Vitry afferma chiaramente che molte monache e anche quelle che erano entrate in monastero per decisione paterna, sentirono la chiamata di Dio e seguirono il Cristo gioiosamente e con tutto il loro cuore.

     Certi monasteri erano poco adatti e quindi poco comodi, ma altri erano veri deserti. Dobbiamo riconoscere che nei monasteri regnava una grande pietà e la vita vi si svolgeva in un’atmosfera cistercense; ma in Germania e in Belgio soprattutto, là dove la mistica cistercense femminile è nata e si è sviluppata con più grande vigore, era stata mescolata ad una attrattiva più o meno cosciente per le manifestazioni straordinarie, un gusto per il meraviglioso e una ammirazione per i carismi soprannaturali, cosa che non faceva certamente parte dell’eredità di San Benedetto o di San Bernardo e poteva dare un’idea sbagliata della santità cistercense, questione questa davanti alla quale i monasteri maschili vivevano una certa avversione, un po’ di timore, e a volte un certo complesso d’inferiorità.

 

4. Le loro osservanze

     Nel caso delle monache non si può parlare di uniformità delle osservanze; in questo campo differivano dai monaci che trovavano nella Carta di Carità un punto di riferimento importantissimo per l’uniformità delle osservanze. Certamente le monache hanno considerato la Regola come la base della loro vita monastica, ma si deve tener conto del gran numero di varianti nella loro forma di vita, varianti dovute alle loro origini, al superiore legittimo, alle condizioni del clima,o alla povertà di ogni casa. Ricorderemo qui alcuni elementi abituali della vita comune, fra i punti essenziali della Regola: orazione, lavoro e lectio divina.

Orazione, Ufficio:

     Su questo tema possediamo un documento di prima mano, Legatus divinae pietatis di Santa Gertrude, monaca di Helfta, un monastero della Sassonia che seguiva gli Usi cistercensi senza essere incorporato a Cîteaux ufficialmente. Gertrude, come tutte le monache del suo tempo, ha vissuto la liturgia e, per così dire, ogni paragrafo del Legatus.

Lavoro:

     Dobbiamo considerare in modo particolare i monasteri riccamente dotati. Sono fondazioni fatte da Re o da nobili, come Las Huelgas in Spagna, Nôtre Dame la Royale di Maubuisson e Le Lys, in Francia. Bianca di Castiglia, madre di San Luigi, non tralasciò nulla fondando Maubuisson, per fare di Nôtre Dame la Royale la più opulenta e la più nobile delle abbazie. L’abbazia di Bouchet, una fondazione principesca in Provenza, era più modesta, ma ricca nonostante tutto. Lo splendido dormitorio delle dame misurava 40 metri per 11. La chiesa abbaziale, che in realtà serviva da chiesa parrocchiale, era di 30 metri di lunghezza. Un convento di monache nel Velay aveva una chiesa di 32 metri di lunghezza per 16 di larghezza. Ogni cella delle monache era dotata di una finestra che si apriva sulle proprietà adiacenti al monastero che erano attorniate da mura. Le celle erano separate da muri di due piedi di spessore. A sud del quadrato del chiostro si apriva un grande giardino di 22 metri di lunghezza per 17. Il monastero era attorniato da grosse mura rinforzate da ogni lato con torri.

     Vi è stata una grande diversità nello stile di vita dei diversi monasteri di monache, ma è certo che, nella maggior parte dei casi, gli inizi hanno conosciuto una reale povertà. Le stesse monache dovevano coltivare la terra per nutrirsi. Per esempio la forma di vita delle Benedettine di Yerres, nella Diocesi di Sens, era stata codificata nel 1130 circa dal Vescovo di Parigi e dall’abate cistercense Hugues di Pontigny; le sorelle uscivano in piccoli gruppi per lavorare, molto al di là dei confini della clausura. Si era fortemente attenuato il carattere stretto della clausura rispetto a come la si viveva nei primi tempi, e questo fino all’inizio del XIII secolo. Un ordine della badessa era sufficiente per permettere alle monache di uscire per pulire le terre o i boschi. Nella bolla Prudentibus Virginibus, del dicembre 1184, Papa Luciano III interdiceva alle monache di Tart di uscire senza il permesso della badessa dopo la professione.

