LA COMUNITÀ= MONASTICA COME SCUOLA DI CARITÀ=

Francis Kline, OCSO

 

 

 

 

Introduzione: Una metafora

 

 

 

La carità fraterna nel monastero è come scalare una montagna. Leviamo gli occhi verso la vetta, fissando il nostro sguardo là dove vorremmo essere. Attraverso il desiderio, e l=ascolto dell=esortazione del Vangelo che ci chiede di amare il prossimo come noi stessi, ci avviciniamo alla cima. Ci accostiamo sempre di più alla nostra meta attraversando ripetute conversioni, nella compunzione del cuore, dimenticando per un po= la nostra debolezza. Ci fissiamo sul Cristo in un=estasi di amore, in cui, come lui, possiamo amare le nostre sorelle / i nostri fratelli come egli li ama nel suo mistero pasquale. Ma il nostro amore, sempre debole e fugace, allo stesso modo della nostra estasi in lui, è occasionale, incostante. Cadiamo nell=altro versante della montagna, dopo averne avuto la conoscenza e l=esperienza, ricordando la misericordia durevole del Signore. La nostra carità può venir meno, ma il suo amore dura per sempre, e la memoria di esso, a cui in comunità dovremmo aggrapparci saldamente, ci sostiene e di aiuta ad andare avanti fino al raggiungimento della terra promessa.

 

 

Cristo nella comunità

 

In monastero, tendiamo verso il conseguimento dell=amore perfetto che scaccia la paura (RB 7, 67). Questo amore, naturalmente, è l=amore di Cristo. Tutta la struttura della comunità, come è prevista dalla Regola, è fondata sull=amore di Cristo. Il suo unico scopo è la promozione di questo amore. La Regola dice di non preferire nulla all=amore di Cristo (RB 4, 21; 72, 11), e di credere che l=Abate  in comunità ne occupa il posto. Attraverso i sacramenti del Battesimo e dell=Eucaristia, Cristo e il suo amore sono presenti ed attivi nelle persone e nella comunità, che è una Chiesa locale, e quindi il vero Corpo di Cristo. Anche che la Liturgia delle Ore, in quanto  Liturgia, è compresa allora come il locus della presenza e dell=azione del Mistero Pasquale, dovunque la comunità si riunisca per celebrarlo.  La presenza e l=azione di Cristo sono il luogo dove si rende palpabile ed effettivo l=amore del Padre per noi. E questo amore è dato e ricevuto attraverso il Corpo, la comunità dei monaci. Questo amore, naturalmente, è ciò che noi ci sforziamo di mettere sempre di più in risalto. Esso propriamente costituisce il programma della Regola a cui siamo votati. Il punto da ricordare è che nella comunità monastica, esso è già presente ed in atto. L=esortazione di Gesù che, sebbene non sia citata dalla Regola, può certamente riassumerne il messaggio: Vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi (Gv 13, 15), non è troppo lontano da raggiungere per noi. Più di un ideale dalle dimensioni mistiche o mitiche, la carità fraterna a cui siamo invitati, ci chiama a divenire ciò che già siamo, viventi in Cristo, non più per noi stessi, ma per lui e per tutti coloro per i quali egli è morto ed è risorto. Così, non si può concepire la nostra salvezza senza la messa in pratica dell=amore che necessariamente ci vincola ai fratelli della nostra comunità, cioè a Cristo. Chiamati a questo amore prima della fondazione del mondo, siamo ora chiamati in monastero a stringere questo amore in un possesso eterno. Per la sua stessa natura, il suo amore diventa una forza che spinge alla trasformazione personale. E quest=uomo nuovo comunica e riceve amore attraverso la fragile strumentalità della vita comunitaria. Spesso, ci rendiamo conto soltanto dopo, di quale significato abbiano gli scambi in comunità e di come siano stati gravidi dell=amore di Cristo. Già adesso la nostra individualità può essere glorificata in Cristo, invece di scivolare negli abissi dell=identificazione con i peccatori. La via monastica è quindi la via del Vangelo resa possibile nel Mistero Pasquale di Cristo. Essa è una proclamazione indirizzata a coloro che, nella moltitudine della folla, odono il Signore che li chiama ed offre loro il dono della vita vera ed eterna (veram et perpetuam vitam [RB Pro 17]).


