25 ottobre 1995

 

 

Cara sorella, caro fratello,

 

Alcune parole di presentazione della mia persona e del mio lavoro. E in certa misura, una spiegazione della mia pretesa a introdurmi nel tuo tempo e nel tuo spazio. 

 

Sono un monaco di Santa Maria di Miraflores, un monastero del nostro Ordine situato in un angolo tranquillo e pieno di sole del nostro "grande villaggio@, il Cile.

 

Nel mio paese ‑ e nel mio continente ‑ la vita monastica cistercense ha una storia molto breve; la generazione dei  fondatori vive ancora tra di noi, attiva e vigorosa, e costituiscono ancora il fondamentale appoggio delle nostre comunità. 

 

Quanto a me, non compio ancora dieci anni di vita monastica, ed ho compiuto da poco quatto anni di professione solenne. In tal modo, ho molto poco da insegnare e molto da imparare.. 

 

L=unica ragione di questo lavoro, perciò, sta nell=obbedienza. Me lo hanno chiesto, ed ho obbedito. C=è forse un=altro motivo, secondario ma importante, della mia obbedienza: la gioia e l=amore per la nostra vocazione. 

 

In tal senso, questo lavoro mi ha offerto l=occasione, di cui sono profondamente grato, di condividere con voi una testimonianza della gioia e dell=entusiasmo per il Reino, nella forma concreta in cui il Signore ci ha chiamati a viverlo ed esprimerlo: la nostra vocazione monastica cistercense. 

 

Che Maria, la Vergine Madre di Dio e Regina di Cîteaux, ci rinnovi nella grazia di Cîteaux, che le appartiene; una grazia di comunione fraterna segnata dal sigillo dello Spirito di Dio, in cui ci è data la Benedizione, la Vita per sempre. 

 

Questo lavoro‑nonostante le apparenze‑è molto semplice. Si compone di due parti  articolate e collegate l=una all=altra: ho intitolato la prima: "La Riconciliazione con Dio in un solo Corpo", e la seconda, che dipende da quella che la precede, si intitola "Fonte della  Comunione e della Contemplazione". 

 

In tal modo, per noi, La Riconciliazione con Dio in un Corpo è Fonte della Comunione e della Contemplazione. 

 

Il Cristo stesso è la pietra angolare ‑ Egli è il fondamento ‑ in cui noi tutti, come pietre vive, veniamo edificati insieme fino ad essere dimora di Dio nello Spirito.

 

Ecco, hai già una chiave di comprensione e di lettura. Se ne trovi altre, questo lavoro sarà altrettanto tuo, come mio. 

 

Ed hai anche, del resto, una uscita di emergenza che ti libera dalla necessità di leggere questo lavoro. Magari, di non ascoltarlo, purtroppo.

 

Con affetto fraterno                 

Pedro Alejandro, OCSO

Monaco di Santa Maria de Miraflores


La Riconciliazione con Dio in un solo Corpo.

 

 

 

 

Desidero condividere con voi, innanzi tutto, un incontro con la parola di Dio nella Lectio. In essa troviamo la luce che illumina il mistero della nostra vocazione e della nostra vita di fede. 

 

Un testo che mi ha sempre impressionato‑ che mi aiuta ad avvicinarmi al Cristo Gesù, mio Signore, nella sua missione e che posso sentire come un invito a condividere il suo compito e la sua passione per il Regno ‑ è la riflessione e la sintesi che fa Giovanni nel suo vangelo: "Questo (Caifa) non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi@[1].

 

Gesù è morto, ha donato la sua vita, per riunire i figli di Dio Ache erano dispersi@.

 

La Lettera agli Efesini ci descrive la missione di Gesù in termini di pace: AEgli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito@[2]

 

Nella prospettiva di questa lectio - di fronte al mio Signore nella sua consegna di se stesso e nella sua opera ‑ desidero pormi per comprendere il mistero della comunità. 