     Questi pochi esempi possono darci una piccola idea della vita materiale delle monache. Nel secolo XII, in tutti i monasteri, le monache come i monaci, dovevano vivere del lavoro delle proprie mani. I documenti pervenuti fino a noi ci testimoniano che questo lavoro variava secondo il luogo e le forze di ognuna, come prescrive la Regola e che a volte era necessario uscire fuori dalle mura della clausura.

     Nella Vita di Ida di Nivelles si racconta che mentre le monache de la Ramée in Brabante riposavano nei campi dopo la raccolta, Ida ebbe una rivelazione. Un altro giorno, era con l’abbadessa in un luogo dove si trovavano riunite numerose mulieres religiosae. In un’altra occasione, all’epoca della mietitura, diverse sorelle de La Ramée erano state con la priora a Kerkhom, luogo d’origine de La Ramée, per riporre il raccolto. Ida si trovava con loro e soggiornò più di otto giorni in questa grangia. Nella Vita di Ida di Léau, dello stesso monastero, leggiamo che all’epoca delle raccolte, Ida rimaneva sola nel monastero, mentre la comunità usciva nei campi per mietere. Evidentemente i campi avrebbero potuto trovarsi all’interno della clausura, ma nel XII secolo il significato del termine ‘clausura’ era ancora molto largo. I possedimenti delle monache dell’abbazia di Vernaison, fondata nel 1167, erano sparsi lungo le due rive dell’Isère. Le monache potevano andarvi sia percorrendo la strada (Via magna) dalla Provenza a Lione, che attraversava il fiume con un ponte, oppure su un’imbarcazione. Dopo le inondazioni del 1221, le monache costruirono un nuovo monastero in una zona più elevata.

     La clausura divenne molto più stretta nel  secolo XIII ed era abituale trovare fratelli laici in servizio presso i monasteri femminili per compiervi il lavoro pesante. Questi fratelli laici entravano direttamente al servizio delle monache ed emettevano la loro professione nelle mani dell’abbadessa. Il capitolo che riguarda i laici cistercensi che appartenenti alle abbazie di monache è ben documentato. Con l’aiuto di operai salariati essi si prendevano cura dei terreni più lontani dal monastero.

     Alcune abbazie femminili hanno condotto a termine opere importanti; le monache di Mollèges hanno contribuito al drenaggio di zone paludose e sviluppato luoghi di pesca, quelle di Saint-Pons-de-Gemenos allevavano bestiame. La maggior parte possedeva ovini e bovini. Si fa menzione di un fratello converso di Bouchet che era incaricato della falciatura. Questo lavoro era una fonte di guadagno alla quale si deve aggiungere il diritto di pedaggio che Mollèges aveva sulle strade delle valli alpine.

     In seguito, quando la clausura divenne ancor più stretta, le monache si concentrarono maggiormente sul lavoro all’interno del monastero. Le cistercensi non hanno avuto scuole come le benedettine, a meno che non si consideri come attività scolastica il fatto di ricevere delle bambine in monastero per impartire loro un’educazione. Gertrude fu ricevuta a Helfta a quattro anni e Metilde di Hackeborn a sette anni. Queste bambine imparavano nei laboratori dell’abbazia a lavorare la lana, a maneggiare il fuso, le abilità femminili, l’arte della tessitura, a cucire, a ricamare oppure l’arte del sapere unire l’oro e le perle alle stoffe di seta. Tutto questo era una preziosa fonte di entrate per la comunità; inoltre era molto più in armonia con i talenti e la forza fisica delle donne e meno difficile del lavoro dei campi soprattutto per le sorelle anziane e malate. Il lavoro era ugualmente preghiera e continuazione o preparazione per l’Ufficio Divino. Una volta Gertrude era impegnata alacremente a filare, quando lasciò cadere alcuni fiocchi di lana. Poiché si era raccomandata a Dio con fervore durante il lavoro, vide il demonio raccogliere questa lana caduta come prova della sua negligenza. Invocò il Signor e vide come Egli scacciava il demonio, rimproverandolo di aver osato intrufolarsi in un’azione che era stata espressamente e interamente consacrata a Lui.