 

Cristo come estasi di Dio

 

L=azione dell=amore di Cristo in noi esige un esame ulteriore. Poiché esso deriva direttamente dall=amore stesso per il Padre, possiamo accostarci alla Rivelazione con questa domanda: Qual è la natura dell=amore tra il Padre e il Figlio? Necessariamente, qui ci allontaniamo dalla teologia trinitaria, perché una trattazione più ampia del tema dovrebbe addentrarsi nella circuminsessione delle tre Persone. In parole semplici: Dio esce da sé per venire a noi. Egli viene per trovarci e riportarci con lui là dove Egli è. La divina economia è all=opera all=interno della Trinità, quando il Padre manda il Figlio per redimere il mondo per il potere dello Spirito. Nella teologia giovannea, suona cosi: Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre (Gv 16, 28). Lungi dal diminuire la sua divinità, Dio rivela se stesso come Dio proprio perché egli esce da se stesso (in greco: ektasis; in latino = excessus, in italiano = estasi) in un=estasi di amore, l=amore obbedienziale del Figlio per il Padre nella comunione dello Spirito. Il mistero qui sta nella natura dell=amore, che condivide se stesso uscendo da se stesso. Poiché Cristo è Dio, possiamo dire che Dio esce da se stesso quando il Cristo procede dal Padre nell=amore obbedienziale. Al tempo stesso. Cristo è l=amore di Dio per noi.  Cristo, quindi, è un=estasi di amore. E a motivo della sua umanità, l=estasi, che è Cristo, diviene per noi un ponte con Dio. In lui, la nostra unione con Dio è resa possibile.

 

 

 L=estasi di Dio e noi stessi

 

Quindi ora, con il Cristo piantato nel  nostro cuore, o, piuttosto, essendo noi piantati nel cuore di Cristo per il Battesimo, e per la vita monastica, sviluppo del nostro Battesimo, ogni amore che  viviamo partecipa, già ora, di questa stessa natura. L=amore piantato nei nostri cuori non ci cambia automaticamente, senza il nostro consenso e senza la nostra collaborazione. Ma esso costruisce un ponte attraverso l=immenso baratro che separa la nostra bassezza dalla maestà di Dio. Cristo, nell=estasi attraverso la quale procede da Dio, è il ponte teso da Dio verso di noi, e la nostra via di ritorno verso Dio. L=estasi di Cristo è anche la nostra estasi. Noi però non andiamo a Dio, accettabili e accetti, così come siamo. Noi andiamo a Dio attraverso l=unica via che è accettabile a Lui, Dio, attraverso Cristo, che anch=egli è Dio. La nostra finitudine diviene infinità. La nostra ragione meschina, così radicata nell=auto-preservazione, si inalbera davanti alla follia della croce. Ciò che è proprio a noi e alla nostra cultura, viene rovesciato nella costruzione divina del ponte che è Cristo. Non è solo il nostro peccato a dover essere perdonato, ma anche la nostra natura deve essere trasformata, prima di poterci avvicinare a Dio, prima di poter soddisfare l=impulso incolmabile che Dio ha profondamente radicato dentro di noi.

 

 

L=estasi e le Scritture

 


Il redattore del Vangelo comprese l=uscita di noi stessi in un=estasi di amore nella storia della donna peccatrice (Lc 7, 36 - 50) e nella parabola del figliol prodigo (Lc 15, 11 - 24). Nella prima, sentiamo di una donna, che nella città era ... una peccatrice, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli. Il dettaglio da evidenziare qui è che la sua conversione ha luogo prima della decisione di andare alla casa del fariseo. Che cosa le venne in mente? Chi le aveva toccato il cuore? Abbiamo forse dei dubbi su chi egli fosse? I Farisei vedevano soltanto un=ignobile peccatrice che stava rendendo impuro il maestro, facendo ciò che non era permesso ed era impensabile, in pubblico. Ma ciò che essi non potevano vedere, era la sua conversione, che stava compiendo le due cose. La conversione apriva i suoi occhi sul terribile peccato della prostituzione (se così possiamo intuire dalla narrazione) mostrandole la sua degradazione. Ma essa simultaneamente la convinceva della sua gloriosa vocazione, in Cristo. In quale altro modo avrebbe potuto sentirsi degradata? Degradata da che cosa? E nel momento della conversione, per qualche miracolo della misericordia di Dio, questa era resa d=acciaio dalla gloria, in modo da poter agire per la sua forza. Dio faceva uscire da lei una segreta fonte di bontà in cui nemmeno la sua stessa ragione poteva vedere, ma che i suoi occhi, gli occhi del Creatore, potevano vedere. Emergendo dalla sua contrizione, con il cuore ferito dall=amore, si incamminò alla casa del fariseo, per compiere uno dei più significativi gesti di pentimento della storia della salvezza. Tanto grande era il suo amore,  ben di più, la sua fiducia, che, infrangendo i costumi e la tradizione della religione legale, poté toccare il corpo di Nostro Signore, mostrando e celebrando la sua emozione e il suo pentimento, senza mai avere dubbi sul suo perdono e la sua misericordia. Da prostituta divenne santa in brevissimo tempo, in un=estasi di amore, di fronte alla quale, se ci avesse pensato con attenzione, si sarebbe ritratta piena di paura.