 


Il Cristo Gesù è la nostra pace. Egli fa di tutti i popoli, che erano dispersi, un solo popolo; di molti, ne fa uno.

 

Lo fa abbattendo il muro che li separa, la inimicizia, l=odio. E non lo fa mediante proclamazioni e buone parole; non lo fa imponendo un programma di azione e di buona volontà. Lo fa @annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti@.

 

Annulla nella sua carne; quella Acarne simile a quella del peccato@ in cui il Padre ha inviato il proprio Figlio, per "condannare il peccato nella carne@[3]. Egli annulla la Legge; quella Legge che opprimeva i poveri e i peccatori; quella Legge che, invece di essere uno strumento per cercare e servire Dio si è trasformata, per la fragilità della carne, in strumento di segregazione, in simbolo di tutto ciò che opprime l=uomo.

 

Nella sua carne ‑ cioè, nella sua esistenza corporale e temporale ‑ egli dà compimento all= intenzionalità profonda della Legge: Ala giustizia, la misericordia e la fede@'[4] che uniscono a Dio. Vivendo in profondità le esigenze dell=amore di Dio verso gli uomini, egli affronta ‑ fino alle estreme, tragiche conseguenze - la resistenza dell=uomo che, arroccato in se stesso, usa la Legge per chiudersi davanti a Dio e agli uomini. 

 

In tal modo Cristo Gesù "è diventato lui stesso maledizione@ - in ciò che tocca la Legge ‑ per noi", per "riscattarci dalla maledizione della legge@[5]; lui "che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio@ [6].

 


Con il proprio sangue, con il sacrificio della propria persona ‑ "perché ha disprezzato la vita fino a morireA[7] - ha abbattuto il muro ‑ l=odio ‑ che separava i popoli tra di loro; il muro di pregiudizi, di autosufficienza, di sfiducia, che separa ciascuno di noi dagli altri, che ci impedisce di costruire un=autentica comunione.

 

Egli fa la pace, e in se stesso ‑ questo misterioso, irraggiungibile e ineludibile in Cristo ‑ crea "un solo Uomo Nuovo". 

 

La pace di Gesù, la pace del Regno, non è come quella che dà il mondo; è qualcosa di radicalmente nuovo perché Ase uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio@[8].

 

Siamo ben oltre il livello della sociologia, siamo a livello della teologia. Dio crea in Cristo una comunione che va ben oltre le sole possibilità della nostra natura ‑ anche se questa è costitutivamente sociale e comunionale; ben oltre, incluso, le nostre  aspirazioni  e i nostri desideri più profondi, perché "occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano@[9].

 

"A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen" [10].

 

Ma il passo in avanti compiuto dal nostro primo testo della lettera agli Efesini non si limita a questa riconciliazione profonda e soprannaturale tra gli uomini; una riconciliazione che Cristo ci ha ottenuto per mezzo della sua croce, assumendo nella sua carne tutte le forze di dispersione e di disgregazione con le quali il peccato ha segnato la nostra carne. 

 


Il testo infatti continua: "e riconciliò tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia@[11].

 

 

Approfondiamo questa parola: entrambi i popoli ‑ riconciliati ‑ formano un solo Corpo; questo è il nome adeguato alla realtà nuova, alla nuova creazione di cui parlavamo prima.

 

Risuonano qui, nella mia memoria, i numerosi testi in cui Paolo sviluppa l=idea del Corpo; egli la mette in relazione ‑ per mezzo dell=esperienza liturgica ‑ con il corpo personale di Cristo, e con la realtà della Chiesa. Mi commuove, proprio in questo testo (Ef 2,16), la vicinanza della croce, in cui si consuma il sacrificio del corpo di Gesù ‑ il corpo di Gesù, la sua umanità, come "strumento di propiziazione"[12] e di riconciliazione. 

 

In lontananza, mi emoziona la profondità terrificante e provocante di quell=altro testo che mi dice che, in Cristo, "in Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità@ e - semplicemente ‑ Avoi avete in lui parte alla sua pienezza@[13]. La pienezza della Divinità e la pienezza della Corporeità; la pienezza della nostra realtà di essere e possedere un corpo, la pienezza di essere posseduti dalla Divinità.