            Nell’Ordine cistercense sono esistiti dei veri centri di mistica. Nella sua Agiografia cistercense nella Diocesi di Liegi, Simone Roisin scrive: “Se le monache superano anche qui i monaci è più per la frequenza che per la sublimità dei loro rapimenti. Esse vivono in estasi quasi senza interruzione, estasi da cui traggono conoscenze sempre più profonde sui misteri divini, specialmente sulla Santa Trinità”. Henriquez in Quinque prudentes Virgines (Anversa, 1630) racconta le vite di Beatrice di Nazareth, Alice di Schaerbeek, Ida di Nivelles, Ida di Louvain e Ida di Léau. Ma ce ne sono state molte altre. Lo stesso Henriquez ha pubblicato Lilia Cistercii, le origini, la vita e gli atti delle sante Vergini di Cîteaux , Douai, 1633. Sarebbe un’illusione pensare che tutte le monache furono sante. Come sempre c’erano vergini folli fra le vergini sagge.

            Anche se un elenco di scrittori appartenenti al nostro Ordine comprenderebbe più nomi di uomini che di donne, molte monache hanno lavorato alla copia di manoscritti. Beatrice di Nazareth ha scritto un’autobiografia che è stata utilizzata dal monaco cistercense Guillaume d’Afflighem, per scrivere la sua biografia, aggiungendo lunghe spiegazioni sui suoi scritti e insieme il racconto delle sue visioni. È una collezione molto mistica, composta di corti trattati; il principale s’intitola I sette modi dell’Amore. Jean Doyère scrisse a proposito di S. Gertrude: “L’attività intellettuale di S. Gertrude è stata molto ampia. Non ha lavorato solo come copista di manoscritti, ma delle sue copiose letture, amava ricopiare i passaggi migliori. Amava conservare una scelta di citazioni, di belle preghiere per alimentare la sua devozione e quella degli altri… Essa ha anche composto, trattati spirituali e teologici sulle Scritture in tedesco e in latino.  Tutto è andato perduto. Ma sono stati conservati i suoi scritti di pietà, gli Esercizi spirituali”.  

             La stessa cosa si potrebbe dire di altre monache. Tanti monasteri sono stati saccheggiati, incendiati, distrutti con i loro archivi che non conosceremo mai. Nello stile dei racconti romanzati che proliferarono nel secolo XIII l’avvocato Philippe de Novare diceva: “Non si dovrebbe mai insegnare a leggere e a scrivere a una donna a meno che non sia una monaca”. Questo consiglio è stato ricordato più tardi. Per conseguenza dobbiamo concludere che numerose monache erano letterate. Il Papa Giovanni XXII, su richiesta dell’abbadessa di Saint-Pons-de-Gemenons, diede il suo permesso perché fosse ammessa in monastero una certa Graciette Audoarde, ch’egli descriveva come “pozzo di scienza”. In seguito fu accentuata la distinzione fra letterate e illetterate, le quali erano suore laiche, spesso considerate e trattate come domestiche. Questo fatto tendeva a dividere le comunità in due gruppi e in qualche abbazia della nobiltà si giunse a creare due classi sociali: le figlie dei nobili che potevano diventare abbadesse e le altre. Ci sia permesso aggiungere che l’amore di Cristo risolveva gli eventuali conflitti, e che, ad eccezione di qualche caso preciso, sarebbe difficile trovare delle comunità divise per questo motivo, almeno nel secolo XIII, la divisione fra letterate e illetterate pareva naturale.