 

Usando la narrazione evangelica come struttura della propria immagine, San Bernardo descrive come l=amata inizia l=ascesa dell=amore nell=atto del pentimento ai piedi di Nostro Signore. Ma avendo ricevuto questo primo amore, essa si innalza rapidamente, correndo a baciare le mani, sapendo sempre, in un=estasi di amore, di desiderare il bacio della sua bocca. Lasciando da parte ogni considerazione di prudenza, costume e buona creanza, facendo ciecamente e selvaggiamente fiducia all=esuberanza della sua misericordia, ha l=ardire di cercare, bussare e desiderare ciò a cui non ha diritto, ben sapendo che egli intende donarle.  In quel momento di unione sta il mistero della persona umana, che deriva dal mistero della stessa vita intima di Dio.

 

Così, anche nella parabola del Figliol Prodigo troviamo lo stesso tipo di conversione e lo stesso movimento spontaneo di amore che trasforma la colpa e il pentimento di un figlio ribelle nella celebrazione di un ritorno a casa. La conoscenza di sé è qui la chiave del doppio movimento che si realizza nel cuore del figlio prodigo. Come lo spiega San Gregorio, il figlio ritornò in se stesso dopo essere caduto al di sotto di se stesso, quando la sua degradazione raggiunse il punto più basso, con il desiderio di nutrirsi delle ghiande dei porci. Egli si rese conto della sua orribile posizione, ma invece di rotolarsi nella colpa e nella vergogna, ragionò con un cuore che aveva fiducia nel padre, al di là di ogni giustizia e diritto. Egli ritornò diritto a casa, con il contegno dell=erede legittimo, cercando il volto del padre. Egli non si rimpicciolì per la paura, perché la sua fiducia superava tutto il resto. Allo stesso modo, venne fatto uscire da se stesso quando il padre gli andò incontro e lo baciò e lo portò alla festa. Egli divenne più di un figlio perdonato. Divenne l=oggetto di una gioia sovrabbondante.

 

 

L=estasi di amore e la carità fraterna

 

L=estasi dell=amore di Dio, radicata nella conversione e portata avanti dal desiderio  inarrestabile di Dio, è il fondamento dell=esperienza di Dio nel monastero. Essa conduce progressivamente il monaco dalla conversione personale e la consolazione dell=amore di Dio, fino alla trasformazione graduale di tutta la sua persona, e, ciò che è importante, all=amore del prossimo che è l=ambito logico del suo amore per Dio, in quanto si muove al di fuori e al di là di lui. In tal modo vediamo che l=estasi iniziata una volta in Cristo, costituisce il principio dell=amore evangelico e della carità a cui noi siamo chiamati in Cristo Gesù. Quando Cristo uscì dal Padre e venne nel mondo, egli assunse il mondo in se stesso e lo riconduce al Padre con tutti noi, cioè, con tutti quelli che lo accettano nella fede. Cristo, quindi, ha ridefinito Dio, per così dire, includendo nell=amore di Dio tutti coloro per i quali Cristo è morto e che egli ha condotto a sé. Allo stesso modo, la nostra estasi deve estendersi nel cuore non solo fino a Dio, ma anche al nostro prossimo, come suggerisce inoltre la parabola del Buon Samaritano.

 

 

La comunità come il luogo dell=estasi

 


La comunità monastica è scuola di carità proprio in quanto offre la struttura all=interno della quale la nostra conversione a Dio si sviluppa dal momento iniziale per radicarsi sempre di più e diffondersi dall=interno verso l=esterno, cioè, dalla relazione personale con Dio a tutta la nostra cultura personale ed ai fratelli con i quali viviamo in comunità. Ma abbiamo visto che la carità è qualcosa di più che fare del bene ai nostri fratelli. E= il dono reciproco di Cristo. Se, nella solitudine,  possiamo andare a Dio uscendo da noi stessi solo in un=estasi di amore, analogamente, in comunità, è solo in un=estasi di amore fraterno che possiamo estenderci fino a Dio, dove egli è presente salvando i fratelli.