 

E Cristo ‑ nel suo Corpo ‑ ci ha riconciliati con Dio, per mezzo della croce, mettendo a morte, in se stesso, l= Inimicizia. l= Inimicizia. Quella di cui quest=altra inimicizia, l=odio, che si interpone come una barriera tra di noi, non è che una copia, un segno doloroso, un frutto amaro. 

 

 


Tale inimicizia, strutturata in Genesi 3, affonda le sue radici nella cupidigia della vita e, come conseguenza amarissima, ci sommerge nella paura della morte; una  paura, che, in definitiva, durante tutta la vita ci ha assoggettati come schiavi al signore della morte[14]. 

 

Il testo che stiamo gustando (Ef 2,16) sembra suggerire, e con forza, che la nostra riconciliazione con Dio ‑ in Cristo ‑ avviene nella nostra condizione di Corpo unito, in quanto membri di questa realtà nuova che è il Corpo, da intendersi Corpo di Cristo. Non siamo riconciliati in forma individuale o isolata.

 

Non si tratta qui di una anteriorità, sia essa temporale o logica; sembra piuttosto trattarsi di una simultaneità: il verbo riconciliare ha due predicati, che sono omologhi, che si pongono allo stesso livello: si tratta di reconciliarli ‑ entrambi ‑ con Dio e, insieme, simultaneamente, di reconciliarli - entrambi ‑ in un solo o in un unico Corpo. 

 

Si tratta, quindi, della riconciliazione‑con‑Dio‑in‑un‑solo‑Corpo; come se queste sette parole della nostra lingua costituissero una sola parola, per esprimere ‑ in tutta la sua complessità e ricchezza ‑ ciò che non costituisce se non un solo movimento o atto. 

 

Di conseguenza la costruzione del Corpo esprime e manifesta la riconciliazione con Dio. In altri termini, la comunione con i fratelli esprime la nostra comunione con Dio, in  quanto ‑ per favore, si consideri tutto il peso delle parole ‑ si tratta, esattamente, della comunione con Dio nella comunione con i fratelli.

 

 

Perché stiamo parlando del Corpo di Cristo, cioè, della pienezza - corporalmente - della Divinità; dove Divinità e Corporeità sono inseparabili, dove la Divinità raggiunge dimensione e presenza storica nella Corporeità, perché solo la corporeità vive nel tempo, e si muove nello spazio della nostra condizione storica. Questa è una manifestazione e una magnifica conseguenza del disegno dell=Incarnazione, che anch=esso si compie Auna volta, per sempre@ [15]

 


Ma non dimentichiamo che, nella nostra condizione attuale, la nostra comunione con Dio è una comunione restaurata, è essenzialmente riconciliazione e compito di riconciliazione; allo stesso modo, la nostra comunione fraterna ‑ come non vederlo, o come dimenticarlo! ‑ è fondamentalmente una comunione restaurata e continuamente in via di restaurazione; è un compito di riconciliazione. E, ovviamente, anche qui, la nostra riconciliazione con Dio si compie nella nostra fedeltà al compito di riconciliazione con i fratelli. 

 

E= ciò che ci diceva Paolo in quelle parole, che riprendo e che faccio completamente mie: AQuindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. E` stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo ...@[16]

 

Infatti, che cosa significa il ministero della riconciliazione che Dio ci ha affidati  in Cristo, se non il ministero della pace e dell>unità; il servizio e la cura del Corpo? Di questo Corpo che è ‑ ed è chiamato ad essere ‑ segno della riconciliazione in Cristo con Dio; segno dell=incontro e della riunione, nella pace, di tutti gli uomini e di tutte le nazioni e le razze?