            Il secolo XII è il gran secolo dei monasteri di monache: gran secolo per le innumerevoli fondazioni che, a volte, hanno avuto una vita effimera; gran secolo per l’intenso fervore che regnava in questi conventi. Alla fine del secolo XII esistevano forse un centinaio di monasteri che seguivano più o meno la Regola di S. Benedetto e gli Usi Cistercensi. Benché le monache seguissero un tipo di vita simile a quello dei loro fratelli di Cîteaux, certi monasteri femminili ricordavano difficilmente un’abbazia maschile, e vedendo certe rovine, ci piacerebbe sapere come sono stati concepiti i luoghi regolari. A dire il vero non è esistita una più grande uniformità sul piano delle costruzioni che su quello degli Usi. Molti monasteri sono iniziati con un piccolo gruppo di mulieres religiosae attorno ad una cappella. I luoghi regolari venivano costruiti poco a poco: capitolo, refettorio, e, in generale, al primo piano il dormitorio; l’abitazione del cappellano ben separata dalle costruzioni abitate dalle monache, era vicina al santuario. La vita delle monache era austera: si alzavano di notte, cantavano l’Ufficio, osservavano rigorosamente i digiuni, la Regola di S. Benedetto e lavoravano manualmente.

Testi

1)                 Gertrude di Helfta, Le Hérault, 2,1,2:

            Mi trovavo dunque a quest’ora (dopo compieta) in mezzo al dormitorio, e secondo gli usi di rispetto prescritti nell’Ordine, mi ero appena inchinata davanti ad un’anziana, quando, rialzando la testa, vidi davanti a me un uomo giovane pieno di attrattiva e di bellezza. Sembrava avere sedici anni ed aveva un tale aspetto che i miei occhi non avrebbero potuto augurarsi di vedere nulla di più attraente. Con un viso pieno di bontà mi indirizzò queste dolci parole: “La tua salvezza verrà ben presto. Perché sei consumata dal dolore? Forse non hai alcun consigliere, che ti lasci abbattere così dal dolore?” Mentre pronunciava queste parole, pur essendo io sicura della mia presenza corporale in questo dormitorio, mi sembrò tuttavia di essere in coro, in questo angolo in cui faccio abitualmente un’orazione molto tiepida: è là che ascoltai il seguito delle parole: “Io ti salverò, io ti libererò, non temere”. Dopo queste parole, vidi la sua mano fine e delicata prendere la mia mano destra come per ratificare solennemente queste promesse. Poi aggiunse: “Tu hai leccato la terra fra i miei nemici e succhiato fra le spine qualche goccia di miele. Ritorna verso di me e io t’inebrierò al torrente delle mie voluttà divine”. (Sl 35,9) Mentre stava dicendo queste cose io guardai e vidi fra lui e me, cioè  alla sua destra e alla mia sinistra, una siepe così estesa che né davanti né dietro potevo vederne la fine. La sommità di questa siepe era così piena di spine che non vedevo alcuna possibilità di oltrepassarla per raggiungere quel bell’adolescente. Rimanevo quindi esitante, bruciante di desiderio e sul punto di venir meno quando d’improvviso Lui stesso mi prese e sollevandomi senz’alcuna difficoltà mi pose accanto a Sé.

2)                 Alice di Schaerbeek, Vita, 4, 2-7, 10-11:

            Nella sua interiorità si unì a Dio nelle tribolazioni; all’esterno sottomise il suo corpo con diversi esercizi. All’interno si vide inondata continuamente da un mare di lacrime che provenivano dalla memoria vigilante della propria debolezza e dall’ardente desiderio di vedere la gloria divina … All’esterno c’erano le necessità di tutti i suoi simili: all’interno c’era la sua timidezza. Lei voleva confortare ciascuno, essere una fonte di vita rinnovata per ogni persona. Sinceramente compassionevole con tutti gl’infelici, sopportò con pazienza la debolezza degli altri e non lasciò che le ingiurie che aveva ricevuto, la bloccassero. All’interno cercò di conformarsi all’immagine divina che portava nel suo cuore. All’esterno aspirò a vivere continuamente sotto lo sguardo divino. All’esterno si dimostrò sempre benevola, amichevole, gentile, dolce, disponibile per tutti; all’interno si sottomise interamente alla maestà e alla volontà divina. All’interno era illuminata e bruciava del fuoco della carità; all’esterno era luce e gioia con le sue buone opere. Poiché sapeva che l’ozio è nemico dell’anima, intraprendeva ogni opera buona con prontezza e rapidità. Non c’era ora o intervallo in cui perdesse il tempo. O era occupata interiormente dalla meditazione oppure esteriormente si prestava a conversazioni edificanti… Aveva letto nel Vangelo che il Signore era salito sulla montagna con tre discepoli e desiderava giungere alla sommità della montagna di Dio. Per questo scopo alternava il lavoro e la meditazione con la preghiera. Scopriva molte cose mentre lavorava e ne sperimentava ancor di più seguendo i discorsi della ragione; ma più di tutto ne trovava quando si dava interamente all’orazione pura.