 

 

La comunità come struttura vivente dello Spirito

 

La comunità attinge la sua organizzazione e il suo metodo di governo dal Vangelo e dall=interpretazione che ne fa la tradizione monastica.  Così, il rango della comunità non è basato sulla ricchezza, la classe sociale o l=educazione, ma sul momento di entrata nel monastero. Il lavoro occupa la maggior parte della giornata monastica, come nella vita della maggioranza delle persone, ma trova il suo posto in un equilibrio con l=Opus Dei e la Lectio Divina. All=interno di questa struttura di discipline della preghiera personale e sacramentale, dobbiamo rispettare gli anziani ed amare i giovani  (RB 4, 70). Ma ad ogni momento concreto della giornata, non riusciamo a vivere il Vangelo come esige la Regola. Sopraffatti dalla stanchezza, dal cattivo umore, dall=incomprensione o perfino dal risentimento, possiamo non riuscire a mettere in pratica il comandamento del vangelo. Per una specie di neutralità positiva, possiamo dimenticarci nel presente delle necessità di un fratello. Ma per una neutralità negativa, ci possiamo anche permettere di nasconderci dietro le regole del silenzio quando sappiamo che qualcuno ha bisogno  di conforto. A volte, possiamo restare confusi di fronte alle esigenze economiche. Agire può essere carità. Parlare durante il grande silenzio può essere invadenza. Cullare un rancore è sbagliato, ma parlare di pace prima di essere davvero pronti alla pace fa violenza a me e alla situazione. Oltre la struttura della Regola, si estende, vuoto, il campo del discernimento, ed ha così tante aree che la distinzione netta tra la carità, che richiede una certa libertà in rapporto alle direttive, e un coinvolgimento eccessivo e squilibrato in opere di carità, è appena percepibile. Ma ci sono anche intere zone di inattività tra le persone di una comunità, zone aride perché non vi è mai stato seminato nulla di necessario dopo la distruzione nata da una violenta discussione o separazione delle vie. La comunità finisce col girare sempre intorno a questo spazio vuoto, dove una piccola guerra  tra alcuni o più membri della comunità non ha mai trovato una composizione pacifica o vie di riconciliazione. In ogni caso, un discernimento radicato in una continua vigilanza per tutta la giornata invita i monaci a vivere una vita già caritatevole a livello più profondo, e ad estendersi creativamente oltre gli scontri personali per riconciliarsi con un fratello o l=intera comunità.

 

 

La struttura delle pratiche di preghiera e l=estasi

 

Anche quando sappiamo che cosa sia giusto fare, spesso vi siamo poco preparati. Sul nostro cammino si elevano montagne di resistenza personale che ostacolano un amore realmente creativo. Grovigli di tipo psicologico e rovi soffocano lungo la realizzazione anche i passi più animati dalla buona volontà. Si fronte a questa realtà pesante, ricorriamo agli elementi fondamentali della tradizione, dove la carità fraterna ha sempre costituito il sigillo di garanzia.

 


Una preghiera assidua, che sgorga da profondi esercizi di preghiera, di meditazione e di lectio, nelle prime ore del mattino o nei tempi prescritti, costituisce la base per vivere il comandamento evangelico della carità fraterna. E= qui che la struttura della vita è più dinamica e  meno prevedibile. Ad ogni angolo del chiostro, può darsi che stia aspettando il monaco che per noi è vittima dei predoni, abbandonata sull=orlo della strada. Passeremo oltre, incamminati sulla via di qualche obbedienza, o, più probabilmente, percorrendo la nostra via verso qualche attività di nostra invenzione? Siamo pronti a rispondere, ad ogni momento, alle esigenze del Vangelo?  Se siamo sinceri con noi stessi, dobbiamo ammettere che tantissime volte non lo siamo. Ma in Cristo, che può trovare un cuore disponibile quando bussa alla nostra porta, possiamo trovarne la forza. La preghiera continua, tuttavia, è l=unico modo per prepararci a questi possibili incontri con il Cristo, nei nostri fratelli. E non saremo noi o le nostre capacità a rispondere ad un fratello, ma, portati fuori da noi stessi dalla forza dello Spirito, andremo incontro alle necessità dell=altro in un movimento che può essere descritto soltanto come un=estasi (excessus). A volte, possiamo perfino non essere coscienti dell=esperienza di Cristo che un altro ha fatto attraverso di noi. Tanto meglio, ci eviterà il pensiero dell=orgoglio. Dobbiamo solo dimorare nella preghiera del cuore, radicata nelle solide discipline di preghiera che ci sono date dall=orario quotidiano.