 

Dio ci ha riconciliati con sé in Cristo, e ci ha affidato il ministero della riconciliazione: "Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi@[17]; ACome il Padre ha mandato me, anch'io mando voi+. *Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi@.[18]

 

La missione dei cristiani ‑ e, tra loro, dei monaci - è di avere parte a questa missione di Cristo, nostro Signore, di riconciliare gli uomini con Dio; e il primo modo per farlo è costruire insieme la grande comunità dei riconciliati che danno testimonianza della misericordia.

 


Ma riprendiamo ora il filo del pensiero della lettera agli Efesini. L=autore sembra ripetersi, e dice di nuovo: AEgli è venuto ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini@[19].

 

Citando Isaia (Is 57, 19) sembra abbozzare un cantico di lode e di azione di grazie, anticipando così, in qualche modo, il vertice della sua contemplazione.

 

Perché il compimento di tutta quest=opera di riconciliazione irrompe in termini  chiaramente trinitari, o, meglio, forse, dossologici nel versetto seguente: APer mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito@[20].

 

In non più di quindici parole tocca gli elementi  essenziali della vita della Chiesa: il libero accesso al Padre nello Spirito Santo ‑ attraverso di Lui, cioè per opera di Cristo; la riunione di tutti gli uomini - gli uni e gli altri - in un solo Spirito: AUn solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati@[21].

 

Siamo riuniti nel libero e comune accesso al Padre, e a qual fine? Per uno scambio di amore: Avedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo@[22]; Aper proclamare le opere meravi­gliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce@[23].

 


Possiamo tentare ora di sintetizzare quanto abbiamo percorso, e la Buona Novella che questa Lectio condivisa ci fa gustare, dicendo che, fondamentalmente, l=opera di Cristo è la creazione di un Uomo Nuovo, attraverso la riconciliazione ‑ per mezzo della croce ‑ di tutti i popoli con Dio, riuniti in un Corpo solo. In tal modo Dio diviene Padre, e la moltitudine dei popoli e delle razze diviene Corpo di Cristo, dove abita corporalmente la pienezza della Divinità[24]

 

In altri termini, vien detto che la riconciliazione degli uomini con Dio, realizzata per mezzo del sacrificio di Gesù sulla croce, è inseparabile dal loro costituire un Corpo solo; è inseparabile dalla costruzione della comunione. Il libero accesso al Padre come fondamento della comunione, e la comunione come espressione e concretizzazione del libero accesso al Padre, della riconciliazione ‑ con ‑ Dio ‑ in ‑ un - sol - Corpo.

 

 

 

 

 

Fonte della Comunione e della Contemplazione.

 

Riuniti nel "libero accesso al Padre nello stesso Spirito": stiamo parlando di contemplazione e di vita comunitaria o fraterna. E= giunto il momento di considerare il contenuto, la realtà di queste parole. Che cosa è la contemplazione? Che cosa è la vita contemplativa o mistica? Di quale vita comunitaria stiamo parlando? Quali elementi la compongono? Qual è il suo significato? 

Cerchiamo di accostare il tema partendo dalla Parola di Dio.

 

La beatitudine preferita dai Padri del deserto, e da tutta la tradizione monastica dopo di loro, è quella dei puri di cuore: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio@[25]


Cassiano riassume per l=occidente nella "purezza del cuore", tutto il contenuto e la finalità della dottrina ascetica dei Padri del deserto. Il fine a cui tendevano degli sforzi del monaco e della monaca era raggiungere la purezza del cuore, e prepararsi così a godere della visione  - vivificante, santificante e divinizzatrice ‑ di Dio, fin da questa vita, nel chiaroscuro della fede, in una forma fugace e parziale.

 

Tale componente è essenziale alla vocazione monastica; senza l=anelito di vedere, di fare esperienza di Dio fin da questa vita ‑ senza il desiderio di Dio ‑ è difficile parlare di una autentica vocazione monastica. E, inevitabilmente, tale profondo desiderio di Dio comporta il desiderio, o almeno l=accettazione, della purificazione, dell=ascesi, delle rinunce necessarie per il monaco.