3) Colman O’DELL, OCSO, “Ida of Leau: Woman of Desire”, in John A. Nichols, Lilian Thomas Shank, ed., Hidden Springs, Cistercian Monastic Women, Medieval Religious Womens,Volume Three, Book One Kalamazoo, 1995 (Cistercian Studies Series 113A), p. 439-440.

             Ida ci fa vedere che dobbiamo cercare la fonte della felicità e non la felicità stessa. Ci illumina anche sulla vivibilità dei metodi tradizionali di orazione che si trovano nel monachesimo occidentale: lectio, meditatio, oratio e contemplatio. Non è necessario cercare fuori dalla nostra eredità viva, le tecniche di preghiera più efficaci per raggiungere l’unione a Dio, perché non è una tecnica o un’altra che permette di raggiungere lo scopo. L’orazione in se stessa è un dono che possiamo solo disporci a ricevere con la nostra parte migliore.  La scala di quattro gradini per i monaci è riuscita ad adattarsi al nostro pragmatismo occidentale e alla tendenza intellettuale dello spirito. Certi spirituali sviluppano a volte un leggero sentimento di colpa a causa di queste inclinazioni intellettuali o pragmatiche. Ida ci può rassicurare su questo punto. Non importa quali siano le inclinazioni, esse possono essere una grazia, e Dio prende sempre le sue creature per ciò che sono realmente non per quello che pensano di dover essere.

 Ida ci può anche condurre a scoprire più profondamente la liturgia come mezzo d’unione a Dio. Nel periodo che ha seguito il Vaticano II l’adorazione pubblica della Chiesa è stata scossa da un cataclisma e solo adesso le ceneri incominciano  a dissiparsi. Certi liturgisti  sembrano molto determinati nell’assicurarci che questo è impossibile, ma confondono stagnazione e tranquillità di spirito, che è una condizione indispensabile per la preghiera contemplativa. Ida ci fa vedere il valore e la bellezza dell’amore per l’Opus Dei, per l’adorazione di Cristo nel Santissimo Sacramento e per una partecipazione attiva alla vita sacramentale della Chiesa; questi elementi della vita spirituale, oggigiorno sono troppo spesso trascurati.

 Ida può insegnarci come praticare ciò che Gilbert de Hoyland chiama la disciplina del desiderio, che è la caratteristica dei fratelli claustrali, o di ogni persona che cerca veramente Dio e desidera una unione perfetta con Lui, o di ogni anima che desidera, come una cerva languisce lungo i corsi d’acqua viva, e non dirà mai: basta”.

4) Beatrice di Nazareth, Sept degrés d’amour, Tr. di Fr. J.-B. M. P[orion] Genève 1972, p. 241-243.    

Quando la sposa di Nostro Signore ha progredito ed è giunta ad una più grande virtù, sperimenta ancora un altro modo di amare; sente una più grande presenza e una conoscenza più elevata. Si rende conto che l’amore ha vinto tutte le sue resistenze interiori, ha corretto le sue imperfezioni e ha sottomesso il suo essere più profondo. L’amore l’ha vinta completamente, non vi sono più opposizioni. L’amore possiede il suo cuore in una sicurezza serena, può riposarsi in lui con gioia e agire con una libertà completa.