 

La stessa cosa vale per gli incontri con i fratelli che avvengono nella nostra mente.  Qui è  estremamente importante la disciplina dei pensieri e la lotta contro gli otto vizi capitali. Il Cristo rivolge la sua chiamata nell=intimo, che così spesso è il campo di battaglia della rivalità e ricetto del male. Senza che un fratello nemmeno sappia che cosa è successo,  possiamo prepararci ad uscire verso di lui nella forza di Cristo, perché, da soli, abbiamo preparato il cuore rifiutando di ascoltare pensieri che ci intorbidano o ci dispongono all=odio. La progressiva trasformazione nell=amore di Cristo deve in definitiva affrontare gli atteggiamenti interni e i pensieri del cuore. Moltiplicando una quantità di ragionamenti o di consapevolezza psicologica dei motivi e delle cause non si riesce a cambiare l=atteggiamento del cuore. Essi potranno essere sradicati solo il giorno del giudizio universale, quando i nostri veri sentimenti sono resi manifesti dalle azioni eterne. E qui, solo l=estasi dell=amore può uscire verso un fratello al di là del naufragio dell=ingiuria, del comportamento abusivo e del disdegno. Nella relazione tra due fratelli che si sono allontanati, il perdonare e l=essere disponibili a domandare perdono è possibile che avvenga attraverso il ponte che è Cristo. Dobbiamo salire su questo ponte. E non possiamo muovere obiezioni in un movimento di amore messo in atto dallo Spirito di Cristo seguendo i precetti delle parole di Cristo nel Vangelo.

 

 

 

L=amore è episodico

 

L=amore fraterno è più di un atteggiamento. L=amore ci chiama ogni giorno, momento per momento, e porge richieste specifiche al cuore e alla mente dell=uomo. Le domande di amore sono episodiche. Vanno e vengono, come la marea.  Quale vera pulsazione del cuore, sono ora presenti nel nostro volto, ed ora si rilasciano e sbiadiscono. Hanno l=aspetto, al leggerle, come di un grafico che sempre oscilla, alternante. Perché l=amore è una passione buona, una risposta, un bisogno. Quando parliamo di carità fraterna, allora, dobbiamo intendere l=amore come se fosse scritto da una stampante a puntini: una realtà che può essere vista e descritta, ma che è costituita da migliaia di piccoli punti, ciascuno con una propria vita. Presi insiemi, tutti questi punti significano amore. Ma assai difficilmente vengono distinti uno per uno. Ogni atto di amore autentico ha avuto probabilmente migliaia di atti precedenti che erano qualcosa meno dell=amore, solo dei tentativi di vivere il Vangelo. Ma considerati insieme, essi costituiscono una virtù ben radicata nel cuore.

 

 

L=amore considerato attraverso le tappe della vita e della comunità

 