 

Ma la vita cristiana si compone di tensioni e contraddizioni apparenti; di equilibri che cercano di integrare cose apparentemente incompatibili. La Parola di Dio ‑ che in qualche modo riflette questa vita e sta al suo servizio - anch=essa presenta le stesse tensioni. 

 

Così leggiamo nella prima Lettera di Giovanni: ANessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio  rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi@ [26]

 

Non sarebbe molto difficile cercare di armonizzare le due affermazioni ‑ la beatitudine di Matteo 5 e l=affermazione di 1 Gv 4, basandoci sui diversi tempi verbali in cui sono formulate; la beatitudine sembra essere una promessa del Signore Gesù per il futuro: "i puri di cuore ... vedranno Dio"; mentre l=assicurazione di Giovanni sembra riferirsi al presente, e insieme, al passato:  ANessuno mai ha visto Dio@.

 

Penso tuttavia che la cosa non sia tanto semplice; anzi, io credo che, insieme e ciascuna in particolare, entrambe le affermazioni recano il segno del paradosso e della tensione della escatologia cristiana: quel  "già, e non ancora", che non ci permette di assopirci in un presente che sia pura battuta d=attesa, completamente separato dalla realizzazione futura del Regno. 


Noi monaci non solo attendiamo la Venuta del Signore, non viviamo soltanto per la Vita oltre la morte. Prima di tutto, diamo testimonianza della Venuta del Signore; una testimonianza destinata a questo mondo, alla vita presente e agli uomini che vivono nella storia. 

 

Ed è lì dove mirano queste parole di Giovanni. La nostra testimonianza davanti agli uomini e nella vita presente deve essere un simbolo che mostri, nel concreto e in modo visibile, una realtà invisibile: nella comunione visibile dei fratelli, nella carità concreta e incarnata, deve manifestarsi la presenza, la visita e la Venuta del Signore: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri@[27]

 

La parola di Giovanni non nega la possibilità della contemplazione di Dio, ma pone soltanto l=accento sulla realtà essenziale dell=amore fraterno; si avvicina alla contemplazione, e la caratterizza, a partire da questa dimensione fraterna e comunitaria dell=amore di Dio, nel cristiano. A motivo della polemica che costituisce lo sfondo della Lettera, l=autore ci sta dicendo: vale ben poco parlare di contemplazione di Dio, e di amore di Dio, se ciò non si concretizza nella nostra vita quotidiana, nel nostro amore fraterno, nella nostra vita comunitaria. 

 

E= chiaro che, per Giovanni, la contemplazione ‑ che ha luogo in una certa oscurità, poiché ANessuno ha mai visto Dio@ - si esprime, si verifica, nel vivere l=amore fraterno che costruisce comunità. 

 

Notiamo ora che, in questa frase di Giovanni, l= "amore di Dio" e la sua presenza o Apermanenza in noi" diventano sinonimi di "visione di Dio": ANessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi@[28]

 


Questo precisa con chiarezza l=idea che ha Giovanni dell=autentica contemplazione cristiana. La contemplazione cristiana non è una visione dell=essenza divina ‑ come pretendevano gli gnostici, contro i quali Giovanni combatte nella sua Lettera‑ ma costituisce un=esperienza, nell=amore, della presenza di Dio in noi. Un=esperienza dell=amore di Dio. L=amore stesso è la conoscenza ‑ e la visione ‑ dirà Guglielmo di Saint‑Thierry. 

 

 

Notiamo, d=altro lato, la splendida imprecisione o ambiguità del termine amore di Dio in greco: si tratta dell=amore di Dio per l=uomo, l=amore che viene da Dio? O dell=amore dell=uomo per Dio, in modo che si dovrebbe piuttosto tradurre amore per Dio?