 Quando l’anima si trova in questo stato, ciò che deve fare, per la grande dignità dell’amore, le sembra ben poca cosa; le è facile agire e smettere di agire, soffrire e sopportare. E per questo motivo, conosce la dolcezza nel dono di se stessa all’amore.

L’anima sperimenta una forza vitale divina, una purezza chiara, una soavità spirituale, una libertà invidiabile, una saggezza perspicace, una felice conformità a Dio.   

Adesso è come una donna che ha ben amministrato la sua casa, che l’ha disposta con buon senso, che l’ha governata con saggezza, l’ha sistemata con gusto, l’ha solidificata con la sua preveggenza e che lavora con intelligenza. Mette e toglie, fa e disfa, seguendo il suo desiderio. Questa è la vita dell’anima che si trova in questo stato. Lei è amore; l’amore governa in lei, sovrano e forte, mentre lavora e mentre riposa, mentre fa mentre disfa, tanto all’esterno che all’interno, come vuole. 

Come il pesce che nuota nelle grandi acque e si riposa nelle loro profondità, e come l’uccello che vola con forza nell’immensità e nell’altezza dello spazio, ugualmente ella sente che il suo spirito si muove liberamente nell’immensità e nella profondità, nell’ampiezza e nell’altezza dell’amore.

   

La forza sovrana dell’amore ha attirato la sua anima verso di sé, l’ha guidata, sostenuta, protetta. Essa le ha dato l’intelligenza, la sapienza, la dolcezza e la forza dell’amore. Tuttavia ha nascosto all’anima la sua forza sovrana fino a che essa non si sia elevata abbastanza, non sia giunta a liberarsi completamente di se stessa e l’amore non regni in lei con ancor più forza.

   

Allora l’amore la rende così forte e libera che non teme né gli uomini, né i demoni, né gli Angeli, né i santi, né Dio stesso, in tutto ciò che fa o smette di fare, nel lavoro o nel riposo. Si rende chiaramente conto che l’amore è molto vivace e attivo all’interno di se stessa, sia quando il suo corpo si riposa che quando lavora ardentemente. Sa e percepisce chiaramente che coloro in cui regna l’amore non sono assoggettati all’attività o alla sofferenza.

Però tutti coloro che desiderano giungere all’amore devono cercarlo con rispetto, seguirlo con fedeltà e viverlo con grande desiderio. Non possono raggiungerlo se si ritirano quando si tratta di lavorare duramente, di sopportare grandi sofferenze e pene o di patire umiliazioni. Devono prestare una grande attenzione al minimo dettaglio fino a che l’amore non giunga a realizzare, nella loro propria persona, le grandi opere dell’amore, rendendo tutto facile, leggero qualsiasi lavoro, dolce ogni sofferenza e cancellando ogni colpa 

Là si trova la libertà di coscienza, la dolcezza del cuore, la bontà dei sentimenti, la nobiltà dell’anima, l’elevazione dello spirito, la base e il fondamento della vita eterna.

   

Fin da ora, una tale vita è simile a quella degli angeli. Dopo di lei viene la vita eterna che Dio, nella sua bontà, accorda a tutti.

Domande per aiutare a riflettere:

Che cosa ci può insegnare questa unità sulla pratica della clausura, sulla serietà nel lavoro e sulla formazione, sulle competenze da acquisire?  

- I monasteri medievali, come li possiamo immaginare, circondati da fratelli laici, da familiari ecc. possono rimanere fonte d’ispirazione per rispondere alle nuove necessità? A che condizioni?

-  La divisione che si manifesta fra monache colte e illetterate può ritrovarsi o riapparire anche oggi? Dove e come? Come evitarlo?

-   Nelle nostre comunità, abbiamo il desiderio di una vita spirituale intensa? In che cosa siamo aiutati o sfavoriti, su questo punto, rispetto alle monache presentate qui?

-   I testi qui presentati contengono un certo numero di riferimenti alla regola di S. Benedetto, alla liturgia, alla spiritualità cistercense. Sarebbe bene farne notare l’importanza?

-   Quale messaggio teologico e spirituale ci portano questi testi?