Coltivare l=amore fraterno, se deve essere qualcosa di più di  un buon sentimento universale, amorfo e artificiale, deve condurre a relazioni mature tra i membri di una comunità, che, reciprocamente, come la trama e l=ordito, formano il tessuto dell=unità della comunità. Ben di più, in queste relazioni  mature, ci si scambia il dono di Cristo, da estasi a estasi, e si innalza la volta della comunità umana fino all=esaltazione dell=umano nel divino e del divino nell=umano. Questo per dire, che la comunità monastica si può introdurre, almeno in parte, nel Regno di Dio. La stessa cosa è vera per tutto l=Ordine. Nonostante gli scandali della ricerca di sé e le delusioni personali, le slealtà dovute alla paura, l=orgoglio, l=ambizione e la preferenza di sé, al di là delle incomprensioni che spesso danno la sensazione di una persecuzione attiva e a volte lo sono, nonostante i nazionalismi prevalenti nell=Ordine, e la mancanza di tolleranza tra le culture, cose tutte che sembrano invocare come risposta il quarto grado di umiltà (RB 7: 35 - 43), possiamo attendere con ansia qualcosa di meglio. In Cristo, nella crescita delle comunità, non solo in membri in località nuove, ma anche nella luce crepuscolare dell=anzianità, ed anche in possibilità nuove, in cui non abbiamo ancora sognato finora, vediamo una meravigliosa complessità di amore dato e di amore ricevuto di tutti i generi di livello e di intensità, basato non su preferenze personali, sebbene la personalità individuale sia sempre coinvolta, ma piuttosto sul reciproco dono di Cristo  La relazione degli opposti, di maestro e discepolo, di padre e figlio, tra fratelli grassi e magri, tra il poeta e il falegname, il musicista e il contadino, tutto contribuisce a una esperienza di pienezza a chi vi partecipa. Anche l=andare in coppia di parti attivamente opposte o inconciliabili, sulle quali fioriscono le divisioni fondamentali della società, può essere utilizzato per amore dell=energia e la della bontà della vita: il letteralista e l=allegorista, l=amante dei fatti e l=amante di verità più ampie, il bibliotecario e il filosofo, l=idealismo di Platone e il realismo trascendentale di Aristotele. La carità fraterna accetta la sfida di una relazione durevole, dentro e fuori le circostanze, l=ombra dell=autorità, lo sguardo terribile della gelosia, la tristezza indicibile quando uno scavalca l=altro. Come si può pronunciare in questi casi il nome di lealtà? Come si può anche solo mimare la parola amore? Quando il pozzo dell=amore disinteressato su prosciuga, e ci troviamo a dover affrontare un nuovo atteggiamento assunto da un amico di  vecchia data, a stile di self-service? Non ci riconduce questo alle slealtà più profonde e agli scandali delle esperienze fallimentari avute con i genitori, di abuso e bancarotta morale in famiglia, nella scuola, sul posto di lavoro? Se la vita monastica deve essere qualcosa di più di una fuga da tutte queste delusioni umane, dobbiamo cercare l=espressione ontologica e definitiva della carità fraterna, e non la sua mera articolazione accademica. E questo lo troviamo nell=amore di Cristo per noi. Perché è a questo amore che corriamo quando si allontana il cuore umano di un amico. Quando le strutture e le politiche dell=Ordine mettono all=improvviso due persone l=una contro l=altra, al capitolo o alla conferenza regionale, quando la rigidità spezza i legami della comprensione che prima univano in amicizia due persone, allora solo l=amore di Cristo può sostenere il cuore ferito. E questo amore, forgiato nel cuore dalla Lectio divina e dalle discipline di preghiera ha un potere di sostegno che vincola a lui i nostri cuori, in modo tale si può  incominciare di nuovo e recuperare le relazioni fallimentari che si levano come altrettanti relitti di naufragio che galleggiano sul mare della vita comunitaria. Allora, si può con prudenza incominciare a riportare un pizzico di fiducia e lealtà, pur conservando la consapevolezza della debolezza del nostro fratello. Possiamo perdonare, come se avessimo perdonato, perché anche noi siamo stati perdonati. Un amore così non è mai identico a se stesso. E= un amore caduto e redento. Ma, come una saldatura è più forte del metallo originale, la relazione ricostituita può far germogliare virgulti del mondo invisibile dei santi, delle realtà ultime, e contribuire a formare questo mondo dalla materia del cielo.

 

 

Una metafora finale

 

Invece di scalare montagne da un=estasi di amore e / o di perdono all=altra, potremmo cominciare a considerare l=amore di Dio come una graduale diminuzione di frontiere e di barriere, sia personali che comunitarie. L=estasi ci fa uscire da noi stessi, e, sempre di più, è possibile trovare che è bello starcene fuori, lontano da quello che ci riguarda, anche se l=aria può farsi sottile.  Allora sviluppiamo i polmoni. Cominciamo a fidarci dell=esperienza. E pregustiamo, oh, in un modo così tremulo, che cosa sia la vita senza limiti, al di là. L=esperienza ha a che fare con un di più di vita, non con un di meno; più amore di più persone, e in questo sta la ricchezza di Dio. Perfino il tempo e lo spazio retrocedono davanti alla potenza dell=estasi. Diveniamo più simili al fuoco nel stoppia che alpinisti di altezze  vertiginose. Facciamo ritorno al popolo di Dio e troviamo qui il nostro fertile pezzo di terra, che germoglia come quando il mare straripa in un terreno a basso livello durante la marea. La statura che riceviamo dal Cristo non ci innalza al di sopra degli altri, ma ci rende più trasparenti alle loro necessità, più perspicaci in ciò che li riguarda, più grandi della nostra propria finitudine. Nel regno dell=essere, i monaci spaziano liberi, grazie a Cristo e alla sua estasi, e inaugurano in loro stessi e nelle loro comunità il Regno di Dio a cui tutti aneliamo.