 

Ispirandoci alla dottrina del nostro patrimonio - specialmente limpida, anche in questo caso, in Guglielmo di Saint‑Thierry ‑ credo che possiamo accogliere l=ambiguità come tale; si tratta quindi di quell= Amore per il quale Dio ama se stesso in noi, in altri termini, lo Spirito Santo, Amore di Dio che, effuso nei nostri cuori, ci permette di amare  Dio con l=amore con cui Egli stesso si ama ‑ l=unico modo di amarlo che sia realmente degno di Dio. E= questa la pienezza della Divinità che abita nella nostra corporeità, la pienezza dell=Eternità nella nostra temporalità. 

 

Non è forse l=esperienza culminante di questa Presenza ciò che costituisce l=autentica contemplazione cristiana? Non è forse la contemplazione cristiana stessa una misteriosa testimonianza dell=essere misterioso del cristiano, di ogni cristiano: un essere in Cristo, un vivere nello Spirito? 

 

In tal modo, per Giovanni, l=amore fraterno che costruisce la comunità non è unicamente manifestazione e verifica della visione o contemplazione di Dio, ma ne costituisce anche il fondamento. In quanto è l=amore vicendevole dei fratelli ciò che permette a Dio di rimanere in noi, e al suo Amore ‑ il dono del suo Spirito Santo ‑ di raggiungere la sua pienezza in noi. E di questa pienezza la contemplazione costituisce un coronamento e una testimonianza privilegiata. 

 

Possiamo, quindi, caratterizzare la nostra vita monastica dicendo che è  cenobitica allo stesso modo in cui, e con pari diritto, la caratterizziamo dicendo che è contemplativa, poiché entrambe le caratteristiche fluiscono dalla stessa realtà di comunione, che costituisce il nucleo e la radice della nostra vita cristiana. 

 


Cerchiamo, e ci è offerta, una comunità di vita evangelica come mezzo per la nostra ricerca di Dio, come matrice dalla quale aspiriamo e ci disponiamo alla contemplazione; ed anche come mezzo per esprimere e vivere la nostra esperienza mistica. 

 

La nostra conversatio, quindi, è cenobitica. Ma sappiamo che la nostra conversatio "è nei cieli e di là aspettia­mo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigu­rerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose@[29].

 

 

Ripetiamo di nuovo che la nostra condizione cenobitica, senza cessare di essere una vera comunione e una fraternità sensibile e umana, è prima di tutto una comunità di battezzati e di convocazione, comunione nella fede. 

 

Ha questo qualcosa di più, rispetto a una semplice comunione nella carne, che la fa  soprannaturale. Ricordiamo quello che è stato detto da Paolo sulla Nuova Creazione e il Corpo di Cristo. La nostra condizione cenobitica include ‑ strutturalmente, per così dire ‑ una dimensione mistica, della quale si alimenta la nostra propria contemplazione personale. E= quel corporalmente tutta la pienezza della divinità, nella quale noi abbiamo parte (tocchiamo, sperimentiamo) alla sua pienezza[30].

 

Di conseguenza la nostra conversione alla Conversatio monastica ‑ occupazione principale del monaco, compito principale di tutta la vita e non solo delle sue tappe iniziali ‑ è conversione alla vita comunitaria, alla fraternità; ciò che, in se stesso, è  apertura alla dimensione contemplativa o mistica della nostra vocazione.

 

Questo è la via cisterciense verso la contemplazione. Questa è la sostanza della dottrina ascetica e mistica dei nostri Padri. 

 


In essa, l= esperienza della vita fraterna è ciò che, in modo diretto, ci apre alla contemplazione. Possiamo dire con verità che, nella dottrina di Bernardo, l=esperienza e la vita di comunità costituiscono il centro nodale della vita spirituale del monaco e del cristiano; ad essa è ordinata tutta l=ascesi individuale ‑ compresi i dodici gradini di umiltà della Regola di San Benedetto ‑ e di essa si deve rivestire; a partire da lei, d=altra parte, ci eleviamo alla contemplazione di Dio, per poi nuovamente fare ritorno a lei.

 

 

La nostra vita comunitaria è la matrice - essa è la Madre ‑ in cui viviamo, ci  muoviamo ed esistiamo. Essa non ci rinchiude in se stessa, ma costantemente ci va radicando, aprendo e spingendo verso il Padre, in Cristo. 

 

Nella vita comunitaria l=ascesi non è ‑ semplicemente non può esserlo ‑ ricerca della propia perfezione, in una relazione individuale con la mia vocazione e con il mio Dio. In lei l=ascesi  personale ‑ sempre necessaria ‑ è ben a riparo dalla eccentricità e dalla mancanza di criterio; più di porre l=accento sul rinnegamento di se stesso, sottolinea l=affermazione del fratello, cosa altrettanto se non più crocifiggente, santificante e liberatrice di qualsiasi ginnastica ascetica individuale 

 

Nella nostra vita fraterna, d=altra parte, c=è spazio ‑ e dobbiamo averne cura ‑ per il silenzio, la rinuncia e la solitudine, per la preghiera personale, ma solo nella misura in cui sono al servizio della crescita della nostra accoglienza di Dio e dei fratelli, della compassione e della misericordia che non si separano o mai. Entrambe ‑ compassione e misericordia ‑ costituiscono i due pilastri e le due dimensioni della nostra vita comune. 

 

 


Si potrà dire che questa è una prospettiva incarnata e immanente, storica, della nostra esperienza spirituale e di fede, ma quale altra prospettiva è adatta a noi? E= la stessa prospettiva dell=apostolo Giovanni ‑ in ciò che concerne l=amore e la contemplazione di Dio - che abbiamo già esaminato sopra: ANessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio  rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi@ [31], ed anche, AChi infatti  non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede@[32].

 

Per Bernardo, allora ‑ e per  tutti noi cistercensi, dopo di lui ‑ l=umiltà è la virtù fondamentale del monaco, non tanto perché ci dà una conoscenza precisa di noi stessi, ma  in quanto tale autoconoscenza ci apre alla verità del prossimo ‑ che diventa fratello ‑ e, per ciò stesso, alla possibilità di uscire da noi stessi e di incontrare Lui; solo attraverso questa esperienza di misericordia e di servizio abbiamo, lentamente, la possibilità di  aprirci, e dilatare la nostra capacità di desiderare e di ricevere Dio. 

 

Senza dimenticare che nella dottrina mistica di San Bernardo non si tratta tanto del fatto di elevarci fino a Dio, lasciando alle spalle, anche solo momentaneamente, la nostra condizione incarnata e comunitaria, ma del fatto che siamo visitati dal Verbo nel luogo stesso dove viviamo ‑ prima, durante e dopo la visita ‑ in mezzo ai nostri fratelli, dai quali e con i quali abbiamo appreso come camminare verso il Padre, l=arte delle arti, l=arte di amare.

 

 

 

 

 

 

 

 



[1]Gv 11, 51 - 53.

[2]Ef 2, 14 - 18.

[3]Rm 8, 3.

[4]Mt 23, 23.

[5] Gal 3, 13.

[6]2 Co 5, 21.

[7]Ap 12, 11.

[8]2 Co 5, 17 - 18a.

[9]1 Co 2, 9.

[10]Ef 3, 20 - 21.

[11]Ef 2, 16.

[12]Rm 3, 25.

[13]Col 2, 9-10.

[14]Cf. Hb 2, 14 - 15.

[15]Hb 10, 10.

[16]2 Co 5, 17 - 19.

[17]Col 3, 13.

[18]Gv 20, 21 - 23.

[19]Ef 2, 17.

[20]Ef 2, 18.

[21]Ef 4, 4.

[22]Gv 1, 51.

[23]1 Pt 2, 9.

[24]Col 2, 9.

[25]Mt 5, 8.

[26]1 Gv 4, 12.

[27]Gv 13, 35.

[28]Cf 1 Gv 4, 12.

[29]Cf. Fil 3,20 - 21.

[30]Cf. Col 2, 9 - 10.

[31]1 Gv 4, 12.

[32]1 Gv 4, 20.